Mobbing e lavoro: sapere cos’è per affrontarlo

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Mobbizzato sarà lei! In Italia, in un mercato del lavoro sempre più globale e flessibile, si sta assistendo negli ultimi anni a un aumento di conflitti relazionali che, se mal gestiti, possono portare alla comparsa di episodi disfunzionali riconducibili al mobbing (Ege, 1998; ISPESL, 2008). La parola “mobbing”, che tradotta dall`inglese “to mob” nella lingua italiana significa “assalire in massa“, venne utilizzata per la prima volta dall` etologo Konrad Lorenz per indicare il comportamento di alcuni animali contro un membro del loro gruppo al fine di escluderlo (Dell`Olivo, 2007). In Italia il fenomeno è stato studiato scientificamente, nell`ambito della psicologia del lavoro, con la pubblicazione nel 1996 del primo libro dedicato espressamente all`argomento, scritto da Harald Ege, Psicologo del lavoro e ricercatore tedesco residente nel nostro paese, che in un suo scritto successivo ha descritto il mobbing come “una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in constante progresso in cui, tramite violenza psicologica, una o più vittime vengono costrette ad esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi che hanno lo scopo di danneggiare i canali di comunicazione, il flusso di informazioni e la professionalità delle vittime” (Ege, 2001).

Dall`analisi della letteratura corrente in materia non si riscontra una definizione univoca di mobbing, né gli autori sono concordi sul fatto che possano esistere nelle vittime alcune caratteristiche di personalità predisponenti: trattandosi di un fenomeno dalle molteplici sfaccettature, le varie definizioni e ipotesi risentono del punto di vista di chi le esprime. Tuttavia, le caratteristiche psicologiche del mobbizzato che emergono più frequentemente dalle indagini sull`individuazione delle personalità più inclini a subire persecuzioni morali, evidenziano che sono quelle di una persona scrupolosa, sensibile tanto ai riconoscimenti quanto alle critiche, con uno spiccato senso di giustizia, rigida, ostinata, con elevato senso del dovere, il soggetto che i superiori notano più facilmente, ma anche quello che più spesso infastidisce (Gilioli, 2001).

Questo articolo vuole essere un tentativo di riflessione su un fenomeno talvolta inconsapevolmente utilizzato da parte di coloro che, per motivi che andrò a illustrare, viene enfatizzato a scopo di rivalsa nei confronti di una realtà professionale diventata insostenibile dalla loro organizzazione di personalità. Il costrutto di “organizzazione di personalità” sottolinea la stretta interdipendenza tra dominio emotivo e dominio cognitivo, che ha alla base un articolato modello dell`organizzazione del Sé (Guidano e Liotti, 1983). Per meglio comprendere dobbiamo pensare alla nostra organizzazione di personalità come se fosse simbolicamente la colonna vertebrale del nostro corpo, che ci sostiene e ci permette di effettuare una serie di attività e di movimenti. Conoscere le articolazioni e quali movimenti possiamo o non possiamo fare ci permette di diventare, se vogliamo, atleti sempre più performanti. Lo scarso esercizio fisico ci rende invece sempre meno efficienti e tende a irrigidirci in movimenti sempre più limitati.

Nella riflessione sul sé, si riordina il flusso di esperienza in modo coerente con i principi che regolano la propria organizzazione di personalità. Laddove questo processo sia ostacolato, come accade nel caso di esperienze discrepanti rispetto al senso di sé, oppure di ridotte capacità di regolazione emozionale, il senso di coesione può risultare alterato. In questo caso la difficoltà emerge con il manifestarsi di sintomi psicopatologici. Bene, dopo alcune informazioni accademiche siamo ora pronti a dare un nome a questa organizzazione di personalità: “organizzazione ossessiva“.

