Più frutta e verdura allontanano ansia e depressione

Mangiare tanta frutta e verdura contribuisce ad allontanare ansia, depressione e disturbi di cuore. E’ quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Melbourne, coordinati da Felice Jacka. Gli scienziati hanno seguito per 10 anni ben 1.046 donne, di età compresa tra i 20 e i 93 anni, con una serie di test sulla dieta, sulla salute fisica e mentale, e con analisi di laboratorio.

Ebbene, è emerso che una dieta cattiva porta a scompensi psichici attraverso un’infiammazione sistematica dell’organismo. Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Psychiatry, dimostra come i problemi mentali siano molto più frequenti in donne che abusano di cibi grassi o altamente raffinati.

Commento della dott. Grazioli

“Mens sana in corpore sano”, dicevano gli antichi, e nessuno li ha mai contradetti. A volte mi chiedo perchè si spenda tanto denaro per fare ricerche il cui esito è già limpido e chiaro.

Matrimonio tomba dell’amore? No combatte ansia e stress

matrimonio

Sarà pure la tomba dell’amore, ma certo il matrimonio non nuoce alla salute. In barba ai detrattori della vita a due, convolare a nozze fa bene alla salute, riducendo i rischi di ansia e depressione. La buona notizia per chi è in odore di altare arriva da uno studio condotto su circa 35 mila persone di 15 differenti Paesi. Ma attenzione, avvisano gli studiosi capitanti da Kate Scott dell’università neozelandese dell’Otago, se l’idillio finisce allora sono guai. Se un’unione arriva al capolinea o il coniuge perde la vita, infatti, il rischio di soffrire di problemi di salute mentale lievita pericolosamente.
La ricerca, che ha guadagnato le pagine del British Journal of Psychological Medicine, è basata su sondaggi condotti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) negli ultimi 10 anni. E rivela che una fede all’anulare fa bene alla salute di lei ma anche a quella di lui, a differenza di quanto indicato da precedenti studi. Ma se il matrimonio naufraga il pericolo di cadere nel ‘male oscuro’ è maggiore per lui, mentre lei è più a rischio abuso di alcol e droghe

.

“Abbiamo potuto analizzare – spiega Scott – cosa accade alla salute mentale per chi è alle prese con il matrimonio, attuando un confronto sia con chi non si è mai sposato sia con i casi in cui l’unione è finita. Ciò che rende unica e più solida questa indagine – fa infine notare la ricercatrice – è il fatto che il campione è estremamente vasto e comprende tanti Paesi. Inoltre ci consente di disporre di dati non solo sulla depressione, ma anche sull’ansia e sui disturbi da abuso di sostanze”.

Mobbing e lavoro: sapere cos’è per affrontarlo

7861

Mobbizzato sarà lei! In Italia, in un mercato del lavoro sempre più globale e flessibile, si sta assistendo negli ultimi anni a un aumento di conflitti relazionali che, se mal gestiti, possono portare alla comparsa di episodi disfunzionali riconducibili al mobbing (Ege, 1998; ISPESL, 2008). La parola “mobbing”, che tradotta dall`inglese “to mob” nella lingua italiana significa “assalire in massa“, venne utilizzata per la prima volta dall` etologo Konrad Lorenz per indicare il comportamento di alcuni animali contro un membro del loro gruppo al fine di escluderlo (Dell`Olivo, 2007). In Italia il fenomeno è stato studiato scientificamente, nell`ambito della psicologia del lavoro, con la pubblicazione nel 1996 del primo libro dedicato espressamente all`argomento, scritto da Harald Ege, Psicologo del lavoro e ricercatore tedesco residente nel nostro paese, che in un suo scritto successivo ha descritto il mobbing come “una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in constante progresso in cui, tramite violenza psicologica, una o più vittime vengono costrette ad esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi che hanno lo scopo di danneggiare i canali di comunicazione, il flusso di informazioni e la professionalità delle vittime” (Ege, 2001).

Dall`analisi della letteratura corrente in materia non si riscontra una definizione univoca di mobbing, né gli autori sono concordi sul fatto che possano esistere nelle vittime alcune caratteristiche di personalità predisponenti: trattandosi di un fenomeno dalle molteplici sfaccettature, le varie definizioni e ipotesi risentono del punto di vista di chi le esprime. Tuttavia, le caratteristiche psicologiche del mobbizzato che emergono più frequentemente dalle indagini sull`individuazione delle personalità più inclini a subire persecuzioni morali, evidenziano che sono quelle di una persona scrupolosa, sensibile tanto ai riconoscimenti quanto alle critiche, con uno spiccato senso di giustizia, rigida, ostinata, con elevato senso del dovere, il soggetto che i superiori notano più facilmente, ma anche quello che più spesso infastidisce (Gilioli, 2001).

