Entro il 2020 il sesso sarà solo svago Si concepirà per fecondazione in vitro

«La riproduzione naturale attraverso l’atto sessuale è un processo abbastanza inefficace»

La previsione di due veterinari australiani

Entro il 2020 il sesso sarà solo svago
Si concepirà per fecondazione in vitro

«La riproduzione naturale attraverso l’atto sessuale è un processo abbastanza inefficace»

Nel giro di cinque-dieci anni le coppie smetteranno di fare sesso finalizzato al concepimento e preferiranno, invece di ricorrere a pratiche come la fecondazione in vitro. La previsione – di per sé inquietante se si pensa che venne già annunciata nel 1932 da Aldous Huxley nel suo «Brave New World» («Il mondo nuovo»), dove si teorizzava il ricorso alle tecnologie riproduttive e al controllo mentale per creare un nuovo modello utopistico di società – è opera di due veterinari della “Murdoch University” di Perth, in Australia.

SOLO SVAGO – Secondo il dottor John Yovich e il suo collega, Gabor Vajta, infatti, nel giro di un decennio al massimo le trentenni ricorreranno in misura assai più massiccia ai metodi di concepimento artificiali, stante l’inefficacia di quelli tradizionali. Risultato: negli anni a venire il sesso non sarà nient’altro che un’attività di svago, con tutte le implicazioni anche teologiche che tale visione comporterebbe, visto che per la Chiesa il rapporto sessuale dev’essere finalizzato al concepimento. Non solo. Il possibile ricorso alla fecondazione in vitro aumenterebbe anche le questioni etiche relative all’eugenetica (ovvero, la selezione artificiale operata dalle coppie tramite lo screening dei caratteri fisici e mentali positivi e negativi degli embrioni). Ma per i due medici australiani, che hanno sperimentato la loro teoria sui bovini, rilevando come su di loro l’IVF funzioni praticamente ad ogni tentativo, la fecondazione artificiale sarà presto una prassi comune e totalmente efficace anche fra gli esseri umani.

LO SCENARIO – «La riproduzione naturale attraverso l’atto sessuale è, nella migliore delle ipotesi, un processo abbastanza inefficace – ha spiegatoYovich nella sua ricerca, scritta con Vajta e pubblicata sulla rivista “Reproductive BioMedicine” – perché per gli over 35 la percentuale di concepimento è di uno su dieci, mentre per i più giovani si scende a uno su quattro. Ecco perché, nel giro di un decennio al massimo, le coppie attorno ai 40 anni penseranno per prima cosa all’inseminazione in vitro quando decideranno di avere figli». «La fecondazione in vitro nei bovini è cento volte più efficace di quella naturale – gli fa eco il collega Vajta – e, pertanto, non c’è ragione perché non si possa arrivare al medesimo risultato anche negli esseri umani (attualmente, nelle coppie sane, le possibilità di successo sono del 50%, ndr)». Uno scenario per certi versi fantascientifico, che il ginecologo Gedis Grudzinskas, specialista di problematiche legate alla sterilità, non si sente, però, di sposare in pieno. «Per me, non sarebbe una sorpresa constatare che l’IVF possa diventare nettamente più efficace della riproduzione naturale – ha detto al “Daily Mail” – ma dubito che si riesca anche a garantirne completamente le possibilità di successo>.

Se i tempi di lui non coincidono con i tuoi

Il binomio fa rabbrividire solo a pronunciarlo: eiaculazione precoce. Succede che sotto le lenzuola i tempi di lui non coincidono con quelli di lei, per essere poetici. Succede che lui in pochi secondi arriva all’orgasmo e lei è solo all’inizio, per essere chiari.

Succede che la coppia si allontana, che lui ha paura di fare cilecca un’altra volta ed evita il rapporto sessuale, che lei si sente frustrata, rifiutata, insoddisfatta.

Si tratta di una vera e propria piaga sociale: ne soffre il 20 per cento degli italiani, praticamente un uomo su cinque, e tocca la fascia di età che va dai 20 ai 50 anni, ovvero quella che dovrebbe godere di una vita sessuale più intensa e attiva.

Guarire si può, questo va detto a chiare lettere. Spesso gli uomini, per imbarazzo, tendono a non fare nulla, a pensare che prima o poi la situazione si risolverà da sè, ad attribuire tutto a un momento di stress, a non andare da uno specialista. Errore grosso come una casa.

