Fare attività fisica oggi per non essere depressi domani

Roma, 3 nov. – Una regolare attività fisica è associata a un minor rischio di soffrire di depressione in età avanzata: a sostenerlo è uno dei più grandi studi condotti a livello europeo da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui gli studiosi dell’Università di Goteborg (Svezia), nell’ambito dell’indagine SHARE (Survey of Health, Ageing and Retirement) finanziata dall’Unione Europea. “Non sappiamo ancora con certezza quale sia il rapporto tra attività fisica e depressione, ma ciò che è chiaro è che le persone anziane fisicamente attive sono anche meno depresse”, spiega Magnus Lindwall, docente in Psicologia della salute all’Università di Goteborg. Che continua: “Livelli elevati di depressione possono portare a svolgere meno esercizio fisico. Questo suggerisce che vi è una reciproca influenza”. I risultati arrivano da uno studio, durato un anno e mezzo, durante il quale Lindwall e colleghi hanno esaminato lo stile di vita e le cartelle cliniche di 17.500 soggetti di 64 anni di età media provenienti da 11 Paesi europei. “Questo studio – conclude Lindwall – è uno dei primi a guardare a come l’attività fisica influenzi la depressione futura e viceversa, e a come i cambiamenti nello svolgimento dell’attività fisica siano associati a cambiamenti nella depressione nel corso del tempo”.

Fonte: TMNews

Depressione: pillole o parole

Depressione

In un articolo apparso su “Dica 33” viene riportato il risultato di uno studio effettuato  su oltre seimila pazienti  che evidenzia come la psicoterapia sia un trattamento valido contro la depressione, al pari di un farmaco ed efficace anche sui pazienti ai quali gli antidepressivi non portano a risultati.

Il commento più adeguato a tale notizia, mi sembra un antico insegnamento cinese che dice  che  un pensiero, un’idea può dare origine a un comportamento, un comportamento può diventare un’abitudine e più abitudini formano un “carattere”.

E’ proprio così una pillola può risolvere un sintomo, ma non potrà mai cambiare un “carattere” nei suoi aspetti disfunzionali  di cui i sintomi sono il segno.

Il “carattere” potrà cambiare invece attraverso uno scambio, una cura di “parole” e affetti, quale è la psicoterapia, perché attraverso tale relazione  nasceranno idee che diventeranno comportamenti….

Adolescenti e videogiochi : il gioco ossessivo provoca depressione ed ansia

videogiochi causano depressione e ansia?

Sono tantissimi gli adolescenti, e non solo, che trascorrono ore ed ore davanti ai videogiochi. Altrettanto numerose sono le ricerche che si susseguono da quando il videogioco è diventato un vero e prorio fenomeno culturale di massa. L’ultima, americana, è stata guidata da Douglas Gentile della Iowa State University e pubblicata sulla rivista ‘Pediatrics’. In base a questo studio, esiste una relazione tra videogiochi e depressione ed ansia.

In particolare, lo studio ha coinvolto 3mila ragzzi per circa due anni ed è arrivato alla conclusione che il gioco ossessivo, ‘patologico’, come si legge sul ‘New York Times’ online, è legato all’insorgenza di sintomi di depressione, ansia, fobie sociali nonché ad un calo del rendimento scolastico. Gli adolescenti che hanno dei problemi possono facilmente rifugiarsi nel gioco che, a sua volta, può aumentare l’isolamento. Dovrebbe essere compito dei genitori regolare l’uso dei videogiochi da parte dei loro figli e capire quando il gioco rischia di diventare un’ossessione.

Fonte : italia-news.it

Commento della D.sa Grazioli

Lasciamoli crescere

Lasciamoli crescere e facciamo un passo indietro, è normale che gli adolescenti cerchino sempre più tempo per stare soli o fuori casa, ed è normale che gli adulti, tutti gli adulti genitori compresi, divengano il nemico da sconfiggere, da provocare, l’antagonista per eccellenza che permette al bruco di diventare farfalla.

