Giovani fragili che si gettano nel vuoto, ora si teme l’emulazione

“Alla nostra età è difficile sentirsi amati”. “Scusatemi, ma non riesco più ad avere a scuola il solito rendimento”. Sono messaggi che fanno pensare quelli lasciati dai tre studenti della scuola italiani che nei giorni scorsi si sono lasciati andare dalla finestra per un malessere più grande di loro. Due, un liceale di Milano e una dodicenne di Reggio Emilia, se ne sono andati così, senza una spiegazione: erano bravi ragazzi e, in apparenza, senza problemi alle spalle. Se non quello, evidentemente, di essere così fragili da non vedere più vie d’uscita che il suicidio. Il terzo, una studentessa di 16 anni, milanese d’adozione e originaria dello Sri Lanka, si è gettata del corridoio del terzo piano del Liceo Scientifico Statale Albert Einstein di Milano: ha riportato, dopo un volo di 16 metri dalla biblioteca al piano rialzato, un “grave trauma toraco-addominale” e diverse fratture, ma è stata operata e dovrebbe farcela.

Gli episodi, accaduti nei primi giorni del 2010, hanno fatto emergere le note problematiche adolescenziali, spesso latenti, almeno agli occhi degli adulti, dovute ad emozioni intense e profonde non sempre controllabili. Emozioni che, a volte, sempre più spesso, portano a gesti estremi.

Ma come è possibile che ciò accada, spesso durante le lezioni, senza alcuna avvisaglia o piccole spie? “A volte – spiega Fabio Sbattella, docente di psicologia dello sviluppo all’università Cattolica di Milano – neanche il compagno di banco riesce a coglierle”. Ma, quando vengono espresse, vanno sempre prese sul serio, perché quello dell’adolescenza è un momento di cambiamento molto delicato e problemi risolvibili possono essere interpretate come insormontabili difficoltà. “Come tutte le fasi di cambiamento – continua l’esperto – quella dell’adolescenza è una fase in cui la persona è particolarmente fragile”.

Al punto che un gesto di questo genere possa essere scambiato come la via d’uscita da un tunnel di sofferenze. E se ad intraprenderlo anche altri coetanei si potrebbe innescare anche un pericoloso percorso: quello che porta ad imitare il gesto autolesionista: “Il rischio di emulazione esiste – ha detto un’insegnante di educazione fisica dell’Einstein subito dopo che una delle sue allieve si era lanciata inspiegabilmente dalla finestra – perché può capitare che ci siano situazioni che portino i ragazzi a sentirsi degli estranei”. E’ quanto ha affermato

“E’ un rischio effettivo – ammette Sbattella – perché abbiamo diverse ricerche che dimostrano che quando viene enfatizzato un gesto autolesivo molte persone in crisi meditano che quella possa essere una soluzione e una occasione di visibilità, o vendetta. E questa è una tendenza ancora più accentuata negli adolescenti, perché i momenti di crescita portano sempre con sé una rielaborazione della propria idea della morte. Non a caso, i film di vampiri e di terrore hanno molta presa sugli adolescenti”.

A sostenere questa tesi è anche Giuseppe Dell`Acqua, direttore del centro di salute mentale di Trieste: “L’effetto mediatico – sostiene – può spingere i ragazzi all’emulazione, occorre stare molto attenti a come si raccontano queste storie. L’adolescenza è l’età dell’estremismo. Gli innamoramenti sono totali, le passioni assolute. Di solito, per fortuna, non si arriva al gesto estremo del suicidio. Il passaggio all’atto del suicidio arriva quando si ha una profonda convinzione che il futuro non c’è più, che non si può fare più nulla, che tutto precipita”. C’è però un antidoto per cercare di evitare che si arrivi a determinati atti: quando scatta il campanello d’allarme, famiglie, docenti e amici hanno l’obbligo di provare sempre ad adottarlo, prima che sia troppo tardi. “Le cose più importanti – di il direttore – sono l’ascolto e la socializzazione. Occorre aiutare i ragazzi a dire con più facilità le cose che si muovono dentro di loro. In questo proprio la scuola ha una grande responsabilità”.

Commento della dott. Grazioli

La morte è lo spettro della vecchiaia, non fa paura alla gioventù.