Questo articolo vuole essere un tentativo di riflessione su un fenomeno talvolta inconsapevolmente utilizzato da parte di coloro che, per motivi che andrò a illustrare, viene enfatizzato a scopo di rivalsa nei confronti di una realtà professionale diventata insostenibile dalla loro organizzazione di personalità. Il costrutto di “organizzazione di personalità” sottolinea la stretta interdipendenza tra dominio emotivo e dominio cognitivo, che ha alla base un articolato modello dell`organizzazione del Sé (Guidano e Liotti, 1983). Per meglio comprendere dobbiamo pensare alla nostra organizzazione di personalità come se fosse simbolicamente la colonna vertebrale del nostro corpo, che ci sostiene e ci permette di effettuare una serie di attività e di movimenti. Conoscere le articolazioni e quali movimenti possiamo o non possiamo fare ci permette di diventare, se vogliamo, atleti sempre più performanti. Lo scarso esercizio fisico ci rende invece sempre meno efficienti e tende a irrigidirci in movimenti sempre più limitati.

Nella riflessione sul sé, si riordina il flusso di esperienza in modo coerente con i principi che regolano la propria organizzazione di personalità. Laddove questo processo sia ostacolato, come accade nel caso di esperienze discrepanti rispetto al senso di sé, oppure di ridotte capacità di regolazione emozionale, il senso di coesione può risultare alterato. In questo caso la difficoltà emerge con il manifestarsi di sintomi psicopatologici. Bene, dopo alcune informazioni accademiche siamo ora pronti a dare un nome a questa organizzazione di personalità: “organizzazione ossessiva“.

Tale struttura si riferisce a individui che presentano un senso di sé costruito attraverso una continua selezione tra polarità opposte, in accordo a un sistema astratto di regole di riferimento. In questi individui il senso di sé si basa tipicamente sulle loro capacità di controllare il pensiero, le emozioni e il comportamento. Essi tipicamente percepiscono un senso di sé dicotomico ogniqualvolta avvertono un`attivazione emotiva caratterizzata da ambiguità o mancanza di coerenza con il loro sistema di regole di riferimento (Guidano e Liotti, 1983), dove il controllo diventa quindi il loro meccanismo di base, percependo come “minaccioso” tutto ciò che sfugge a questo meccanismo di difesa e non si riesce quindi a controllare/dominare le situazioni. Le persone cercano quindi di controllare l`incontrollabile, esponendosi e predisponendosi a quelle dinamiche di svilimento ed inadeguatezza che emergono nella pratica clinica in soggetti rigidi e poco flessibili ai cambiamenti, ad esempio cambio della dirigenza, cambio delle mansioni o del luogo di lavoro. Tali cambiamenti sono spesso vissuti come demansionamento, svuotamento delle proprie competenze professionali, affronti e quant`altro, che spesso trovano spiegazione in una capacità di adattamento ridotta. In soggetti con un`organizzazione ossessiva di personalità, caratterizzati da una spiccata abitudine alla razionalizzazione, con un Io rigido, si incontrano facilmente gravi difficoltà nella gestione di situazioni complesse, soprattutto qualora queste generino la compresenza di istanze diverse dentro di sé, quali l`ambivalenza delle richieste lavorative, rispetto ai propri valori e alla propria struttura di personalità. La tendenza ad affrontare le situazioni in stato di allerta, con atteggiamento di autoprotezione, impiegando scarsamente le risorse affettive disponibili e la marcata rigidità difensivo-razionale espongono a una gestione di sé poco efficace ed adeguata, con inevitabili ripercussioni interpersonali, che vanno ad aggravare ulteriormente la conflittualità lavorativa.

