Sul Destino

L’incontro col destino è spesso la misura della nostra precarietà: scopriamo che la vita è appesa a un filo. E’ inevitabile chiedersi se è già scritto come si srotola il filo oppure se è solo il frutto del caso. La teoria della ghianda è la risposta di J. Hillman, il grande psicoanalista junghiano.
D.Grazioli

Destino-500-x-500Un “accomodatore del destino”, così Simenon chiama il commissario Maigret, il suo personaggio più famoso. Piccoli, quasi impercettibili aggiustamenti che Maigret introduce nella vita degli altri personaggi, “accomodano” o fanno esplodere, in sostanza cambiano il loro destino.

 

Spesso nei romanzi, nei film, nelle notizie dei giornali incontriamo e ci confrontiamo con il destino: un ritardo, un autobus perso e cambia la vita dei protagonisti.
Tra il personaggio e l’evento non esiste alcun legame, solo l’accadere dell’uno e dell’altro nello stesso tempo e nello stesso luogo li unisce in un indissolubile nodo che diventa, questa volta sì, la causa degli eventi successivi, in altre parole è la “sincronicità” junghiana il nesso che li accomuna e precipita nel medesimo destino.

 

Piccoli insignificanti “aggiustamenti”, provenienti da chissà dove e cambia la vita, la nostra vita, che spesso non riusciamo a cambiare malgrado impegnative e faticose opere di trasformazione che alla fine si rivelano temporanei restauri di facciata che neppure sfiorano il contenuto.

 

L’incontro col destino è spesso la misura della nostra precarietà, ogni cosa, senza eccezione, nella vita dell’uomo, compresa la vita stessa, è appesa a un filo.

 

E’ scritto come si srotola il filo o è solo frutto del caso, in altre parole il destino è un inconoscibile, ma ordinato fato o una disordinata accozzaglia di fatali imprevisti?

Il quesito è del tipo “E’ nato prima l’uovo o la gallina?”

 

e inevitabilmente le risposte sia a sostegno della prima tesi, sia a sostegno della seconda lasciano sempre un che di sospeso e insoddisfacente.

Il nodo da sciogliere sta nel fatto che se il destino è scritto, l’uomo non ha alcun potere sulla sua vita e diventa una “povera cosa”, se invece il destino ha le vesti del caso, la vita non ha alcun senso, non tende a niente e l’uomo è una volta ancora una “povera cosa”.

 

Sapere che c’è un senso, uno scopo, che va oltre la momentanea presenza di ciascuno nel mondo, e contemporaneamente essere liberi di scegliere nella propria vita, sono due insopprimibili esigenze umane.

Scegliere una delle due alternative, di conseguenza comporta in ogni caso una perdita di qualcosa di fondamentale.

 

La filosofia, le religioni, le scienze fisiche e biologiche hanno dato e continuano a dare le loro risposte più o meno articolate e convincenti.
Ma se a livello teorico ogni nodo si può sciogliere, a livello empirico, di esperienza di vita quotidiana i nodi sono rimasti intatti e spesso ci sentiamo preda di un insensato destino o, a scelta, impotenti personaggi di un imperscrutabile disegno, di cui conosciamo solo il lontano scopo finale.

 

Una cosa tuttavia accomuna le diverse risposte, che sia in mano a Dio, al Caso, alla Natura o alle Stelle, il destino è sempre “fuori” dall’uomo, non appartiene al suo proprietario, ma a qualcun altro che lo amministra e distribuisce secondo le “sue” leggi.

 

Nel mito di Er, che si trova nell’ultimo libro della Repubblica, Platone racconta che le anime prima di nascere si trovano in una specie di aldilà, hanno però tutte un destino da compiere che in certo senso corrisponde al “carattere” di quell’anima in particolare, devono perciò scegliersi la “vita”, l’”uomo” adatto a compiere la porzione di destino loro assegnata.

 

Prima di scendere sulla terra viene dato loro un compagno, un “genio” o “daimon”, perché vigili affinché l’anima nel corso della vita adempia al proprio destino.

Nel venire al mondo però, l’anima dimentica tutto questo e crede di nascere nuda, vuota e sola, tuttavia il suo daimon ricorda chiaramente il contenuto del suo “carattere”, della sua immagine innata, e diventa così il portatore e depositario del suo destino.

 

Nel mito platonico, questo destino, il cui ricordo il daimon conserva, questa immagine o forma del progetto da compiere, rappresenta il proprio posto nel mondo, il proprio contributo alla vita dell’universo, la parte assegnata a ciascuno nell’ordine del mondo.

Oggi, J. Hillman, pensatore e analista junghiano, ci propone la “teoria della ghianda”, la ghianda, al cui interno è racchiusa la vocazione, la motivazione a diventare quell’unica e splendida quercia che cercherà di essere.

 

La teoria della ghianda di Hillman si riferisce alla percezione, alla sensazione, spesso elusa, omessa o inascoltata, che c’è una ragione per cui sono “qui”. La sensazione che c’è un motivo per cui sono al mondo, nella mia forma unica ed irripetibile, la sensazione di essere responsabile verso un “quid” dai contorni confusi, ma che necessariamente mi chiama, mi spinge verso certe direzioni e non altre.

 

La teoria della ghianda sostiene che ogni persona ha in sé un’unicità, un “carattere” che chiede di essere vissuto, una vocazione ad essere quell’unico, irripetibile individuo, ad essere la quercia alta e frondosa, o bassa e massiccia che la ghianda e il proprio daimon hanno scelto, un “tempo” fuori dal tempo.

 

In questo modo J. Hillman ci conduce per mano a riscoprire e recuperare “verità” non dimostrabili, ma indubbiamente sentite e sperimentate da ogni uomo.
In termini filosofici è insita in questa posizione teorica il rifiuto a pensare la vita dell’uomo come una storia scritta da geni ereditati e influenze ambientali, che fin dall’inizio decidono per lui il copione che senza alcuna possibilità di sbavature, sarà costretto a recitare.

 

L’ipotesi di Hillman ci riscatta da un destino di causa-effetto che ci vede pedine impotenti nella partita giocata da geni e ambiente, vittime o eroi-solo-contro. E’ la “libertà” che ci è concessa in questo gioco dove non c’è posto per l’unicità del “noi”, per la sensazione del non essere qui per caso, per la sensazione che ci sono cose che ci fanno sentire vivi e pieni di significato ed altre vuoti e privi di senso.

 

Diventare ciò che intimamente sentiamo di essere superando e liberandoci dai condizionamenti e dalle illusioni di cui ci siamo nutriti per crescere, è forse il nostro “destino”, la nostra vera fatica e spesso grande dolore.

Il viaggio verso il “dentro” di noi, verso le autentiche e cristalline originarie potenzialità del nostro essere, verso le promesse di essere, fare, diventare, che ci portiamo dietro e che per strada spesso ci capita di smarrire e deformare è il nostro “destino”, è il sentiero dei bianchi e luminescenti sassolini di Pollicino che ogni volta ci riporta a casa.



Psicologa Psicoterapeuta Milano

Dott.ssa Daniela Grazioli

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