E’ perciò un pericolo reale il rischio d’emulazione di gesti estremi compiuti da coetanei. Le notizie di tali fatti diffuse dai media non vanno lasciate passare nel silenzio, ma discusse  e approfondite a scuola e in famglia.

Più frutta e verdura allontanano ansia e depressione

Mangiare tanta frutta e verdura contribuisce ad allontanare ansia, depressione e disturbi di cuore. E’ quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Melbourne, coordinati da Felice Jacka. Gli scienziati hanno seguito per 10 anni ben 1.046 donne, di età compresa tra i 20 e i 93 anni, con una serie di test sulla dieta, sulla salute fisica e mentale, e con analisi di laboratorio.

Ebbene, è emerso che una dieta cattiva porta a scompensi psichici attraverso un’infiammazione sistematica dell’organismo. Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Psychiatry, dimostra come i problemi mentali siano molto più frequenti in donne che abusano di cibi grassi o altamente raffinati.

Commento della dott. Grazioli

“Mens sana in corpore sano”, dicevano gli antichi, e nessuno li ha mai contradetti. A volte mi chiedo perchè si spenda tanto denaro per fare ricerche il cui esito è già limpido e chiaro.

SALUTE: MALATTIA E SOLITUDINE CAUSE DEPRESSIONE ANZIANI

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La depressione negli anziani e’ scatenata dalla solitudine e dall’impotenza che si avverte quando si e’ ammalati, e non semplicemente dall’avanzare dell’eta’. E’ con questa convinzione che oggi a Milano si sono riuniti diversi esperti di salute mentale, di geriatria, psicologia e neurologia, in una giornata promossa dall’Ospedale San Paolo in collaborazione con il Comune. ”A causare la depressione negli anziani – spiega Costanzo Sala, direttore dell’Unita’ operativa complessa di Psichiatria I del San Paolo – e’ la malattia che riduce l’autonomia e contrae la progettualita’ per il futuro. E’ il senso d’inutilita’ e d’essere fuori dal tempo, scollegati dal gruppo sociale d’appartenenza che spesso colpisce chi va in pensione. E’ la difficolta’ a rielaborare la perdita di amici e congiunti o, ancor peggio, del coniuge. Non e’ certo l’eta’ anziana in se”’. La depressione colpisce tutte le eta’, con un’incidenza dall’1 al 4% della popolazione, che raddoppia nella donna rispetto all’uomo. Negli anziani si arriva anche all’8-16%, dove ”e’ spesso conseguenza di una sensazione d’isolamento – continua l’esperto – e va affrontata con strumenti sociali, con la consapevolezza della ricaduta negativa che puo’ avere sulla salute fisica e psichica della persona. Quando l’anziano cade in depressione, insomma, e’ importante non banalizzare i suoi sintomi: non osservarli cioe’ come una fisiologica conseguenza dell’eta’, ma trattare questa patologia con terapie farmacologiche, psicoterapiche e riabilitative, da sole o congiuntamente. Un approccio, questo, che porta a un altissimo risultato clinico”. Proprio al San Paolo e’ attivo un Centro per la diagnosi e la cura della depressione dell’anziano, un ambulatorio ad accesso diretto (senza impegnativa) e gratuito per tutte le persone che hanno superato i 65 anni di eta’ e soffrono di depressione.

In 500 dallo psicologo di quartiere

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Consulenze gratis, un esperto in 24 farmacie per curare ansia, depressione e mobbing

Milano- Il medicinale contro l’in­fluenza di stagione, un’oc­chiatina alla pressione e poi, perché no?, una chiacchierata con lo psicologo. Sotto casa, nella farmacia di quartiere. Partito in via sperimentale qualche mese fa, due farma­cie comunali con box riserva­ti ai colloqui, il progetto dal 10 ottobre si allargherà. Venti­quattro punti d’ascolto, con servizio (gratuito) di psicolo­go annesso, destinati a diven­tare «le antenne del disagio sociale» della città. A costo (quasi) zero per il Comune e parcella dello specialista (più o meno 3mila euro al mese) a carico della singola farmacia. «I nostri associati hanno ac­cettato la proposta con entu­siasmo», garantisce Annaro­sa Racca, presidente di Feder­farma. Le richieste di adesio­ne, assicurano, sarebbero sta­te anche di più. «Ma in alcu­ne farmacie non c’era spazio per ricavare un box separato dal locale». Richiesta boccia­ta, allora, «perché l’analisi ne­cessita di spazi e strutture adeguate».

