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Disturbi psicosomatici

Psicologa Psicoterapeuta Milano

Dott.ssa Daniela Grazioli

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I disturbi psicosomatici

Per Joyce Mc Dougall gli individui psicosomatici hanno un comportamento simile a quello dei bambini piccoli, i quali non avendo ancora l’uso della parola manifestano il loro dispiacere o le loro paure col corpo.
D.Grazioli

A quasi tutti è capitato qualche volta, di reagire con un mal di stomaco, di testa o altro disturbo fisico a una situazione altamente angosciante o dolorosa, ebbene abbiamo somatizzato: abbiamo cioè manifestato con il corpo la nostra angoscia, il nostro dolore o le nostre paure, sentimenti che normalmente sono vissuti a livello psichico e mentale e non si tramutano in un evento solo fisico.

Ci sono tuttavia persone che spesso, di fronte a situazioni per loro psicologicamente difficili e dolorose non avvertono le emozioni e gli stati d’animo legati a tali situazioni, ma il dolore e la difficoltà si concretizzano nel corpo che si ammala, mentre gli affetti, i sentimenti sono cancellati, esclusi dalla coscienza.

Joyce McDougall che si è occupata e ha studiato approfonditamente i fenomeni psicosomatici, afferma che gli individui con problemi di somatizzazione hanno un comportamento simile a quello dei bambini molto piccoli, i quali non avendo ancora l’uso della parola manifestano il loro dispiacere o le loro paura attraverso il corpo.
Non fa nessuna meraviglia, infatti, che un bambino molto piccolo reagisca con una colite o una gastrite a una improvvisa separazione dalla madre.

La sofferenza del bambino si incarna, si esprime in un “male” del corpo, è questo un modo arcaico di funzionamento mentale che precede l’acquisizione del linguaggio, e tale funzionamento è quello che si ripresenta nei pazienti con problemi di somatizzazione.

E’ questa l’ipotesi della McDougall: secondo questa studiosa le malattie psicosomatiche sono legate ai modi di funzionamento mentale dei primi mesi di vita, quando madre e bambino sono ancora fusi insieme in un unico corpo: il bambino cioè, benché dopo la nascita sia fisicamente separato dalla madre, non ha alcuna consapevolezza di tale separazione e vive nell’illusione della primitiva unità.

All’inizio della vita la madre è tutto l’universo del bambino e di tale universo egli ne è solo una piccola parte. Qualunque cosa minacci di distruggere questa illusoria unità getta il bambino nel terrore più spaventoso. Fortunatamente quasi tutte le madri sanno intuitivamente rispondere in modo tempestivo ai bisogni del proprio bambino e mantengono così viva questa illusione.

Accanto a tale bisogno di unità fusionale c’è però nel bambino, anche un forte bisogno di separazione, di diventare cioè un individuo separato e autonomo. Quando la relazione madre-bambino è “sufficientemente buona”, a poco, a poco il bambino diventa consapevole che il corpo della madre è separato dal suo e parallelamente incomincia a distinguere ciò che appartiene allo psichico da ciò che appartiene al corpo, ciò che è interno da ciò che è esterno.

Quando tale processo va a buon fine, il bambino si costruisce una rappresentazione mentale, un’immagine interna della madre, come di una figura che dà sicurezza ed è capace di calmare e lenire le tempeste emotive che lo assalgono. Il bambino, in altre parole, ha interiorizzato la funzione materna e diventa così capace di trovare da solo, dentro di sé, la sicurezza e la calma che prima solo la madre in carne ed ossa poteva infondergli.

Ma che cosa succede quando questo processo di separazione e conquista della propria individualità incontra degli ostacoli?

Può accadere per esempio che alcune madri ostacolino il bisogno di separazione del bambino, può succedere per esempio che per problemi loro, vivano il proprio bambino come un prolungamento di se stesse e inconsciamente ne temano la separazione. In questo caso, come in altri, è facile che per il bambino la separazione e la differenziazione dalla madre non siano vissuti come delle conquiste, ma come processi che lasciano un grande vuoto e gli tolgono ciò che lo tiene in vita.

La conseguenza può essere una profonda scissione tra psiche e soma, viene meno la comunicazione tra mente e corpo e può succedere che il corpo funzioni regolarmente e la mente si chiuda al mondo, oppure al contrario la mente resta in contatto con la realtà, ma il corpo funziona da solo, per conto suo.

Nelle malattie psicosomatiche è il corpo che impazzisce: o funziona troppo o inibisce alcune delle sue normali funzioni.

Così l’ulcera gastrica o la rettocolite emorragica testimoniano l’iperfunzionamento del corpo, mentre l’asma al contrario è una manifestazione di inibizione di una delle sue funzioni. La divisione tra psiche e soma presente negli stati psicosomatici fa sì che i pazienti psicosomatici non percepiscano, non sperimentino il dolore o l’angoscia connessi a particolari situazioni per loro dolorose.

I fenomeni psicosomatici sono dei tentativi di venire a capo del dolore psichico/mentale attraverso il male del corpo. Per alcuni pazienti psicosomatici la malattia fisica, che è assolutamente reale, sembra essere l’unica via d’uscita alla loro disperazione, c’è perciò in questi pazienti un profondo e pervicace attaccamento alla propria malattia, malgrado la sofferenza fisica che comporta.

Le malattie psicosomatiche, come le nevrosi o i disturbi del carattere sono tutti tentativi di auto guarigione: sono le soluzioni che il bambino molto piccolo trova quando è di fronte a una sofferenza troppo grande per lui.

Si spiega così, perché spesso alcuni pazienti psicosomatici che hanno subito traumi nella prima infanzia, abbiano la tendenza a far risalire a eventi e condizioni esterne le cause dei loro disturbi.
Tali pazienti, infatti, non hanno potuto elaborare mentalmente o verbalmente i loro infantili disastrosi stati emotivi connessi ai traumi subiti , poichè non avendo ancora acquisito l’uso della parola, era il corpo a “parlare e soffrire” per loro.

Può così accadere che diventati adulti, il dolore e la sofferenza psicologica o i conflitti interiori, invece di essere riconosciuti e metabolizzati a livello verbale e mentale, si concretizzino in un disturbo psicosomatico, proprio come nella prima infanzia. Il ritorno di questa modalità di reazione infantile è il risultato di un cortocircuito della parola, del pensiero simbolico.



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