Il videogioco, la wii, facebock eec ecc altro non sono che il diario segreto dei nostri tempi, la televisione con i telefilm demenziali, le cuffiette con la musica a palla che ci iniettavamo la sera o il pomeriggio chiusi nella nostra stanza, le telefonate fiume con l’amica del cuore: sono gli strumenti di transito per l’evasione, per l’identificazione con il gruppo, per la condivisione, per il modello più o meno corretto da seguire e imitare.

E allora facciamo un passo indietro: smettiamo di giudicare e sentenziare, ma osserviamo, vigiliamo, dedichiamo tempo e soprattutto ascoltiamo.

Il gioco in sé non porta all’isolamento e alla depressione, l’adolescente si isola per crearsi i suoi mondi le sue storie, le sue realtà.  La depressione nasce quando, “bambini”, si è lasciati nella solitudine e ancora non si hanno gli strumenti necessari ad elaborarla.

Non si può formare e consolidare, allora, quel “nucleo caldo” che è la miglior difesa contro la depressione, quel “nucleo caldo” che sarà il posto al quale l’adolescente saprà di poter far ricorso nei momenti di tristezza e/o difficoltà.

Depressione, se farmaco non va meglio la psicoterapia

Depressione

La cosiddetta terapia della parola, è un trattamento valido contro la depressione, al pari di un farmaco, ed efficace anche sui pazienti sui quali gli antidepressivi non portano a risultati. Lo dimostra una revisione di studi clinici condotti globalmente su oltre 6000 pazienti, pubblicata sul Journal of general internal medicine.

La terapia della parola consiste in un percorso con lo psicoterapeuta in cui il paziente racconta le proprie ansie, le fonti di stress e insieme allo psicoterapeuta riesce a ricomporre le situazioni ed a lavorarci sopra, correggendo gli atteggiamenti negativi. Il coordinatore della ricerca Ranak Trivedi della University of Washington School of Public Health, ha spiegato che è stata usato con successo sui soggetti su cui i farmaci non hanno fatto effetto.

A differenza di un farmaco, non ha effetti collaterali e, sempre a differenza di un antidepressivo che spesso deve esser preso a vita dal paziente, a un certo punto si può interrompere.

Fonte : dica33.it

COMMENTO  DELLA D.SA GRAZIOLI

Un’antica storia cinese insegna che un pensiero, un’idea può dare origine a un comportamento, un comportamento può diventare un’abitudine e più abitudini formano un “carattere”.

Ora una pillola può risolvere un sintomo, ma non potrà mai cambiare un “carattere” nei suoi aspetti disfunzionali di cui i sintomi sono il segno.

Potrà cambiare invece attraverso uno scambio, una cura di “parole” e affetti, quale è la psicoterapia, perché attraverso tale relazione nasceranno idee che diventeranno comportamenti……

Il divorzio fa ammalare gli uomini

Il divorzio è una realtà sempre più diffusa, arrivarci è molto difficile e spesso questa decisione è preceduta da mesi, se non addirittura anni, di insoddisfazione, tristezza e astio. Le cause che possono condurre al divorzio sono tante ma una delle più frequenti è certamente l’infedeltà che noi donne spesso subiamo, fino a quando non decidiamo che dalla vita vogliamo più di un paio di corna ed una perfetta finta famiglia da sfoggiare. La buona notizia, che sono certa procurerà una risatina in molte lettrici, è che gli uomini subiscono il divorzio fino ad ammalarsi e andare in depressione!

La psicologa Paola Vinciguerra, presidente dell’Eurodap ci spiega: “Il divorzio può far ammalare. A risentirne sono soprattutto gli uomini che subiscono una separazione: potrebbero cominciare a soffrire di ansia generalizzata e paura, con il rischio che questi disturbi si possano trasformare in attacchi di panico e depressione”.

Secondo i dati raccolti dalla psicologa 3 uomini su 10 che sono in cura per depressione e disturbi dell’umore, sono reduci da un divorzio, la situazione ovviamente si aggrava se il mal capitato marito oltre a mandare all’aria il rapporto con la moglie lo ha fatto anche con i figli.