Cosa succede al corpo di lui

Nell’80% dei casi l’eiaculazione si verifica entro 30-60 secondi dall’inizio del rapporto; nel 20% dei casi tra 60 e 120 secondi. Nel 70% degli uomini l’eiaculazione rimane precoce per tutta la vita se non curata; nel 30% dei casi peggiora con l’avanzare dell’età. «Per comprendere il disagio vissuto dal maschio di fronte ad un problema legato all’eiaculazione, è necessario considerare che si tratta del modo in cui ogni maschio si esprime sessualmente – ha spiegato Vincenzo Gentile, presidente della Sia (Società italiana di andrologia) -. È un disturbo particolarmente complesso che va affrontato con il supporto dell’andrologo, l’unico specialista in grado di valutare l’opportunità di associare tra loro varie terapie, eventualmente avvalendosi anche della collaborazione di uno psico-sessuologo e coinvolgendo il partner sessuale».

Cosa succede a lei

Non raggiunge l’orgasmo, il rapporto sessuale è insoddisfacente, l’incontro di coppia si trasforma in rabbia, frustrazione, delusione. Quando lui poi evita di affrontare apertamente il problema, di chiedere aiuto e di curarsi, lei si sente inevitabilmente ancor più rifiutata. «Quindi non sono abbastanza importante per lui da farsi curare?» si chiede lei. Oppure «Magari ha un’altra donna con cui non ha problemi?».

Come affrontare il problema

Uno studio internazionale condotto in Usa, Gran Bretagna e Italia, ha dimostrato come solo il 9% dei pazienti con eiaculazione precoce consulta il medico.

Risulta quindi evidente come questa condizione, in grado di danneggiare seriamente la relazione di coppia, rimanga per lo più sommersa a causa di evidenti barriere psicologiche, tabù culturali e, soprattutto, disinformazione.

Lo stesso studio evidenzia, nei soggetti affetti dal disturbo, una frequente associazione con condizioni psicologiche di intenso stress, ansia e depressione.

«La frequente associazione della eiaculazione precoce con altre disfunzioni sessuali, quali il calo di desiderio e la disfunzione erettile – ha sottolineato il dottor Bruno Giammusso – conferma la pesante ricaduta psicologica che la precocità eiaculatoria determina nell’individuo e, conseguentemente, nella coppia.

A tal proposito va sottolineato il ruolo della partner nella gestione della patologia, se è vero che una recente indagine ha rivelato come il 75% degli uomini che consulta il medico per un problema di eiaculazione precoce lo fa dietro suggerimento e per iniziativa della partner».

L’informazione corretta

Sebbene sia più informato degli altri europei (ha cercato di saperne di più nel 65% dei casi), e ricavi chiarimenti soprattutto da internet (il 54%), il maschio italiano ritiene ancora erroneamente che l’ep di cui soffre sia solo un problema psicologico e non anche una condizione medica efficacemente affrontabile con nuovi specifici trattamenti farmacologici.

Per questo, solo un terzo dei maschi con ep, in Italia, ha parlato del suo problema con un esperto (28%). Secondo “pe confidential survey”, i maschi italiani con Ep sono addirittura più preoccupati delle loro stesse partner, della soddisfazione sessuale e della stabilità della coppia (il 55% contro il 29%).

Il farmaco più nuovo

Sembra essere efficace e sicuro il primo farmaco che sia stato messo a punto contro l’eiaculazione precoce. Ad annunciarlo sono state le aziende che hanno sviluppato la molecola, la Sciele Pharma della Shionogi Company del gruppo Plethora Solutions Holdings. Il farmaco per ora non ha un nome commerciale ma solo una sigla: PSD502.

I risultati, hanno dimostrato che gli uomini che sono stati trattati con il farmaco cinque minuti prima del rapporto sono stati in grado di ritardare l’eiaculazione fino a cinque volte di più di quelli che hanno utilizzato il placebo. Inoltre, i pazienti e partner in entrambi gli studi hanno riportato miglioramenti significativi in termini di soddisfazione sessuale, e il farmaco è stato ben tollerato.

Il farmaco è una formulazione di due medicinali commercializzati: lidocaina e prilocaina dispensati da un aerosol che va applicato direttamente sul glande. «Si è accertato – spiega Vincenzo Mirone – come il processo dell’eiaculazione sia sotto controllo del sistema nervoso centrale. Alla base agiscono meccanismi neurobiologici mediati da diversi neurotrasmettitori con specifiche competenze.