In un mondo dove il lavoro ha come denominatore comune la precarietà e difficoltà da parte di entrambe le categorie, dipendenti e datori di lavoro (anche i più radicali difensori dei lavoratori hanno capito che gli interessi di uno sono gli interessi dell`altro), il denominatore comune dovrebbe essere il confronto e l`adattamento. Non sempre però, le cose vanno come si vorrebbe: sono le persone più flessibili a trarre il meglio dagli ambienti lavorativi, persone che dopo il lavoro hanno momenti di svago come famiglia ed amici, dove ricercare momenti di svago, fonte di appagamento e dove il lavoro rappresenta uno di questi momenti e non “il momento”. Determinante appare quindi il ruolo della personalità e della sua comprensione, sulla quale è possibile lavorare con interventi mirati di psicoterapia, finalizzati a potenziare la capacità di adattamento, per il superamento della situazione di sofferenza.

LA PAURA DEL VIRUS O IL VIRUS DELLA PAURA? IL CASO A H1/N1

virus-suino

Fino a qualche tempo fa, nessuno avrebbe immaginato di portarsi in tasca o in borsa un presidio medico chirurgico antibatterico e disinfettarsi le mani per strada. Ne, tanto meno, che le scuole richiedessero a bambini di non abbracciarsi con i proprio compagni di scuola, come profilassi obbligatoria per questioni cautelari. Eppure, queste sono oggi scene di vita quotidiana, che non solo non ci sorprendono, ma che reputiamo necessarie per la nostra sicurezza. Questo ed altro in tempi di Influenza A H1/N1. Non c’è dubbio che l’argomento sia inflazionato e che chiunque ne abbia sentito già parlare, ma forse, in meno sanno cosa davvero sia questo virus. Senza dover scendere troppo nel tecnico, il che renderebbe la cosa difficilmente comprensibile, si deve sapere che la famosa sigla A H1/N1 non  è altro che  una sorta di codice che permette di classificare il virus. La lettera A ne identifica il tipo, ossia la famiglia di appartenenza, H1 è il recettore della cellula alla quale il virus si attacca e N1 è l’enzima della cellula attaccata, che libera i nuovi prodotti del virus. Anche se inizialmente questa definizione può apparire criptica o complessa, ci permette di evincere che il virus, aggredendo le cellule, fa si che queste producano anticorpi per combatterlo, costringendolo a modificarsi di volta in volta. La sigla quindi ne classifica il tipo e gli annovera determinate proprietà. Sono proprio gli esperti, infatti, a dirci che questo tipo di virus è circoscrivibile in una serie di altri che hanno la stessa – se non minore – pericolosità di un’influenza stagionale.

Senza ulteriormente caricare di tediosità la descrizione, va considerato quindi, che tutti i virus hanno per proprietà intrinseca la mutevolezza e che per questo, sono tutti egualmente contraibili con facilità. Un ulteriore passo renderebbe il tutto troppo tecnico ma la domanda latente che attanaglia tutti nel dubbio è : quanto rischio si corre? La risposta è poco, molto poco. La vera domanda da porsi è: perché è così tangibile nell’aria la paura per il virus dell’influenza suina. Ci sono varie scuole di pensiero a riguardo, di cui la principale è quella dei cospirazionisti. A loro detta, produrre paura è un modo per far produrre – e quindi vendere -  vaccini (costosi e superflui) per rimpinguare le casse delle case farmaceutiche. Per quanto probabile, sarebbe troppo pretenzioso, pretendere di discuterne in questa sede e tanto più arrogarsi il diritto di saperlo.”Le mamme non fanno altro che parlare di questo” dice la proprietaria di un noto negozio per bambini del centro; ” hanno i figli con l’influenza e sono preoccupatissime”. Aldilà delle normali premure che ogni madre nutre verso la propria prole, però, l’allarmismo generato dai canali  di informazione, sta provocando una sorta di isteria collettiva che non produce niente se non ansia ingiustificata.

Professori, medici, ministeri e organizzazioni internazionali fanno da spola nel rimbalzo di informazioni allarmiste e sottese al mero sensazionalismo. Come possono allora genitori, bambini, insegnanti e nonni non creder loro?!. Ovvio è che lo faranno. E’ così che si entra in quel circolo vizioso, per cui la vera viralità, più che al virus, va attribuita alla malainformazione. Così un disinfettante antibatterico per le mani diventa la panacea assoluta da erigere in difesa del contagio – che tra l’altro, eventualmente, necessiterebbe di antivirale per essere debellato -. La normale profilassi è più che sufficiente per non incappare nel contagio e anche laddove venisse contratto, può essere curato. I morti dell’influenza Suina sono solo 43, quando le cifre dei decessi per le comuni influenze stagionali, sono di gran lunga superiori. Quello che non viene considerato allora, è che la vera pericolosità del virus A H1/N1 è quella di aver contagiato di paura tantissime più persone di quelle che in realtà ha fatto ammalare veramente.