Fonte : pourfemme.it

Depressione: nelle donne il male oscuro fa più paura del cancro

Depressione

Il male oscuro, non tanto perché a differenza di una qualsiasi patologia organica la depressione nelle donne colpisce in maniera più silenziosa e subdola, senza alcun fastidio fisico particolare, ma perché oscure, almeno nell’immaginario collettivo, visto che si è fatta piena luce sulle cause della malattia, è l’origine della stessa. Parliamo di depressione, soprattutto di quella femminile, una malattia in grado di stravolgere ed in certi casi, quando non curata, annientare una persona.

Oscura è la depressione perché chi ne è affetto non riesce a cogliere nel suo organismo i segni di una battaglia intrapresa nei confronti del “male”; un’infezione, ad esempio, si palesa con la febbre, il dolore, il rossore della parte infetta e, dunque, è anche più facile immaginare l’esigenza delle cure ed accettarle, perchè si è anche in grado di costatarne il decorso, benigno o maligno che sia.

Persino il tumore, vero spauracchio dell’uomo e della donna moderna, fa addirittura ed è tutto dire, meno paura della depressione; vuoi perché oggi una neoplasia è più gestibile e curabile di un tempo, vuoi perché, chissà, a livello inconscio per molti tipi di tumore conoscendo o presumendo quali fattori di rischio intervengono nella malattia, ci conforta per lo meno sperare o illuderci che al riparo da quei fattori le possibilità di ammalarsi si riduca quasi a scomparire.

Ma di fronte alla depressione, alla martellante condizione di guardare il futuro con i vetri oscurati di inesistenti lenti che riducono la visuale prossima allo zero, avvolti dalla nebbia dei ricordi, impossibilitati a concentrarsi, incapaci a volte anche di prendere decisioni importanti o elementari, come fino a poco prima riuscivamo a fare, incapaci di godere di una buona qualità del sonno, eccessivo in certi casi, a causa spesso dei tanti ansiolitici assunti, eccessivamente ridotto e qualitativamente scadente in altri casi e, per di più costellato da incubi ricorrenti, da ansie notturne; come si può pensare che la persona depressa possa immaginare di guarire da quella condizione e come si può credere che riesca ad immaginarsi malata se alla fine, sintomi a parte, il suo organismo è apparentemente sano?

Ecco perché la depressione spaventa più del cancro, perché, anche se sembra paradossale ciò che si dirà, per lo meno il cancro se non curato o giunto nelle forme terminali uccide, la depressione no, proprio quando qualcuno vede proprio nel fine vita la soluzione di tutti i propri problemi, ma quel fine vita spesso non arriva, se non indotto dal diretto interessato dal problema che in certi casi, arriva persino ad anticiparlo con istinti suicidari che a volte, ahinoi…. riescono anche!

Certo, non è possibile neanche immaginare il pianeta depressione con tale pessimismo nel delinearne i contorni, sta di fatto e non ci si stancherà mai di ripeterlo, che oggi di depressione si guarisce, solo se la smettiamo di considerarlo uno stato del singolo individuo, passeggero, capace di cambiare in meglio con una salutare “bevuta al bar” fra amici o parenti affettuosi; la depressione si cura, quasi nel 98% dei casi, così come si curano le recidive, ma la malattia mentale che tale è, deve essere affrontata dallo specialista psichiatra e quando indichiamo questo medico, smettiamola anche di considerarlo lo specialista delle sole ” follie ” mentali, perché la depressione e tutto quanto vi sta intorno si cura in primis con i farmaci ed occorre una figura specializzata per prescriverli, poi si interviene sull’ambiente in cui vive il soggetto ed in questo preziosa è anche l’opera della psicoterapia affidata a mani esperte come quelle dello psicologo clinico; per curare la depressione non serve l’amico o l’amica del cuore, il compagno o la compagna sempre pronto/a a capirti; serve solo il medico ed eventualmente anche tute le figure summenzionate!