I numeri, intanto. Il proget­to pilota ha raccolto in cin­que mesi 158 utenti e un tota­le di 516 visite. Utenza privile­giata, le donne, quasi il 70 per cento del totale. L’iden­tikit racconta un(a) milanese di mezz’età, alle prese con an­sia, depressione, fobie, attac­chi di panico. Ma anche con maltrattamenti, problemi di coppia, mobbing lavorativo. Una gamma di disagi tipica­mente metropolitani, spiega­no gli esperti. «Il bilancio — giura l’assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiaven­na — è largamente positivo. I dati parlano chiaro: 78 casi ‘risolti’, 27 rinvii ai centri psi­co- sociali, altrettanti ai con­sultori famigliari, una dozzi­na negli ospedali, cinque alle associazioni che si occupano di donne maltrattate». La me­tafora esatta è quella del «grande orecchio». «In ascol­to costante e vigile rispetto al disagio di chi vive la metropo­li», spiega l’assessore. L’esem­pio più lampante sono le per­sone soggette a trattamento sanitario obbligatorio. «Lo psicologo potrà servire anche a questo: garantire un’assi­stenza continuativa sul terri­torio alle persone alle prese con costanti e conclamati di­sagi psichici». Poi c’è il tema immigrazione. Quel dieci per cento di utenza straniera «è un dato incoraggiante».

Lo psicologo in servizio in farma­cia sarà allora un poliglotta. Inglese e spagnolo sono espressamente richiesti, vi­sto che il progetto immagina sempre più stranieri a collo­quio sul lettino. «Intercettare la fragilità della popolazione immigrata è fondamentale. Una sana integrazione deve passare anche da qui». Secondo le stime del Comu­ne, con 24 farmacie attive il potenziale di «ascolto» po­trebbe superare i 450 «clien­ti» al mese. Prossima tappa, la scuola. Lo dice l’assessore e lo dice anche il pool di spe­cialisti che al progetto dello psicologo di prossimità ha la­vorato. In calendario allora c’è già un incontro con il di­rettore scolastico regionale Giuseppe Colosio: «La presen­za di una persona che sappia ascoltare i problemi dei giova­ni è di drammatica urgenza».

La “selva dei suicidi” nell’Arma: 300 in venti anni

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Una questione ardua da affrontare, casi spinosi da risolvere. I suicidi nei comparti di Pubblica Sicurezza tendono inesorabilmente ad aumentare. Un’incredibile ondata di morti violente si è abbattuta sulla nostra penisola e a far scalpore, sulle pagine della cronaca nera, non sono comuni cittadini ma uomini della polizia, carabinieri e Gdf.

Il richiamo del titolo al Canto dedicato da Dante a “La selva dei suicidi”, (Inferno, Canto XIII ) è un’aperta provocazione nei confronti di coloro che, spinti da varie ragioni, sono pronti ad etichettare un suicidio di appartenenti alle forze di pubblica sicurezza, come una semplice fuga da problemi di ordine familiare e mai critici nel ricondurlo a qualsivoglia forma di tensione all’interno dell’ambiente lavorativo.

DISTURBI PSICHICI – Migliaia di uomini, appartenenti a questi settori del pubblico impiego, soffrono di disturbi nervosi e sono costretti a ricorrere a cure di specialisti per alleviare il peso di fratture psicologiche difficilmente sanabili nel silenzio della propria intimità.

Il riserbo rispetto ai singoli casi e ai dati statistici è fitto poiché, nel caso di morti sospette, si procede sul filo del rasoio col timore di scoprire qualche misterioso altarino ma anche con la consapevolezza che le famiglie degli scomparsi chiedono ragioni attendibili e non verità di comodo.

La cronaca di febbraio testimonia un’ulteriore perdita all’interno di questa escalation luttuosa: un poliziotto di quarantuno anni si suicida all’interno della scuola allievi agenti di via Casal Lumbroso a Roma, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola d’ordinanza. Unico motivo ipotizzato: “possibile depressione per motivi personali”. I casi di questo genere negli ultimi anni sono davvero numerosi, i luoghi quanto mai disparati, i suicidi legati al mondo militare o quello delle altre forze armate ma quali sono i motivi addotti a causa scatenante?: “possibile depressione per motivi personali”.