Tra questi, la serotonina: è in grado di controllare l’eiaculazione e la risposta sessuale maschile. Studi recenti hanno messo in luce l’associazione tra l’Ep e ridotti livelli di serotonina. Pertanto, un aumento di serotonina a livello del sistema nervoso centrale è in grado di inibire l’eiaculazione ritardandola». E questo ruolo è affidato, nel farmaco ora disponibile anche sul mercato italiano, alla dapoxetina, molecola in grado di agire sulla produzione di serotonina. Aumentandola.

Da chi farsi aiutare?

Da uno specialista sicuramente. Da un urologo innanzitutto, per stabilire insieme se si tratta di un problema più fisico o psicologico, più temporale o protratto. Poi da uno psicoterapeuta, individuale o di coppia, per cancellare il disagio. Infine dalla propria partner, nel momento dell’incontro utilizzando preservativi ritardanti (ne esistono molti in commercio) e praticando la tecnica “stop & go”.

Ovvero interrompendo il rapporto ogni volta che lui sente di essere vicino a non sapersi più controllare. Per aumentare i tempi di durata.

Quando è solo veloce e quando davvero precoce?

«Di solito la durata media di un rapporto è stima tra i tre e i sette minuti – ha precisato il direttore della Clinica urologica dell’Università di Cagliari Antonello de Lisa – e si può parlare di EP quando si scende sotto il minuto o, appunto, quando l’eiaculazione arriva prima della penetrazione.

Il problema, com’è comprensibile, non riguarda solo il singolo, che si sente inadeguato, ma si estende anche alla vita di coppia. Se escludiamo i casi in cui la patologia è dovuta a disfunzioni fisiche, come infiammazioni o accentuata sensibilità, in 8 casi su 10 le cause sono di tipo psicologico e il soggetto sarà quindi trattato con terapie psicocomportamentali.

Nei casi più gravi, invece, si passa all’uso del farmaco che aiuta il paziente ad avere una prestazione considerata standard». Viene spesso sottolineata l’importanza di un costante contatto tra pazienti e specialisti, «non solo per l’efficacia del trattamento, ma anche perché riteniamo – ha detto De Lisa – che la patologia sia sottostimata.

Per questo, anche alle minime avvisaglie, è importante parlare con uno specialista, sia esso un andrologo o urologo». Uomo avvisato…

Fonte : Libero News

Sono gay e mia moglie non lo sa

C’è chi non riesce a dirlo e chi non vuole, chi si reprime e chi vive la propria sessualità di nascosto. Non sono pochi gli uomini che non riescono a confessare alla propria partner (moglie o convivente che sia) di essere gay. Ecco le loro storie

«Io sono gay da sempre eppure riesco anche a fare il marito. A 40 anni sono ancora talmente bello da potermi permettere una relazione sessuale stabile con un ragazzo di 19 anni senza pagarlo.

E spesso mi capitano scappatelle con altri under 30, in qualche caso sposati a loro volta. Quando mi guardano le donne non le contraccambio.

Non le illudo perché non mi attraggono mai. Mi basta mia mogle, che può stare tranquilla e che amo più come una sorella. Una persona importante che mi ha dato 2 splendidi figli.

È vero che lei non immagina i miei gusti sessuali ma non è mica l’unica! Buona parte delle mogli e delle fidanzate non immaginano che il loro uomo può scindere il sesso dall’amore. Usciamo dalla chimera dell’amore stabile e sereno. Sono soltanto favole».

Una testimonianza a muso duro, aperta e sincera fino a fare male. Questo è il racconto di Luigi, un nostro lettore che ci ha inviato la sua storia qualche tempo fa. E non è l’unico uomo (marito, convivente, fidanzato, scegliete voi l’etichetta adatta) a condurre una vita apparentemente etero e assere in realtà omosex.

Lo vuole la società, oppure è la paura di uscire allo scoperto. Fatto sta che in tanti si trovano una moglie, mettono su casa e magari pure famiglia e poi conducono una vita segreta, fatta di rappori sessuali occasionali con altri uomini o di relazioni più o meno stabili.

In questo modo nessuno è costretto a fare coming out, nessuno è costretto a prendere atto, nessuno soffre (o almeno così si cerca di far credere). Insomma, molte donne si ritrovano un marito gay senza saperlo. Perché? Ce lo spiega bene Gio, regalandoci la sua storia: «Nessuna donna potrà mai soddisfare un uomo come potrebbe fare un altro uomo. L’uomo è più perverso e sessualmente attivo della donna (inutile prendersi in giro).