Si comprende bene che se tanto importante è la malattia, tanto grandi sono le apprensioni della gente, donne in primis, di fronte al rischio di ammalarsi di depressione che in forma larvata, lieve, ma che non va neanche sottovalutata, ha un’incidenza sempre più elevata nella nostra epoca, nei Paesi maggiormente sviluppati e le motivazioni che non affronteremo neanche, sono molteplici e si annida nella mente di tantissime donne, con tutto il carico di sofferenza di cui è capace la malattia, al punto che nel nostro Paese parrebbe che a soffrire di depressione siano non meno di sei donne su dieci che possono testimoniare che in un preciso momento della propria vita hanno avuto a che fare con forme simil depressive; tali donne per lo più vivono nei grandi centri urbani.

Tanto temuta è la depressione dalla donne che quasi sei donne su dieci ne hanno timore pur non conoscendola direttamente ma solo per aver, chissà, affrontato la malattia soccorrendo un loro familiare o amica che sia, la dimostrazione di quanto paura faccia tale patologia mentale la danno anche le indagini che si sono fatte sulla popolazione dove si evince che ferma la percentuale di cui sopra, le stesse persone “interrogate” sulla paura di poter contrarre il cancro al seno sono diminuite di numero scendendo al 24,2%. E la paura di potersi ammalare di depressione non è ubiquitaria in tutte le fasce d’età, soprattutto quando si chiede alle intervistate di esprimere giudizi sull’efficacia delle eventuali terapie; visto che su cento donne di età compresa fra 30 e 39 anni la percentuale di quelle che non credono possibili cure mirate sono 78 donne che sfiorano le 82 al variare dell’età, in questo caso compresa fra 40 e 49 anni e per quelle donne che hanno superato i 50 anni di età, almeno 70 su cento è scettica e ha poca fiducia delle terapie.

Sono questi i dati emersi da un`indagine su oltre mille donne presentata Roma dall`osservatorio nazionale sulla salute della donna (O.N.Da) in occasione del convegno “Depressione: impariamo a combatterla”.

Eppure, come detto, esistono eccome i farmaci per uscire dal tunnel, ma purtroppo, ancora oggi, 40 donne su cento non credono affatto sull’efficacia di tali presidi terapeutici, solo 16 donne su cento li considera molto efficaci, visto che 83 donne su cento giudica molto più efficace la terapia psicologica. Insomma, le donne ritengono che i farmaci attualmente disponibili abbiano solo effetti limitati nel tempo senza risolvere le cause principali della depressione. E proprio chi conosce la malattia assegna un giudizio più basso rispetto a chi non l`ha mai incontrata.

Di fronte a tali numeri, circa l’aspettativa di successi terapeutici da parte del mondo femminile, è scoraggiante assistere a come nemmeno la medicina sia stata in grado negli ultimi decenni a creare le giuste aspettative di guarigione nei malati o in chi teme la malattia, complice anche un modo di guardare alla depressione come ad un ineluttabile “castigo di Dio” che una volta giunto è difficile o quasi impossibile da sradicare.

Per lo meno, oggi più di un tempo, le donne riconoscono i sintomi della malattia ed è gia qualcosa, visto che il 40,3% li sa riconoscere e sa quanto è importante agire tempestivamente. Il punto di riferimento rimane il medico di famiglia (29% delle donne) seguito dai famigliari (23%), psicologo (15%) e psichiatra (13%).

Leggi l’articolo completo

Pubblicato da Giuliano in Farmaci, In Evidenza, Malattie, Psicologia, Salute Donna.
Giovedì, 6 Maggio 2010.

Al di là della depressione

“Nel mezzo del cammin di nostra vita,

mi ritrovai per una selva oscura,

che la diritta via era smarrita”

“Tutti gli uomini e le donne che hanno superato la depressione stanno a testimoniare che esiste una via di scampo e che è possibile imboccarla.
Per coloro che si sono perduti nella selva oscura, e hanno conosciuto la sua indicibile agonia, il ritorno dall’abisso è paragonabile all’ascesa del Poeta, che procede, passo dopo passo sempre più su, lasciandosi alle spalle le tenebrose profondità dell’inferno e alla fine, emergendo “nel chiaro mondo”.
Tutti coloro che hanno ritrovato la salute, hanno quasi sempre ritrovato anche la capacità  di essere sereni e felici, un compenso sufficiente per aver affrontato gli spettri di una disperazione al di là di ogni disperazione.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Tratto da “Un’ oscurità trasparente ” di  William Styron