Il pensiero di un futuro incerto anticipa l’età dello stress

bart

Diciotto, vent’anni. L’età della spensieratezza, fino a qualche tempo fa. Cambiano i tempi, soffia il vento della crisi economica e nel 2009 questa è l’età dell’ansia: due under 25 su tre si sentono stressati e ansiosi almeno una volta alla settimana, rivela un’indagine condotta dal Rethink National Young Person’s Programme inglese. Un fenomeno di proporzioni ancor più preoccupanti nelle donne: una ragazza su tre dice di essere ansiosa per la maggior parte della settimana, o addirittura tutti i giorni. Perché con la disoccupazione che galoppa, la «generazione mille euro» dei precari a vita si scopre perfino più fragile: il 45% dei giovani fra 18 e 24 anni si preoccupa della carenza di soldi, uno su tre si sente sotto pressione al pensiero del lavoro che non c’è o è difficile da mantenere. Dati confermati dalla Sip, la Società Italiana di Psichiatria, che dedica al «mal di crisi» due eventi speciali durante il congresso nazionale che si apre oggi a Roma: secondo gli esperti, incertezza e precarietà aumentano del 30% l’incidenza dell’ansia.

«I ventenni sono più esposti perché vivono un momento fisiologico di insicurezza e ricerca dell’identità, che la crisi acuisce minando le certezze sul futuro e aumentando la competizione e il senso di inadeguatezza di chi si affaccia al mondo del lavoro» spiega Alberto Siracusano, presidente Sip e direttore del Dipartimento di neuroscienze al Policlinico Tor Vergata di Roma. E chi ha più di 25 anni non ha da stare allegro: le coppie di trenta-quarantenni con figli piccoli sono prede facili dell’ansia. Soprattutto le giovani mamme: si preoccupano del futuro dei bimbi, percepiscono di più le necessità familiari, tendono a trascurare i bisogni personali, così l’equilibrio psichico viene messo a dura prova. Col portafoglio che si svuota in un lampo, molti vivono sentendosi sul filo del rasoio: se questo disagio diventa cronico, il pericolo di conseguenze dannose per la salute mentale è concreto. Tanto che non è raro finire per ammalarsi di depressione con un rischio che sale quanto più a lungo si resta fuori dal mercato del lavoro. «Purtroppo i giovani non ammettono facilmente i disturbi, li considerano una debolezza — dice Siracusano —. Invece, riconoscendo il problema e cercando di risolverlo subito, la crisi e l’ansia che ne deriva possono essere un’opportunità di crescita per prendere in mano il proprio destino e cambiarlo: una psicoterapia in giovane età, ad esempio, può dare gli strumenti per affrontare la vita con maggior consapevolezza». Anche perché negando l’evidenza c’è il rischio di scivolare sempre più nella patologia. Non a caso in tempi di crisi aumentano i suicidi e le morti per abuso di alcol.

Manca la serotonina? L’amore è fast

Un farmaco contro eiaculazione precoce

L’amore sotto le lenzuola è troppo “veloce”? Potrebbe essere colpa di una concentrazione troppo ridotta di serotonina nel sangue. Proprio una insufficienza dei livelli di questa sostanza si sta dimostrando un elemento chiave nei processi che causano negli uomini l’eiaculazione precoce, il disturbo  sessuale più frequente nel maschio e presente nel 20% degli italiani tra i 18 e i 70 anni. In questi casi, la patologia è curabile con un nuovo farmaco, la dapoxetina.

Lo hanno reso noto gli esperti riuniti in occasione di un meeting dedicato al tema nell’ambito del progetto “Specialisti nel trattamento dell’eiaculazione precoce”. Secondo alcuni studi, il riflesso eiaculatorio compare in risposta a un’interazione complessa di stimoli fisiologici e psicologici nel cervello e nel sistema nervoso centrale in cui la serotonina riveste un ruolo chiave. Questo neurotrasmettitore infatti è in grado di controllare l’eiaculazione e la risposta sessuale maschile: se i livelli di serotonina a livello del sistema nervoso centrale aumentano, l’eiaculazione risulta inibita, mentre il disturbo è associato a una ridotta concentrazione di questa sostanza. L’”amore veloce”, insomma, non è solo un problema psicologico, ma fisiologico.