Forse è proprio qui che qualcosa vacilla…Come è possibile che non ci si interroghi più profondamente sulle cause dei suicidi, nonostante in polizia siano 600-700 gli agenti con diagnosi psichiche, tra i carabinieri siano almeno 3.500 (come afferma un dossier ad uso interno dell’arma) e stime varie contemplino un altrettanto cospicuo numero di finanzieri?.

La domanda naturalmente è retorica. Il perché delle vane inchieste messe subito a tacere lo conosciamo bene e sappiamo anche che termini come prevaricazione, abuso, sopruso, angheria hanno molto spesso un drammatico collegamento con reazioni estreme come il suicidio. Infatti in vari casi di morte violenta molti individuano episodi di “mobbing” quali espressioni di violenza psicologica attuati deliberatamente in un ambiente lavorativo, a scapito di uno o più soggetti.

Konrad Lawrence, psicologo svedese fu il primo a parlare di “mobbing” e nei suoi studi di etologia espose la possibilità che esso si estendesse ad ogni settore della nostra vita. Così è stato anche per le forze armate. Carlo Lucarelli, scrittore ed autore Tv, nel suo ultimo romanzo crea una cruda similitudine tra le sei morti di operatori di polizia verificatesi in Versilia ed i suicidi che avvenivano tra i legionari segregati negli avamposti in Marocco.

Lucarelli riconduce entrambe i tipi di suicidi al motivo comune del “cafard ” quale insieme di disperazione causata da varie ragioni, noia, stress e spirito di auto distruzione che spinge irresistibilmente a dare un taglio alla vita. In realtà la sua analisi è una vera pulce nell’orecchio poiché anche se non si tratta dei fortini della Legione straniera, in Italia si muore, o meglio ci si suicida come hanno fatto vari poliziotti di stanza a Forte dei Marmi, a Firenze, a Roma e altrove.

Ora, al di là dei casi specifici che popolano le nostre cronache, ci troviamo di fronte ad un fenomeno diffusissimo e le statistiche sono (quando consultabili) un utile strumento di analisi di questo flagello.

I DATI UFFICIALI – Dati ufficiali del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri chiariscono quanto sia drammatica la questione dei suicidi nell’Arma: dal 1978 al gennaio 2000 ben 293 militari si sono uccisi in ambienti appesantiti da comportamenti opprimenti e vessatori .

Purtroppo le morti col tempo perdono il loro volto ma fortunatamente, di questi eventi tragici, rimane il valore simbolico quale monito di una costante ricerca che dovrebbe essere intrapresa per interrogarci criticamente sulle cause che hanno determinato tali gesti definitivi.

Per tale ragione e vista la gravità della situazione sarebbe necessario che tutti gli operatori del comparto di Pubblica Sicurezza convergessero sulla reale necessità di inserire nell’organico numerosi psicologi che, rispettando le leggi sanitarie e sulla privacy, possano predisporre cure efficaci per tutti quei lavoratori affetti da patologie neurologiche e depressive.

Per ricondurci a Dante che molti di noi hanno abbandonato sui banchi del liceo non possiamo non citarlo quale uno dei più antichi testimoni di un particolare caso di “mobbing“: Pier della Vigna che visse fra il 1190 ed il 1294, proprio come molti poliziotti, carabinieri e finanzieri fu spinto al suicidio a causa delle pressioni psicologiche cui venne sottoposto dopo esser stato accusato ingiustamente di congiura e tradimento nei confronti di Federico II, presso la cui corte prestava servizio. Così, in realtà, Pier delle Vigne non fu altro che una vittima innocente, simbolo della giustizia oppressa e vilipesa proprio come molti lavoratori di Pubblica Sicurezza che hanno perso la vita a causa del silenzio e dell’omertà che li attorniava.