Chi non festeggia l’8 marzo

Oggi si festeggiano le donne, ma la condizione femminile nel mondo resta tragica. Ogni anno 536 mila muoiono per complicazioni legate alla gravidanza, la maggior parte nei Paesi poveri, e circa 68 mila per essersi sottoposte ad aborti non sicuri. In Cina e India, la mortalità delle bambine sotto i 5 anni è doppia rispetto ai coetanei. In condizioni di ristrettezza le famiglie preferiscono allevare figli maschi. In Europa le donne sono sicuramente più fortunate, ma si alza il rischio di disturbi mentali, soprattutto la depressione, e aumenta chi sceglie stili di vita non salutari. Penalizzate nella carriera e sul fronte delle retribuzioni, sulle loro spalle grava il peso maggiore del lavoro non retribuito: la cura dei figli, degli anziani e le faccende domestiche.

Il Rapporto 2010 sulla salute delle mamme stilato dall’Associazione italiana donne e sviluppo (Aidos), ActionAid e Centro di educazione sanitaria e tecnologie appropriate (Cestas) dimostra il ritardo sugli obiettivi previsti dalla comunità internazionale che prevede una riduzione di 3/4 della mortalità materna e l’accesso alla salute riproduttiva nei Paesi in via di sviluppo entro il 2015.

«Con i 600 milioni di euro sprecati per il G8 a La Maddalena – denuncia Daniela Colombo, presidente di Aidos – si sarebbero potuti finanziare per 4 anni 1.500 consultori per la salute sessuale e riproduttiva, coprendo a esempio l’intera popolazione dell’Uganda, 30 milioni di donne e uomini». Manca un equilibrio nella gestione, sottolinea il Rapporto, il 75% dei fondi per l’assistenza alla popolazione e per la salute riproduttiva nel 2007 sono stati orientati principalmente verso attività di controllo delle malattie a trasmissione sessuale, tra cui l’Hiv.

L’Oms evidenzia un vantaggio biologico delle donne sugli uomini: vivono almeno sei anni in più di loro, però questo “bonus” naturale viene bruciato dalle condizioni in cui in ogni parte del mondo le donne si trovano a vivere. Il gap nei Paesi avanzati è rappresentato dalle condizioni lavorative: ovunque le donne non raggiungono i livelli di reddito degli uomini, a parità di situazione. Lo stesso accade in ambito sanitario: in tutto il mondo le donne rappresentano la spina dorsale dell’assistenza, ma il loro ruolo è poco riconosciuto e scarsamente retribuito.

Commento della D.sa D. Grazioli.

Forse è proprio questa la forza delle donne: la capacità di aprire il loro cuore alla gioia malgrado tutto.

Depressione, le donne la temono più del tumore

MILANO - Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un’italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una su quattro. Un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale sulle donne e la depressione, promossa dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all’Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.

LE RAGIONI - Perché tanta paura? «Le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l’ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure», risponde Francesca Merzagora, presidente di ONDa. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Anche una revisione di studi che hanno coinvolto oltre 700 pazienti, condotta dall’università della Pennsylvania e pubblicata a gennaio su Jama, ha alimentato dubbi, ipotizzando che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi più gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. «Nelle depressioni di grado lieve, farmaci e psicoterapia si equivalgono; talvolta è più utile la psicoterapia — commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze all’ospedale Fatebenefratelli di Milano —. In caso di depressione moderata o grave gli antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi e in un altro 36% vede l’entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all’80%». Questo le donne non l’hanno capito: molte certo ricorrerebbero alla psicoterapia, benvista dall’85% delle intervistate, o ai gruppi di auto-aiuto, che riscuotono la fiducia dell’80%. Solo una su due, però, crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati li apprezza un pò di più.