È un gioco sottile, tanto più appagante quanto più vi si cela il segreto. Bigottismo e divieti non alimentano il timore ma stimolano assai più il desiderio di fare.

Sono un giovane 28enne e parlo con esperienza. Ho avuto rapporti ed esperienze stupende SOLO con uomini sposati, insospettabili padri di figli».

Conferma Marco: «Io son sposato con figli, non son felice con la moglie, da un anno non abbiamo rapporti. Sin da piccolo ho sempre avuto attrazione per gli uomini anziani.

In questa fase di crisi, ho voluto mettere in atto la fantasia (prima era saltuaria, ora predominante..) un paio di volte. Almeno mi son tolto lo sfizio. Prefersico riprendere con mia moglie,e mantenere rapporti amicizia con queste persone, alcune sposate con figli».

Insomma, è quasi come se non si trattasse di essere gay 24 ore al giorno, ma solo saltuariamente. Per questo si mente alle mogli. «Nulla di nuovo, è la pura realtà… Anche se, a volte, siamo troppo ipocriti per ammetterla» chiosa Paolo. Alcune donne vivono ignorando completamente “il vizietto” del marito.

Altre intuiscono o scoporono e tacciono, come ci racconta Marcobsx: «Gli etero sono pura fantasia, non esistono. Io faccio sesso con altri mariti come me, è molto bello, siamo in tantissimi per fortuna. Le donne stiano zitte, ne conosco tante sposate che hanno l’amica del cuore e di letto. Quanta ipocrisia, godetevi la vita che è meglio per tutti».

Tacere e sorvolare dunque?

O scoperchiare tutto e farla finita?

Commento della dott. D. Grazioli

Le confidenze raccolte in questo articolo mi offrono lo spunto per un paio di  osservazioni su alcune delle affermazioni fatte.

“L’uomo può scindere il sesso dall’amore. Usciamo dalla chimera dell’amore stabile e sereno. Sono soltanto favole.”

Credo che anche molte donne allo stesso modo di molti uomini possano scindere il sesso dall’amore. Il sesso è una pulsione, l’amore un sentimento, uniti danno luogo a una relazione con l’altro, da solo, il sesso  da luogo a una scarica e a un godimento dove l’altro è ridotto a oggetto di consumo, non esiste come individuo..

In questo caso il gay è uguale all’etero che frequenta abitualmente le prostitute, ambedue vivono la loro sessualità come un’imperiosa esigenza rivolta ad ottenere un godimento che prescinde dallo scambio con l’altro. Piacere monadico, solitario simile alla masturbazione.

Credo , che il bisogno e il desiderio profondi di un uomo, non importa  se gay o etero, sia quello di avere una relazione, con una donna se etero,  con un altro uomo se gay, come appunto le lotte per i pacs e i matrimoni gay testimoniano.

“Gli etero sono pura fantasia, non esistono.”

Forse. E’ possibile che anche per l’etero più convinto esista al mondo un uomo capace di farlo vibrare e risvegliare la sua parte omosessuale, allo stesso modo il medesimo “accidente” può  capitare anche al gay più ostinato

Nell’uomo,  affetti,  sentimenti,  tendenze sono  intimamente legati ai propri opposti, così nell’amore si annida l’odio, nella vendetta il perdono etc..

Formano coppie più o meno stabili, in alcuni casi un membro della coppia si manifesta ed esprime apertamente, mentre l’altro dorme e sembra non esistere fino a quando circostanze, eventi particolari non lo risvegliano dal suo letargo,  in altri casi si mescolano e alternano sulla scena della vita dell’uomo.

In Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni

Matrimonialisti, situazioni non risolte uccidono piu’ di mafia

- L’Italia è prima in Europa per gli omicidi in famiglia (in media uno ogni due giorni) e nei casi di separazione e divorzi l’assegnazione della casa è la causa scatenante di litigi, anche violenti. E’ l’allarme che lancia oggi l’associazione degli avvocati matrimonialisti, commentando quanto avvenuto nel mantovano e sottolineando che le vicende matrimoniali, allorché sfociano in insanabili contrasti, possano produrre fatti di sangue ancora più plateali ed eclatanti di quelli prodotti dalla malavita organizzata. In Italia – secondo i matrimonialisti che citano i dati del criminologo Vincenzo Mastronardi – si consuma un omicidio in famiglia in media ogni 2 giorni, 2 ore, 20 minuti e 41 secondi.