Scarlett Johansson e panico da palcoscenico

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La neo-cantante e attrice Scarlett Johansson nasconde forzatamente un fobia molto accentuata, ma in prossimità dell’uscita del nuovo singolo “Break Up”, apppena inciso con l’aiuto di Pete Yorn, si racconta confessando i suoi malesseri silenziosi, probabilmente per esorcizzare le paure recondite e buttarsi alle spalle panico e perplessità.
Dice Scarlettt, “Ha un segreto che non tutti si aspettavano. Ho una terribile paura del palco. Non ho mai voluto cantare davanti a un pubblico dal vivo, ad eccezione di qualche serata o esibizione tra amici. Sembra incredibile per una come me sempre davanti ai flash. Se ci penso mi viene il panico. È molto diverso da una passeggiata sul red carpet, lì riesco a mascherare la mia insicurezza”.
Nonostante tutto, la bellissima star sta cercando con tutte le sue forze di debellare questo male psicologico che le divora costantemente l’animo intraprendente, soprattutto grazie all’ausilio degli amici più cari e del suo devoto marito, i quali continuamente incitano positivamente le sue qualità spingendola verso una piena consapevolezza di se.
Infine sostiene, “Se dovessi davvero salire sul palco e cantare davanti a centinaia di persone, allora mi vestirò come un personaggio di “The Dark Crystal” per alleviare la tensione”.
E noi saremo pronti ad applaudire l’intera interpretazione che sicuramente risulterà un gran successo.

Mi sentivo un vuoto dentro: era la depressione post partum

seredova01: tre mesi dopo la nascita di mio figlio,
il disturbo delle neomamme ha sfiorato anche me

Quando è nato Louis Thomas piangevo di gioia. Una gravidanza è la cosa più incredibile e allo stesso tempo più naturale che ti possa capitare nella vita. Non capisco quelle donne che la vivono quasi come una maledizione, con ansie, timori, fatica estrema. Per me, quelli col pancione sono stati nove mesi di serenità, di benessere. A essere sincera, il momento più duro è arrivato dopo il parto. Il più classico dei disturbi delle neomamme ha sfi orato anche me, un po’ in ritardo forse rispetto ai tempi canonici. Chiamatelo come volete, maternity blues o depressione post partum: mi è piovuto addosso circa tre mesi dopo quell’indimenticabile 28 dicembre 2007. Non avevo ancora ripreso a lavorare e mi riposavo a casa, a Torino. Gigi Buffon, il mio compagno, aveva poco tempo per me e Louis. Tra ritiri e allenamenti con la Juventus, era sempre in giro per l’Italia. Quando andava bene tornava solo la sera.

Di giorno parlavo solo con i muri

Il problema era la solitudine. Nei giorni dopo il parto sei come una regina: familiari e amici ti stanno intorno, ti coccolano, cercano di esaudire ogni tuo desiderio. Poi, quando si torna alla vita normale, occorrono nervi saldi. E invece io mi rendevo conto che, sebbene Thomas occupasse la maggior parte del mio tempo, dentro mi sentivo vuota. La mia famiglia abita a Praga. Chiamavo mia madre al telefono e le chiedevo aiuto. Ma era un sollievo che durava qualche mi nuto. Nei pomeriggi che sembravano non fi nire mai, in quella Torino che non sentivo mia, potevo parlare e sfogarmi solo con i muri. Rimpiangevo le amiche di Milano, la città dove avevo sempre vissuto in Italia. Prendere la macchina e correre da loro? Con un cucciolo di tre mesi spostarsi è un dramma. Io, che di natura sono una precisina, andavo in panico al solo pensiero di muovermi con cambi, biberon, coperte, pannolini. Anche il fatto di non potermi organizzare come volessi perché dovevo badare a un’altra creatura mi mandava in crisi. Mi sentivo ingabbiata, l’umore era ballerino, mi irritavo per un nonnulla, la notte facevo fatica ad addormentarmi e ogni tanto ci scappava qualche lacrima.

Mi ha salvata Gigi

Che strano, mi rimproveravo. Proprio tu, Alena, che avevi vissuto così bene la gravidanza. Neanche una nausea o una cistite, mangiavo quello che volevo, al massimo stavo attenta alla tartare di manzo per paura di prendermi la toxoplasmosi, facevo sport fi no a due settimane prima del parto. Dai giorni di buio sono uscita grazie al supporto di Gigi e delle nostre famiglie. Una sera ho vuotato il sacco e ne ho parlato con lui. E’ stata una liberazione. Abbiamo deciso di far venire mia madre da Praga. Per un po’ si è stabilita da noi, poi ho passato del tempo a casa dei suoceri.

