L’identità di genere è innata o condizionata? La comunità scientifica si interroga e si aggiorna.
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novembre 2, 2009

Genere maschile o femminile? Ha già due anni ma nessuno lo sa, a parte s’intende i genitori, nonni e babysitter. Pop, come lo chiamano in famiglia, è figlio di una coppia di giovanissimi svedesi, che fin dalla sua nascita hanno deciso di andare controcorrente e “lasciare che cresca libero/a dagli stereotipi”.
Così ogni mattina Pop può scegliere se mettersi, prima di andare all’asilo, un paio di pantaloncini o invece un vestitino con fiocchi e nastri. E ogni pomeriggio, quando torna a casa, può giocare con il camion dei pompieri o con la Barbie.
La storia, finita sulle prime pagine in Svezia già a fine giugno, ha fatto ben presto il giro del mondo. Sui blog americani si è quasi scatenata una rissa, verbale, tra chi considera l’esperimento una vera follia e chi applaude. Qualcuno saggiamente sdrammatizza, come fa una mamma che, sotto lo pseudonimo di Miss Kitten, pensa che il bambino “graviterà spontaneamente verso i coetanei del suo stesso sesso. Perchè la differenza di genere non è solo un fatto sociale, in gran parte è innata.”
Ma questo è davvero il punto chiave, e non solo della vita di Pop. Proprio in queste settimane in America è uscito un libro intitolato Cervello rosa o azzurro? Come una piccola differenza può creare turbamento e cosa possiamo fare noi genitori. L’Autrice, Lise Eliot, una neurobiologa, mamma di tre bambini, due maschietti e una femminuccia, analizza il tema dal punto di vista scientifico. E scrive che le differenze ci sono anche se in realtà non così grandi come ci si potrebbe aspettare. I maschietti per esempio hanno un cervello più grande (ma anche il loro corpo all’inizio è più grande), mentre quello delle femminucce completa prima la sua fase di crescita (e non a caso visto che la pubertà per loro arriva prima).
Nemica degli stereotipi, la Eliot non si preoccupa di schierarsi nel gran dibattito tra “natura e cultura”. Le interessa di più cercare di capire come avviene nei piccoli la scoperta della propria identità di genere.
Un passo importante, già dai primi anni, quando del resto la loro visione del mondo è decisamente manichea, fatta solo di “buono o cattivo”, “bello o brutto” . Ma anche, perché no, di “maschio o femmina”. In America, in Italia ma anche nel resto del mondo. Insomma, se la vostra bambina a tre anni già vuole fare la vezzosa, o suo fratello va matto per i camion, non è solo perché così fanno tutti all’asilo. Probabilmente tra poco succederà lo stesso anche a Pop. Ma almeno lui avrà avuto il privilegio di sperimentare fin dall’inizio la bellezza delle due metà del cielo.