La soluzione terapeutica in questi casi punta sulla dapoxetina, un farmaco che agisce sulla serotonina, aumentandone la presenza dove serve, ossia nello spazio intersinaptico, con l’effetto di “allungare” i tempi dell’amore. Il primo farmaco approvato per il trattamento specifico del problema, è disponibile dallo scorso luglio su prescrizione medica nelle farmacie italiane. Il farmaco è stato anche già esaminato dagli specialisti della Società italiana di andrologia (Sia), la Società italiana di andrologia e medicina sessuale (Siams) e la Società italiana di urologia (Siu).

Parlare di eiaculazione precoce è ancora un tabù per molte persone: lo dicono, oltre il senso comune, anche le statistiche: solo il 66% di chi ne soffre ammette di aver avuto problemi con la partner, solo il 44% ammette significativi livelli di frustrazione. L’eiaculazione precoce non è un problema esclusivamente maschile: ”Infatti sia negli uomini sia nelle donne partner di uomini con Ep, questa condizione provoca ansia, rabbia, frustrazione, perdita dell’intimità, sentimenti che possono mettere a rischio la coppia”. Il 31% degli uomini ha una scarsa soddisfazione nei rapporti sessuali, le donne solo nel 38% dei casi si definiscono appagate. Per parlare del problema ha preso il via una campagna nazionale di sensibilizzazione (Eiaculazione precoce. Vogliamo parlarne?) presente anche su internet all’indirizzo www.eiaculazioneprecocestop.it.

Cancellare i ricordi traumatici

immagine.asp

Un nuovo tassello si aggiunge alla comprensione di fenomeni legati alla memoria. E’ noto che le esperienze traumatiche lasciano un segno, spesso indelebile, proprio a causa della grande emozione provocata dall’evento. I ricordi piacevoli non presentano l’intrusività e l’ossessività che caratterizzano quelli connessi a situazioni emotivamente stressanti. L’ipermemoria e l’ipervigilanza costituiscono un tratto distintivo della personalità dei soggetti traumatizzati, cosicché i ricordi dolorosi possono riattivarsi al minimo segnale associato al trauma, o ripresentarsi spontaneamente, in forma ricorrente, come flashback durante la veglia o incubi nel sonno.

Un deficit nell’estinzione di memorie spiacevoli è particolarmente importante riguardo alla paura e limita gli effetti dei trattamenti dei disturbi d’ansia. L’estinzione della paura implica le influenze inibitorie della corteccia prefrontale sull’amigdala (struttura del sistema limbico che rappresenta la sentinella delle emozioni, capace di rispondere prima della neocorteccia, ed eventualmente, di effettuare una sorta di “sequestro emozionale”). Proprio sulla struttura dell’amigdala si è concentrata l’attenzione di un gruppo di studio guidato da Nadine Gogolla, ricercatrice presso il Dipartimento di biologia cellulare e molecolare della Harvard University, individuando un processo che concorre alla permanenza dei ricordi paurosi. I risultati preliminari dello studio, condotto sui topi, sono stati pubblicati sulla rivista “Science”, con un approfondimento curato da Tommaso Pizzorusso, ricercatore all’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa.

La paura può essere indotta sperimentalmente in animali da laboratorio. L’ansia che viene appresa associando uno stimolo neutro che produce una sensazione inoffensiva (stimolo condizionato, ad esempio, il suono di un campanello o una gabbia bianca) con un rinforzo negativo (stimolo incondizionato, come una breve e leggera scossa elettrica a cui l’animale non può sottrarsi in alcun modo), è detta “paura condizionata”. Il processo opposto, l’estinzione della paura, è una tecnica che si basa sul decremento delle risposte alla paura quando si interrompe l’associazione tra lo stimolo condizionato e quello incondizionato, presentando ripetutamente lo stimolo condizionato senza farlo seguire dallo shock. E’ adesso comunemente accettata l’idea che l’estinzione rappresenti un nuovo apprendimento e non eradichi la preesistente memoria. Al contrario, la memoria originaria può ritornare spontaneamente, o può essere ripresa, se lo stimolo condiziononato viene presentato in contesti differenti da quello in cui il protocollo di estinzione è stato effettuato.