Il movente è passionale nel 25,9% degli omicidi; seguono contrasti personali nel 21,8% dei casi, i disturbi psichici nel 16,15% dei casi, le liti per l’assegnazione della casa coniugale nel 15% dei casi, le ragioni economiche (assegni di mantenimento o restituzioni di somme) nell’8% dei casi. Si registra sempre di più un movente legato a fattori economici e soprattutto all’assegnazione della casa coniugale che oggi sta per diventare il vero “pomo della discordia”, ancor di più di quello dell’affidamento e della gestione dei figli. Le nuove povertà prodotte dalla separazione e la lunghezza insopportabile dei processi sono altre ragioni che contribuiscono a determinare le stragi familiari. “Il trend – dice il presidente nazionale dell’associazione, Gian Ettore Gassani – è destinato ad aumentare in proporzione all’aumento di separazioni e divorzi.

Troppe volte le coppie in crisi sono lasciate al loro destino in un momento, come quello della separazione o divorzio, che rappresenta per molti un lutto di difficile sopportazione ed elaborazione. Nel 30% dei casi le separazioni sono accompagnate da reati intrafamiliari, molti dei quali sfociano successivamente in gesti estremi. Gli italiani, a differenza della stragrande maggioranza dei cittadini stranieri, vedono nella separazione una vergogna o un affronto, molte volte da lavare con il sangue e giammai come una scelta di vita o un rimedio. I reati intrafamiliari (maltrattamenti e abusi) nel 60% dei casi sono prescritti o quando vi è condanna viene inflitta al colpevole una pena del tutto simbolica”.

Secondo Gassani, “esiste una generalizzata consapevolezza di quasi totale impunità quando i reati vengono commessi all’interno della mura domestiche, molto simile a quella dei reati commessi all’interno degli stadi. Occorre potenziare i centri antiviolenza ed introdurre, specie nelle separazioni più conflittuali, percorsi di mediazione familiare e/o l’ausilio di psicoterapeuti della coppia specializzati nella prevenzione delle violenze familiari”. Anche perché “forme di violenza verbale all’interno della vita matrimoniale non devono e non possono più essere sottovalutate. Nel 65% dei casi di omicidio o strage in famiglia vi erano stati già pericolosisegnali di violenza o minacce, negligentemente sottovalutate da chi di dovere”, conclude Gassani.

COMMENTO della dott. D. Grazioli

L’inconsapevolezza e l’incapacità di gestire le proprie emozioni è una bomba sempre pronta ad esplodere

ALCOL: GIOVANI CERCANO SBALLO PER POTENZIARE DROGHE

Alcol più sostanze stupefacenti uguale sballo assicurato. E’ il nuovo modo di consumare alcol tra i giovani, che usano i drink per enfatizzare gli effetti delle sostanze stupefacenti e le stesse sostanze, soprattutto la cocaina, per riprendersi dai postumi dell’ubriacatura, il giorno dopo lo sballo.

Ma non è l’unico nuovo fenomeno di consumo, c’é anche il botellon, il cui richiamo solitamente viaggia su Facebook, in emulazione delle serate della movida spagnola, dove ci si ritrova in strada, a decine e centinaia, con il bicchiere pronto per cocktail artigianali a basso costo, fatti di vino di scarsa qualità e superalcolici. Questi nuovi modi di bere si aggiungono al già noto binge drinking, (cioé bere sei bevande alcoliche in una volta sola), sbarcato qualche anno fa in Italia dal Nord Europa.

In occasione dell’Alchol Prevention Day, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istat hanno tracciato il quadro del consumo di alcol in Italia, indicando giovani e anziani come categorie più a rischio, all’interno di un quadro nazionale di consumo al di sopra della media mondiale, con 10,7 litri procapite annui e in cui si registrano 4 milioni di italiani che almeno una volta all’anno si sono ubriacati.

Stando ai dati, oltre un milione di ragazzi tra gli 11 e i 24 anni adotta comportamenti di consumo a rischio, compreso il binge drinking, con picchi di incidenza anche tre volte superiori per i maschi e rileva un incremento dei ricoveri per intossicazione alcolica per gli under 14, passato dal 13,8% del 2008, al 17,7% del 2009 (+ 28%). Nel caso degli over 65, secondo l’Iss, in Italia ci sono 3 milioni di persone con modalità di consumo a rischio. Sono soprattutto maschi (48,1% contro il 13,1% delle donne) che, tra le bevande prediligono il vino, consumato quotidianamente. Giovani e anziani sono anche i segmenti che destano le maggiori preoccupazioni quando si parla rischi legati alla guida.