Mi preparo al nuovo miracolo In estate il disagio è passato. Ringrazio Gigi per ogni carezza in più, per la tranquillità che ha saputo trasmettemi in qui momenti più che per il cambio di una decina di pannolini. Ora Louis avrà un fratellino o una sorellina, per scaramanzia non rivelo la data prevista per la nascita. Sono emozionata al pensiero di quest’altro miracolo nella mia vita. Spero che il mio corpo reagisca come ha fatto quando in grembo portavo Thomas, spero di poter fare un altro parto naturale. E questa volta cercherò di non restare da sola nei mesi successivi alla nascita.

Corriere salute

In etnopsichiatria la depressione è più grave

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Le difficoltà di inserimento degli immigrati, la mancanza di reti familiari in Italia e la scarsa propensione a rivolgersi agli specialisti fanno sì che gli stranieri finiscano ricoverati nei centri di salute mentale molto più spesso degli italiani
un uomo disperato

ROMA – Gli stranieri finiscono ricoverati nei centri di salute mentale molto più spesso degli italiani. A tracciare il quadro della situazione è Roberto Maisto, che per quattro anni ha lavorato al Centro di psichiatria multietnica “Georges Devereux” di Bologna, una struttura che fa capo al Dipartimento di salute mentale dell’Ausl. “Le difficoltà di inserimento sociale, lavorativo e abitativo degli immigrati, la mancanza di punti di riferimento o di reti familiari in Italia, i problemi di adattamento e la scarsa propensione a rivolgersi agli specialisti fanno sì che l’ansia e la depressione sfocino molto più facilmente in psicosi di quanto accade per gli italiani, più abituati ad andare dallo psicologo”, spiega Maisto. Il viaggio migratorio, poi, “mette a dura prova l’identità di una persona: le violenze subite e lo stress possono diventare cicatrici psicologiche molto difficili da guarire”.

Non essendo abituate a curare le psico-patologie, “le persone straniere finiscono ricoverate nelle strutture che si occupano di disagio psicologico molto più spesso di quanto accade ai cittadini italiani. A Bologna, ad esempio, se gli immigrati seguiti dai centri di salute mentale che fanno capo all’Asl rappresentano il 4% rispetto al totale dei pazienti in cura nel Dipartimento di salute mentale, quelli che si trovano in una struttura di ricovero salgono addirittura al 10%”, dice lo psichiatra.

Altri fattori che incidono sulla salute mentale delle persone straniere sono “la mancanza di affetti, la giungla legislativa mutevole e disorientante, la paura, la stigmatizzazione sociale e lo sfruttamento”. Gli incidenti sul lavoro, poi, “possono aprire una catastrofe esistenziale rispetto al progetto migratorio immaginato dai cittadini stranieri quando hanno deciso di abbandonare la propria terra”, continua il dottor Maisto. Da non sottovalutare neanche l’aspetto culturale, che è differente da Paese a Paese: “Si pensi ad esempio a chi crede di essere perseguitato dal malocchio: per noi è un folle, ma in molte culture la magia nera fa parte delle tradizioni. Ecco perché è importante un approccio multietnico alla psichiatria”, conclude l’ex operatore del Centro “Devereux”.

Poco sonno e depressione post-parto

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Ci sarebbe un legame tra il poco sonno e la depressione post-parto. Così suggerisce un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Sleep”.
Secondo ricercatori Norvegesi, il sonno e la depressione sarebbero legati a doppio filo; cioè la depressione può aggravare la già compromessa qualità del sonno, così come la difficoltà a dormire è sintomo di depressione.