Le ricerche sugli animali hanno mostrato chiaramente che l’efficacia dell’apprendimento legato al processo di estinzione dipende dall’età. Nei soggetti giovani le memorie di eventi paurosi possono essere cancellate in maniera definitiva, mentre negli adulti il condizionamento alla paura induce la formazione di memorie resistenti al trattamento di estinzione. Queste osservazioni hanno suggerito l’ipotesi che le memorie di emozioni spaventose siano attivamente protette negli adulti. Il gruppo di ricerca ha dimostrato che la protezione è conferita dai proteoglicani di condroitin solfato (CSPGs) presenti nella rete perineuronale (una forma altamente strutturata di matrice extracellulare attorno ai neuroni inibitori) che costituisce l’impalcatura dell’amigdala.

Gli esperimenti sono stati condotti nei topi, durante il periodo postnatale (a 16 giorni e a 23 giorni dopo la nascita), e su topi adulti di tre mesi di vita. L’organizzazione dei CSPGs all’interno della rete perineuronale coincide con il periodo cruciale che segna il passaggio alla fase dello sviluppo (dall’età giovanile a quella adulta, intorno alla terza settimana di vita) in cui la memoria della paura diventa persistente. Se la matrice extracellulare è rimossa nell’amigdala di topi adulti tramite un enzima specifico, viene facilitata l’estinzione delle risposte alla paura condizionata, indicando che una rete perineuronale intatta media la formazione di memorie commesse alla paura resistenti all’eradicazione. Nadine Gogolla ha notato altresì che la degradazione chimica della matrice funziona nel cancellare i ricordi spiacevoli solo se viene effettuata prima del condizionamento alla paura e non agisce su quelli già esistenti. Ciò indica la possibilità che la presenza della rete protettiva modifichi il processo attraverso il quale i ricordi dolorosi vengono immagazzinati nel cervello. E’ un piccolo passo in avanti nella conoscenza della neurobiologia della paura, e potrà condurre alla messa a punto di farmaci utili a prevenire, se non a curare, i disturbi d’ansia, nei soggetti più vulnerabili.

Scoppia la “febbre da esami”

Tra allarmanti digiuni e notti insonni sui libri, in arrivo alcune strategie per superare al meglio la prova finale

studio01g

ROMA
Attacchi d’ansia, crisi di panico, notti insonni e metabolismo sfasato: ecco i «sintomi della febbre da maturità». Secondo il parere degli esperti, un rischio per l’esito degli esami, ma soprattutto per la salute degli studenti, che tendono a trascurare tutte le «buone regole» per quanto riguarda alimentazione, sport, relax e ore di sonno. È, infatti, partito il conto alla rovescia per i 500 mila giovani che fra dieci giorni saranno impegnati con la prima prova dell’esame di Stato e vivono in questo periodo giorni convulsi e densi di stress. Resta poco più di una settimana per prepararsi al meglio, e se qualcuno si concentra sulle tecniche per copiare (dal gadget hi tech alla tradizionale «cartucciera»), tantissimi si preparano a vere e proprie «maratone» di studio.

I rischi
Non si contano quelli che trascorrono ore e ore a studiare in modo ossessivo e senza pause, mangiano in modo scorretto (61%), passano troppo tempo davanti a libri e Pc (74%) e si «dimenticano» di andare a dormire (52%), solo per citare alcuni dei comportamenti da evitare individuati dagli esperti. Se a questo si aggiunge un calo vertiginoso di ogni tipo di attività fisica (come sottolinea il 66%) e l’incapacità che molti hanno di «staccare» sia dal punto di vista fisico che da quello mentale (54%), il risultato è tutt’altro che roseo e lo stile di vita dei maturandi italiani assomiglia più a una gara di sopravvivenza che a una seria preparazione agli esami. E i conseguenti danni di questo rush finale sono numerosi: dalle brusche variazioni del peso corporeo (36%), all’insonnia (77%), passando attraverso mal di schiena e cervicali (72%), ma anche sbalzi d’umore e irritabilità (61%). Inoltre, cosa più grave, secondo gli esperti interpellati dall’Osservatorio Federsalus in molti casi non si tratta di «piccole noie» che scompaiono dopo la maturità ma di fastidi che potrebbero far sentire i loro effetti nel tempo.

E per quanto riguarda la sfera psicologica? Alla base c’è certamente «l’ansia da prestazione» e le troppe ore concentrati sullo studio, piegati malamente sul libro o davanti ad un monitor, possono portare maggiore difficoltà di concentrazione, proprio quando se ne avrebbe più bisogno. Sottoporsi ad un tour de force fra libri, appunti e quaderni eliminando ogni forma di contatto sociale può rivelarsi un errore, in quanto l’ansia e lo stress accumulate in questo periodo devono trovare una valvola di sfogo, altrimenti possono trasformarsi in veri e propri attacchi di panico.