A livello nazionale, 1 su 10 non disdegna di mettersi alla guida dopo aver bevuto ma rispetto al numero di decessi a causa di incidenti, i dati mostrano che è uguale al di sotto dei 24 anni e sopra i 65. “Non avrebbe senso diminuire a zero l’alcolemia alla guida per i giovani sino ai 21 anni – sottolinea Emanuele Scafato, dell’Iss – senza diminuire a zero l’alcolemia per gli ultra65enni, visto che la fisiologia degli anziani, in termini di metabolismo dell’alcol è sovrapponibile a quella degli adolescenti, con una capacità di metabolizzazione di un solo bicchiere al giorno”.

COMMENTO della D.sa GRAZIOLI

O si vive a cento all’ora, o la vita non ha più senso. E’ sempre più difficile riuscire a sentirsi “vivi” senza l’ausilio di sostanze.

Bertone: legame tra pedofilia e omosessualità.

Non c’è alcun legame tra la questione del celibato dei preti e i casi di pedofilia. Piuttosto, la connessione è tra omosessualità e abusi sessuali. A sostenerlo è stato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, intervenuto dal Cile, sulla bufera che sta investendo la Chiesa.

“Numerosi psichiatri e psicologi – ha detto il numero due del Vaticano – hanno dimostrato che non esiste relazione tra celibato e pedofilia, ma molti altri, e mi è stato confermato anche recentemente, hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia. Questa è la verità e là sta il problema“.

Commento della D.sa Grazioli:

Fortunate le ” BAMBINE” che, se è vero quanto afferma il Card. Bertone, non saranno mai oggetto di sguardi ed atti pedofili !

Peccato che nei fatti di cronaca  non ci siano distinzioni tra bambini e bambine abusate….

Se le vittime di abusi sessuali da parte dei preti sono bambini maschi, ciò è dovuto al fatto che solitamente i preti hanno a che fare con gruppi di ragazzini piuttosto che di ragazzine.

Affermare che la pedofilia è parente dell’omosessualità significa affermare che l’omosessualità è una perversione tanto quanto la pedofilia, affermazione assolutamente arbitraria e  contraria alla nomenclatura del DSM-4 che è il manuale dei disturbi mentali riconosciuto dalla Comunità scientifica internazionale.

SALUTE, S.GIOVANNI: ANORESSIA E OBESITÀ, IN 5 ANNI +38% PRESTAZIONI

“Anche per l’esercizio 2009 si è riscontrato un aumento delle prestazioni ambulatoriali relative ai disturbi del comportamento alimentare che sono passate da 4947 del 2005 a 6863 del 2009 con un incremento assoluto di 1916 prestazioni e in termini percentuali del 38,73.

In altri parole le patologie connesse allo sviluppo psicofisico, in particolare per le giovani donne (anoressia e obesità) trovano un riferimento certo nelle attività del Complesso ospedaliero San Giovanni – Addolorata”. Così in una nota Luigi D’Elia, direttore generale dell’azienda ospedaliera San Giovanni – Addolorata. “L’importanza delle patologie connesse con i disturbi alimentari – ha dichiarato Marcello Marcelli, direttore dell’Unità operativa Complessa Scienze dell’Alimentazione – per i riflessi sociali che determinano ha richiesto la realizzazione di un’equipe composta, oltre che da medici esperti in Scienze dell’Alimentazione, da dietiste con laurea magistrale e anche da psichiatri e psicologi”. “Il campo applicativo dell’Unità operativa Scienze dell’alimentazione dell’Azienda ospedaliera San Giovanni – Addolorata comprende: grande obesità ed alterazioni comportamentali legate all’obesità: bulimia, ednos (compulsive binging, night eating disorder, cho craving); malnutrizione ed alterazioni comportamentali legate alla malnutrizione per difetto: anoressia nervosa, wasting sindrome in patologie cachettizzanti, malnutrizione in pre e post operatorio. L’attuale casistica comprende per il 60% grande obesità, per il 20% disturbi del comportamento alimentare, per il 20% malnutrizione-cachessia. Nell’ambito di tale struttura sono state attivate le procedure per i PAC specialistici di peculiare interesse. Le patologie trattate dall’Unità operativa Complessa Scienze dell’Alimentazione del Complesso ospedaliero San Giovanni – Addolorata sono di rilevanza epidemica: obesità, sindrome metabolica, celiachia. Altre sono di stretta pertinenza specialistica: disturbi del comportamento alimentare, cachessia-malnutrizione”. (omniroma.it)