Lo studio è stato condotto su 2.830 donne che hanno partorito presso l’Ospedale Universitario di Stavanger in Norvegia, tra l’ottobre 2005 e settembre 2006. La psichiatra dr. Karen Dørheim e colleghi hanno constatato che nel totale quasi il 60% delle donne ha avuto esperienze di cattiva qualità del sonno dopo il parto, di cui il 16,5% ha avuto sintomi depressivi in seguito. Per cui i disturbi del sonno e la qualità di questo sono stati associati alla depressione.
Nonostante ciò, un altro dato che emerge dallo studio è che nel 21% dei casi la depressione post-parto sofferta dalle donne oggetto della ricerca non era un fatto a sé, in quanto le stesse donne hanno riferito di aver avuto sintomi di depressione già durante la gravidanza, mentre un 46% ha riportato almeno un episodio depressivo, o almeno i sintomi di questo, nella propria storia, antecedente il concepimento. Questo fatto suggerisce altresì che le donne con diagnosi di depressione post-parto non sono necessariamente legate a una segnalazione di sintomi cronici dovuti alla privazione di sonno.
Analizzando i dati, i ricercatori suggeriscono che dopo un paio di mesi dal parto la depressione è stata associata alla mancanza di adeguato sonno in relazione ad altri fattori di rischio come una scarsa o cattiva relazione con il partner, la depressione già durante la gestazione ed eventi particolarmente stressanti.

Tuttavia, è indubbio che dopo il parto la donna è sottoposta a cambiamenti radicali nel proprio vivere quotidiano e a questo si associano anche la mancanza di sonno dovuta ai ritmi del neonato, fanno notare i ricercatori. Tutto questo influisce sia sul fisico che sulla psiche, per cui sintomi come mancanza d’energia, stanchezza e nervosismo sono comuni.

La depressione si cura anche online

Un esperimento indica che per le forme lievi le terapie web possono funzionare

MILANO - La depressione? Si combatte anche su Internet. A dirlo è uno studio appena pubblicato dalla rivista scientifica Australian and New Zealand Journal of Psychiatry: per le forme depressive più lievi – sostiene l’articolo – i programmi di trattamento basati sul web risultano efficaci quanto gli interventi incentrati sul classico faccia a faccia psichiatra-paziente.

SADNESS – A spingere verso l’impiego dei nuovi media nella cura della tristezza patologica è una ricerca che ha monitorato 45 pazienti affetti da forme moderate di depressione sottoposti a un programma virtuale di cura denominato Sadness. Messo a punto dal Centro di ricerca su ansia e depressione del St Vincent’s Hospital di Sydney in Australia, il percorso terapeutico prevede sei lezioni online, una serie di compiti da assolvere a casa propria, contatti settimanali via e-mail con uno specialista e la partecipazione ad un forum virtuale. Risultato: al termine del trattamento, più di un terzo di pazienti coinvolti non presentava più sintomi di depressione; un’efficacia, a detta dei ricercatori australiani, paragonabile a quella dei metodi tradizionali. Con in più, si fa notare, vantaggi logistici e pecuniari. «I trattamenti via Internet possono essere seguiti da casa e sono più economici», ha spiegato al sito dell’emittente australiana Abc Gavin Andrews, direttore del Centro e co-autore dell’articolo. Fra i punti di forza dell’approccio virtuale, secondo Andrews, va inclusa anche la responsabilizzazione dei soggetti depressi: «Il trattamento costringe i pazienti a pensare e a contare su se stessi dal momento che devono documentare i loro progressi sul web». Nel complesso, gli individui sottoposti al test hanno ricevuto in media 8 e-mail dagli specialisti pari a 111 minuti di lavoro dello psichiatra. Un percorso terapeutico tradizionale avrebbe comportato dalle 12 alle 15 ore di contatto faccia a faccia.

TERAPIE ALTERNATIVE – Lo studio australiano aggiunge un’altra evidenza a quello che alcuni specialisti sostengono da tempo: le nuove tecnologie possono intervenire positivamente nella cura di alcune forme di depressione. «Questa ricerca è un tentativo di dimostrare che il futuro per il trattamento di disturbi lievi, e sottolineo lievi, può trovare risposte competenti attraverso canali alternativi», dice Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Salute Mentale Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli-Oftalmico, Milano. «E’ qualche anno che la psichiatria si interessa a sistemi che, coinvolgendo tecnologie di rete, consentono di tenere insieme l’intervento psico-educativo e quello cognitivo-comportamentale che passa per l’assegnazione di compiti e la risoluzione di problemi». Il web, dopo tutto, è solo l’ultimo degli ausili tecnologici a disposizione del terapeuta. Il telefono, per esempio, offre ancora oggi un apporto prezioso, come dimostra in Italia il caso del Progetto Itaca, un centro di ascolto per la salute mentale. «Diciamocelo: se Freud avesse avuto Internet l’avrebbe usata», conclude Mencacci.

Raffaele Mastrolonardo