I consigli
Per superare indenni gli esami, gli esperti di Federsalus propongono, dunque, un decalogo fatto di pasti leggeri e poco elaborati, senza dimenticare l’importanza dell’attività fisica, praticata per almeno 30 minuti al giorno, alternando magari una semplice passeggiata con un po’ di stretching. Per quanto l’alimentazione, sarebbe necessario variare il più possibile e distribuire il cibo in cinque pasti al giorno, dando spazio a pane, pasta, riso e cereali, che forniscono il giusto apporto di glucosio e favoriscono la digestione. L’assunzione di selenio e zinco, contenute nei vegetali, carne e pesce, può rivelarsi un valido aiuto per la mente e, infine, le vitamine e i minerali di cui la frutta è ricca aiutano a sopportare meglio il caldo e la stanchezza, contribuendo anche a regolare il sonno. Inoltre, sotto esame è opportuno non cenare troppo tardi ed evitare l’abuso di alcool e di sostanze eccitanti come tè, caffè, cioccolata, che intorpidiscono e comportano un introito calorico non indifferente.

Occhio a pillole, energy drink, beveroni, integratori e altri aiuti chimici o «naturali» per studiare meglio o più a lungo in vista della prova. «Questi prodotti o non fanno niente, o peggio fanno male: in molti casi la loro efficacia non è dimostrata, in altri invece si tratta di veri e propri medicinali che interferiscono con il sistema nervoso centrale. Oltretutto abituano il ragazzo all’idea di un “aiuto” artificiale per risolvere i problemi». A mettere in guardia gli studenti e i loro genitori è Italo Farnetani, pediatra e docente a contratto dell’Università di Milano-Bicocca, che si dice stupito perchè oggi, a cercare una «spinta» in farmacia, dal medico o in erboristeria non sono solo i ragazzi alle prese con gli ultimi ripassi, ma anche i loro genitori.

«In parte sottovalutano il potenziale pericolo di queste sostanze, in parte sono spinti dalle eccessive aspettative nei confronti della performance scolastica dei figli. Si tratta comunque di un fenomeno reale e preoccupante, che oltretutto ha una valenza negativa dal punto di vista psicologico: il ragazzo – spiega l’esperto – si abitua a modificare la propria prestazione con sostanze esterne». «In realtà un adolescente sano non ha bisogno di farmaci, integratori o prodotti ‘naturalì per studiare meglio. I genitori – raccomanda Farnetani – farebbero bene piuttosto a garantire al ragazzo un ambiente tranquillo, portando in tavola in questi giorni i suoi piatti preferiti. E soprattutto allentando la tensione in vista delle prove».

Fonte: La Stampa

Ansietà e malattie cutanee: con l’agopuntura si possono curare

(Gabriella Pravatà) – Siamo abituati a trattare l’ansia come se fosse una “normalità”, ad accettare lo stress come se fosse la prassi per vivere nell’epoca attuale. Di fatto gli stati d’animo in eccesso, considerati concausa di stato patologico per la medicina tradizionale cinese, diventano una categoria ben distinta di fattori patogeni cosiddetti “interni ” per distinguerli da quelli “esterni” come ad esempio vento, freddo, calore, o virus, batteri, parassiti secondo la Medicina Tradizionale Cinese (MTC).

La MTC è un sistema medico energetico ed analogico, millenario, basato sui principi Yin/Yang, tutto in costante movimento e trasformazione, sulla relazione analogica tra macrocosmo e microcosmo (legge delle trasformazioni o 5 movimenti), sulla non separabilità tra corpo e psiche, sulla stretta relazione tra emozione ed attività funzionale dell’organismo. L’energia vitale Qi, base della vita, circola in appositi canali conosciuti comunemente come meridiani e luoghi di intervento terapeutico, attraverso la pelle, di agopuntura, moxa, ed altre tecniche (coppettazione, digitopressione ecc).

Quando un fattore patogeno interno come la frustrazione, il panico, il rimuginare, la collera che rappresentano stati riscontrabili nell’ansietà prendono il sopravvento, la persona manifesterà una disfunzione che potrà divenire patologia d’organo al perpetuarsi degli stimoli nocivi. Ansietà e patologia dermatologica vanno spesso a braccetto, essendo la pelle “lo specchio dell’anima”. Prurito sine materia, eczema, sudorazione palmoplantare, dermatite seborroica per citarne alcune, sono in stretta relazione di interdipendenza tra stress psicofisico e comparsa di manifestazione cutanea e risentono positivamente dell’azione terapeutica dell’agopuntura senza far uso di terapia topica e/o sistemica classica secondo il modello biomedico.