SOLO LA METÀ SI CURA - «Poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Così, a un mese dall’inizio delle cure il 30% ha già gettato la spugna e solo uno su tre segue la cura quanto e come si deve — spiega Mencacci —. Nelle donne accade anche perché per motivi biologici c’è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l’età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato: da qui le ricadute, gli insuccessi, la sfiducia. E la paura». Leggendo i dati raccolti da ONDa c’è però qualcos’altro che balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa per essere malate. Ancora lo stigma? «Purtroppo sì — risponde lo psichiatra —. Le donne, che della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di un’altra patologia “tangibile”. Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa». Tanto che spesso scelgono di non parlarne con nessuno: nel 2010, una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. E non guarisce da una malattia che si può e si deve curare.

La lettura come cura

La lettura come cura. Per esempio della depressione. O preziosa alleata in un momento di sofferenza. Gli esperti consigliano saggi e romanzi, soprattutto i classici. E indicano a quali condizioni può funzionare.

«La società attraversa un momento di malessere e c’è anche una crescente sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di sviluppare percorsi di ricerca personale. Il libro ci appare come un amico in grado di “prenderci per mano” e aiutarci a trovare ciò che cerchiamo», spiega la psicologa Barbara Rossi, curatrice di un testo di recente pubblicazione sul tema, Biblioterapia (Edizioni la Meridiana). Soprattutto in Gran Bretagna, un numero crescente di pazienti esce dai servizi di salute mentale non con una ricetta, ma con il titolo di un manuale che dovrebbe alleviare ansia, depressione o altri disturbi. E ci sono anche studi scientifici, come quelli apparsi sulla rivista Behaviour Research and Therapy o sul Journal of Clinical Psychology, che mostrano come la lettura giusta possa avere effetti terapeutici. In Inghilterra è stata addirittura compilata una lista di 35 testi giudicati efficaci almeno come primo intervento, in attesa di avviare una terapia. «Un po’ ovunque stanno nascendo opportunità per utilizzare i libri nei momenti difficili. C’è un consenso diffuso sul fatto che siano utili», spiega Rossi. «Alcuni studi mostrano che quando leggiamo si attivano nel nostro cervello le aree deputate ad analizzare le immagini. Possiamo pensare dunque che la lettura ci aiuti a recuperare competenze psichiche che ci aiutano a risolvere i nostri problemi».
«Mi capita, quando possibile, di suggerire letture al posto dei farmaci», aggiunge Andrea Bolognesi, psichiatra e omeopata. «Oggi si tende a medicalizzare il malessere esistenziale, affrontando paure e disagi a colpi di farmaco. In casi come questi ho ottenuto buoni risultati con i libri». Non c’è bisogno di affrontare una terapia per trarre giovamento dalla lettura, ma una guida esperta può essere di aiuto. «Si può leggere per svago, per pensare, per imparare cose nuove o per stare meglio. Se la lettura è intesa come una cura, dobbiamo ricordarci che non può sostituire un rapporto terapeutico», spiega Rossi. «Capita invece che la lettura di un libro e la psicoterapia possano arricchirsi e potenziarsi, e quindi diventare un importante mezzo per il proprio benessere».
«Essendo un insegnante, propongo i libri non come terapia ma come percorso esistenziale, “cura” nel senso in cui usavano questo temine classici come Seneca. Per cercare di sviluppare l’empatia, imparare a mettersi al posto dell’altro», spiega Manuela Racci, docente presso la cattedra on-line di Biblioterapia di Accademia-Opera a Roma. Riconoscersi in altre storie può aiutare a mettere la propria vicenda in prospettiva: «Il libro è un incontro-confronto con un altro diverso da noi», spiega Rossi. «Vedere come altri hanno risolto la nostra stessa difficoltà ci aiuta a ritrovare la speranza e la motivazione a provarci». Può farci sentire meno soli (non sono l’unico a vivere certe esperienze), o semplicemente distrarci, magari fornire suggerimenti utili. In particolare se la lettura è affiancata dal lavoro con un terapeuta. «C’è chi costruisce da solo un proprio percorso di crescita attraverso le letture», spiega Bolognesi. «In terapia, quando ci sono difficoltà esistenziali che non possono essere superate autonomamente, i libri possono aiutare a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, agevolare e arricchire il rapporto terapeuta/paziente: attraverso la lettura emergono temi che una persona avrebbe difficoltà ad affrontare spontaneamente».