Tale struttura si riferisce a individui che presentano un senso di sé costruito attraverso una continua selezione tra polarità opposte, in accordo a un sistema astratto di regole di riferimento. In questi individui il senso di sé si basa tipicamente sulle loro capacità di controllare il pensiero, le emozioni e il comportamento. Essi tipicamente percepiscono un senso di sé dicotomico ogniqualvolta avvertono un`attivazione emotiva caratterizzata da ambiguità o mancanza di coerenza con il loro sistema di regole di riferimento (Guidano e Liotti, 1983), dove il controllo diventa quindi il loro meccanismo di base, percependo come “minaccioso” tutto ciò che sfugge a questo meccanismo di difesa e non si riesce quindi a controllare/dominare le situazioni. Le persone cercano quindi di controllare l`incontrollabile, esponendosi e predisponendosi a quelle dinamiche di svilimento ed inadeguatezza che emergono nella pratica clinica in soggetti rigidi e poco flessibili ai cambiamenti, ad esempio cambio della dirigenza, cambio delle mansioni o del luogo di lavoro. Tali cambiamenti sono spesso vissuti come demansionamento, svuotamento delle proprie competenze professionali, affronti e quant`altro, che spesso trovano spiegazione in una capacità di adattamento ridotta. In soggetti con un`organizzazione ossessiva di personalità, caratterizzati da una spiccata abitudine alla razionalizzazione, con un Io rigido, si incontrano facilmente gravi difficoltà nella gestione di situazioni complesse, soprattutto qualora queste generino la compresenza di istanze diverse dentro di sé, quali l`ambivalenza delle richieste lavorative, rispetto ai propri valori e alla propria struttura di personalità. La tendenza ad affrontare le situazioni in stato di allerta, con atteggiamento di autoprotezione, impiegando scarsamente le risorse affettive disponibili e la marcata rigidità difensivo-razionale espongono a una gestione di sé poco efficace ed adeguata, con inevitabili ripercussioni interpersonali, che vanno ad aggravare ulteriormente la conflittualità lavorativa.

In un mondo dove il lavoro ha come denominatore comune la precarietà e difficoltà da parte di entrambe le categorie, dipendenti e datori di lavoro (anche i più radicali difensori dei lavoratori hanno capito che gli interessi di uno sono gli interessi dell`altro), il denominatore comune dovrebbe essere il confronto e l`adattamento. Non sempre però, le cose vanno come si vorrebbe: sono le persone più flessibili a trarre il meglio dagli ambienti lavorativi, persone che dopo il lavoro hanno momenti di svago come famiglia ed amici, dove ricercare momenti di svago, fonte di appagamento e dove il lavoro rappresenta uno di questi momenti e non “il momento”. Determinante appare quindi il ruolo della personalità e della sua comprensione, sulla quale è possibile lavorare con interventi mirati di psicoterapia, finalizzati a potenziare la capacità di adattamento, per il superamento della situazione di sofferenza.

La “selva dei suicidi” nell’Arma: 300 in venti anni

soldato

Una questione ardua da affrontare, casi spinosi da risolvere. I suicidi nei comparti di Pubblica Sicurezza tendono inesorabilmente ad aumentare. Un’incredibile ondata di morti violente si è abbattuta sulla nostra penisola e a far scalpore, sulle pagine della cronaca nera, non sono comuni cittadini ma uomini della polizia, carabinieri e Gdf.

Il richiamo del titolo al Canto dedicato da Dante a “La selva dei suicidi”, (Inferno, Canto XIII ) è un’aperta provocazione nei confronti di coloro che, spinti da varie ragioni, sono pronti ad etichettare un suicidio di appartenenti alle forze di pubblica sicurezza, come una semplice fuga da problemi di ordine familiare e mai critici nel ricondurlo a qualsivoglia forma di tensione all’interno dell’ambiente lavorativo.

DISTURBI PSICHICI – Migliaia di uomini, appartenenti a questi settori del pubblico impiego, soffrono di disturbi nervosi e sono costretti a ricorrere a cure di specialisti per alleviare il peso di fratture psicologiche difficilmente sanabili nel silenzio della propria intimità.

Il riserbo rispetto ai singoli casi e ai dati statistici è fitto poiché, nel caso di morti sospette, si procede sul filo del rasoio col timore di scoprire qualche misterioso altarino ma anche con la consapevolezza che le famiglie degli scomparsi chiedono ragioni attendibili e non verità di comodo.