In medicina tradizionale cinese le manifestazioni cliniche, comprese le cutanee, rilevabili attraverso una metodologia che porta alla diagnosi energetica, saranno diverse a seconda se un soggetto avrà uno squilibrio da eccesso di fattori patogeni o da vuoto energetico, in cui il fattore patogeno interno o esterno potrà aggravare la manifestazione clinica. La diagnosi quindi verterà sullo stato di squilibrio generale che manifesterà il paziente e non solo sull’ansia. Diversa quindi sarà la scelta terapeutica ad esempio se una persona manifesterà un eritema da eccesso o da vuoto energetico.

Nel modello biomedico occidentale la persona con ansia sarà soggetta a terapia ansiolitica, psicoterapia, tecniche di rilassamento accompagnate dalla terapia topica e/o sistemica alla comparsa di manifestazioni cutanee. L’agopuntura che introduce aghi sottili di 0,25 mm di diametro – prive di sostanze farmacologiche- nei vari punti disseminati lungo i canali energetici o in punti extra canale, ha un ruolo attivo nelle disfunzioni poiché attraverso di essa l’energia, in eccesso o in difetto, potrà essere riequilibrata. Notevole importanza ha, inoltre, la dietetica che, in medicina tradizionale cinese, assume il valore di vero e proprio rimedio pari all’intervento farmacologico, così come lo stile di vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica il trattamento terapeutico con agopuntura nell’ansia ed in patologie dermatologiche come acne, herpes simplex ricorrente, herpes zoster, oltre le classiche patologie in cui è indicata, oltre il trattamento del dolore, come asma, borsite, bronchite, cefalea, colon irritabile, congiuntivite, diabete mellito, edema ciclico idiopatico, depressione reattiva, dismenorrea, epatite, influenza, lombalgia, malattia infiammatoria pelvica, nevralgie, osteoartrosi, otite, paralisi a frigore, paralisi flaccide e spastiche, raffreddore comune, reumatismo fibrositico, rinite allergica, sciatalgia, stroke, tinnitus, vaginite e vertigini.

Gabriella Pravatà

dermatologa master in agopuntura e MTC,

Cuore operato? Contro la depressione poco stress, tante parole

Cuore e mente sono una coppia fedele, nella buona e nella cattiva sorte. Così, in un caso su cinque capita che un’operazione di cuore porti con sé depressione e difficoltà psicologiche che, secondo una ricerca pubblicata su Archives of General Psychiatry, si combatterebbero meglio con una parola piuttosto che con un farmaco. Lo studio ha infatti evidenziato che due trattamenti psicologici – una terapia per la gestione dello stress e una cognitivo-comportamentale – sarebbero più efficaci dei consueti trattamenti post-operatori a base di farmaci.

Kenneth Freedland e i suoi colleghi hanno suddiviso in tre gruppi 123 pazienti depressi che avevano subito un intervento di bypass coronarico: 41 individui sono stati sottoposti a una terapia cognitiva che prevede una forte introspezione del paziente; 42 hanno imparato tecniche per la gestione e la limitazione dello stress; 40 hanno seguito cure “classiche”.

Dai risultati è emerso che le prime due terapie – cioè quelle basate sulla conversazione con il paziente – sono le più efficaci per allontanare la depressione e migliorare l’umore: dopo tre mesi, la terapia cognitivo-comportamentale aveva infatti migliorato la condizione del 71% dei pazienti, quella per la gestione dello stress aveva avuto successo nel 57% dei casi, mentre le cure ordinarie erano risultate utili per il 33% dei pazienti. Dati che si sono mantenuti pressoché inalterati anche dopo nove mesi.

“La terapia cognitivo-comportamentale – concludono Freedland e colleghi – riduce le conseguenze negative di un’operazione cardiaca come ansia, stress e perdita di fiducia. Efficace è risultata anche la terapia anti-stress, nonostante i suoi risultati siano stati leggermente meno durevoli”. Il buon umore del paziente è fondamentale perché la salute psicologica non influisce solo sulla mente, ma anche sulla stessa riabilitazione fisica. Cuore e mente rimangono una coppia, nella buona e nella cattiva sorte.