Dipendenza dal pc, la terapia del bosco

In Val d’Aosta il primo esperimento italiano: i medici vivranno insieme ai pazienti

BRUSSON (Aosta) — Questo è un paese per matti. Finalmente qualcuno che mette in pratica (a capirlo sono stati in tanti da Basaglia in giù) che la prima terapia per i matti è l’ambiente. Toglili dalle corsie con quei letti recintati da sbarre che sembrano prigioni, toglili da quei pigiami che sembrano carcerati, rimetti loro i loro vestiti e quello che avevano in tasca, ridagli il diritto di parola anche quando sparano (apparenti) scemenze; e magari funziona. Qui ci provano, stanno per provarci. Oggi sarà presentato nel paese di Brusson, in Val d’Aosta, il primo «Centro per la salute della mente» che comincia a lavorare sui pazienti, soprattutto i giovani, partendo dall’ambiente. Siamo a milleduecento metri, in mezzo ai boschi ricchi di luci e di colori. C’è una grande struttura fatta di legno e di vetro, morbida e trasparente, dove una volta venivano i bambini dei dipendenti Olivetti a passare le vacanze. Qualcuno voleva farci un albergo- residence-spa cinque stelle. A qualche matto è venuto in mente che forse era più utile farne un posto, morbido e luminoso, per ospitare e (tentare di) curare quei ragazzi con il cervello avvelenato dalla voglia di farsi del male. I nostri figli che hanno provato o hanno voglia di provare il suicidio, quelli che diventano violenti con gli altri senza un (apparente) perché, quelli che si consumano rifiutando il cibo o viceversa, quelli che la vita è lo schermo di un computer e dentro quello schermo c’è una «vita» virtuale che nasconde e sostituisce quella reale, quelli che il gioco d’azzardo ha sopraffatto il gioco della vita.

I matti sono due. Uno è Gianni Caprara, un imprenditore cinquantottenne che dopo aver fatto i soldi con le aziende «tradizionali » s’è messo a fare «il privato sociale» e ad occuparsi di giovani e anziani. Per ristrutturare la ex colonia Olivetti ha cacciato sei virgola cinque milioni di euro. «Ma non faccio beneficenza—dice —. Lavoreremo in convenzione con la Regione Val d’Aosta e altre strutture pubbliche. Pagheranno quello che stabilisce la legge. E ci basteranno quei soldi per continuare a garantire l’eccellenza anche in campo psichiatrico». L’altro matto è uno dei più importanti psichiatri italiani, Vittorino Andreoli. È lui il direttore scientifico del centro. «Per me è un’esperienza che vale il sogno di un vecchio psichiatra che ha diretto un manicomio. Uscire dalla “scienza infelice”, come si diceva una volta». Andreoli ammette che la psichiatria non è (ancora) una vera scienza. Che non ci sono strumenti tecnologici per affrontare la malattia mentale. «L’ultimo strumento tecnologico che ricordo era la cassetta, con cui giravo anch’io, dentro la quale c’era una specie di compasso con cui si misuravano le dimensioni della scatola cranica e si valutavano altri criteri lombrosiani. Se mi fossi automisurato, con queste ossa frontali che ho, con queste sopracciglia esagerate, con questi capelli ingovernabili, mi sarei dovuto autoricoverare in uno di quei manicomi che sembravano fatti apposta per aggravare le condizioni del malato ».

Nella casa di Brusson, invece, funzionerà così: il paziente arriva, attraversando il bosco colorato, in un salone grande e luminoso che non ha confini con lo spazio esterno. Verrà intervistato. Si deciderà se ha bisogno di essere curato lì e in quale microcomunità inserirlo. Avrà una camera ampia e luminosa condivisa con un altro paziente. Avrà una scrivania e, se gli sarà utile e non di danno, avrà un computer. Avrà l’autonomia di un bagno dove non sentirà violata la sua privacy. Avrà un letto «professionale», ma le spallette che sanno di gabbia e di prigione, sono state sostituite da un pannello color pastello che lo fa sembrare quello di casa. Avrà un posto confortevole dove mangiare e avrà il cibo cucinato lì. I medici non vivranno in misteriose stanze oscure, ma dietro un vetro. Vivranno lì e non se ne andranno la sera a casa. Certo non ci sono le maniglie alle finestre dei piani alti. Ma nessuno ti chiuderà mai a chiave dietro una piccola griglia. Dove c’erano le sbarre ora c’è un grande vetro luminoso. Ad Andreoli piace ripetere: «Questo è un manicomio ribaltato».