La cronaca di febbraio testimonia un’ulteriore perdita all’interno di questa escalation luttuosa: un poliziotto di quarantuno anni si suicida all’interno della scuola allievi agenti di via Casal Lumbroso a Roma, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola d’ordinanza. Unico motivo ipotizzato: “possibile depressione per motivi personali”. I casi di questo genere negli ultimi anni sono davvero numerosi, i luoghi quanto mai disparati, i suicidi legati al mondo militare o quello delle altre forze armate ma quali sono i motivi addotti a causa scatenante?: “possibile depressione per motivi personali”.

Forse è proprio qui che qualcosa vacilla…Come è possibile che non ci si interroghi più profondamente sulle cause dei suicidi, nonostante in polizia siano 600-700 gli agenti con diagnosi psichiche, tra i carabinieri siano almeno 3.500 (come afferma un dossier ad uso interno dell’arma) e stime varie contemplino un altrettanto cospicuo numero di finanzieri?.

La domanda naturalmente è retorica. Il perché delle vane inchieste messe subito a tacere lo conosciamo bene e sappiamo anche che termini come prevaricazione, abuso, sopruso, angheria hanno molto spesso un drammatico collegamento con reazioni estreme come il suicidio. Infatti in vari casi di morte violenta molti individuano episodi di “mobbing” quali espressioni di violenza psicologica attuati deliberatamente in un ambiente lavorativo, a scapito di uno o più soggetti.

Konrad Lawrence, psicologo svedese fu il primo a parlare di “mobbing” e nei suoi studi di etologia espose la possibilità che esso si estendesse ad ogni settore della nostra vita. Così è stato anche per le forze armate. Carlo Lucarelli, scrittore ed autore Tv, nel suo ultimo romanzo crea una cruda similitudine tra le sei morti di operatori di polizia verificatesi in Versilia ed i suicidi che avvenivano tra i legionari segregati negli avamposti in Marocco.

Lucarelli riconduce entrambe i tipi di suicidi al motivo comune del “cafard ” quale insieme di disperazione causata da varie ragioni, noia, stress e spirito di auto distruzione che spinge irresistibilmente a dare un taglio alla vita. In realtà la sua analisi è una vera pulce nell’orecchio poiché anche se non si tratta dei fortini della Legione straniera, in Italia si muore, o meglio ci si suicida come hanno fatto vari poliziotti di stanza a Forte dei Marmi, a Firenze, a Roma e altrove.

Ora, al di là dei casi specifici che popolano le nostre cronache, ci troviamo di fronte ad un fenomeno diffusissimo e le statistiche sono (quando consultabili) un utile strumento di analisi di questo flagello.

I DATI UFFICIALI – Dati ufficiali del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri chiariscono quanto sia drammatica la questione dei suicidi nell’Arma: dal 1978 al gennaio 2000 ben 293 militari si sono uccisi in ambienti appesantiti da comportamenti opprimenti e vessatori .

Purtroppo le morti col tempo perdono il loro volto ma fortunatamente, di questi eventi tragici, rimane il valore simbolico quale monito di una costante ricerca che dovrebbe essere intrapresa per interrogarci criticamente sulle cause che hanno determinato tali gesti definitivi.

Per tale ragione e vista la gravità della situazione sarebbe necessario che tutti gli operatori del comparto di Pubblica Sicurezza convergessero sulla reale necessità di inserire nell’organico numerosi psicologi che, rispettando le leggi sanitarie e sulla privacy, possano predisporre cure efficaci per tutti quei lavoratori affetti da patologie neurologiche e depressive.

Per ricondurci a Dante che molti di noi hanno abbandonato sui banchi del liceo non possiamo non citarlo quale uno dei più antichi testimoni di un particolare caso di “mobbing“: Pier della Vigna che visse fra il 1190 ed il 1294, proprio come molti poliziotti, carabinieri e finanzieri fu spinto al suicidio a causa delle pressioni psicologiche cui venne sottoposto dopo esser stato accusato ingiustamente di congiura e tradimento nei confronti di Federico II, presso la cui corte prestava servizio. Così, in realtà, Pier delle Vigne non fu altro che una vittima innocente, simbolo della giustizia oppressa e vilipesa proprio come molti lavoratori di Pubblica Sicurezza che hanno perso la vita a causa del silenzio e dell’omertà che li attorniava.