Il Centro di Brusson sarà molto «laico»: nessuna disciplina terapeutica verrà imposta, ma si sceglierà quella considerata più opportuna: ci saranno psicoanalisti freudiani e junghiani, relazionali e cognitivo-comportamentisti.

Ma da queste parti s’aggira un terzo matto, il sindaco di Brusson, Giulio Grosjacques, 48 anni, eletto in una lista civica da quasi tutti gli 850 abitanti. Sarebbe stato certamente più facile per lui e per la sua popolarità convincere i concittadini- elettori ad accettare che nell’ex colonia Olivetti nascesse un bell’albergo anziché una bella casa per matti. Ma Grosjacques è figlio di un ex operaio Olivetti. «Sarà forse per questo — dice — che da quando, una decina d’anni fa, l’ex colonia è stata chiusa, ho sempre pensato che fosse giusto conservarle una vocazione sociale. E poi chi l’ha detto che il turismo sanitario non sia più utile al Paese del turismo tout-court?».

OTTO MILIONI DI ITALIANI CON ATTACCHI PANICO

Ansia, tachicardia, respiro mozzato, l’incapacita’ di fare le cose piu’ semplici, dal guidare al fare la spesa. Sono otto milioni gli italiani che soffrono di attacchi di panico, in pratica un italiano su sette. Un esercito silenzioso e sofferente che spesso non trova la forza di confidarsi, di farsi aiutare da un esperto, di curarsi. Di una malattia spesso taciuta, e che colpisce le donne quanto gli uomini (tra i quali e’ in netto aumento, persino tra i manager) parla il libro ‘Gli attacchi di panico. Clinica, ricerca e terapia’ (Liguori editore) scritto dalla psicologa Paola Vinciguerra, presidente dell’EURODAP (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico) e direttore del Centro U.I.A.P. (Unita’ italiana attacchi di panico) insieme alla giornalista di Sky Tonia Cartolano. Il disturbo si manifesta generalmente tra i 15 e i 35 anni, con una seconda punta d’insorgenza tra i 44 e i 55; diffuso in misura maggiore nella popolazione femminile, e’ in aumento tra gli uomini, soprattutto professionisti e manager. Un male dei nostri tempi: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanita’, ricorda la psicologa, entro il 2020 sara’ la seconda patologia piu’ diffusa al mondo dopo i disturbi cardiovascolari. Eppure il disturbo da attacchi di panico (DAP) e’ ancora visto con pregiudizio, quando non con vera e propria ignoranza anche da parte della classe medica: un malato in media arriva a contattare anche dieci specialisti prima di riuscire ad avere una diagnosi, e solo una persona su quattro riceve il trattamento di cui ha bisogno. Non a caso un capitolo del libro e’ dedicato alle fobie partendo dai racconti di chi ne ha realmente sofferto cosi’ da permettere al lettore di capire e riconoscere questo tipo di disturbo. Inoltre e’ stata trattata l’ansia, con particolare attenzione ai due fenomeni che maggiormente affliggono i giovani: l’ansia da prestazione e quella da esame. Per entrambe spesso non si riesce a trovare un adeguato interlocutore neanche tra i pari e, seppur vissute come invalidanti, difficilmente vengono sottoposte a uno specialista. Un capitolo del volume non poteva non essere dedicato a chi quotidianamente, con amore e apprensione, divide la propria vita con un malato di DAP: la famiglia. “Avere in casa una persona sofferente di attacchi di panico – spiega la Vinciguerra – puo’ voler dire non potersi recare mai al cinema insieme, o al ristorante, talvolta non si possono fare vacanze, o prendere l’aereo, a volte neanche imboccare un’autostrada. E vicino a queste persone, talvolta proprio piu’ amate perche’ piu’ fragili, fondamentale dovra’ essere l’apporto discreto ma costante dei familiari. Spingere ad affrontare, ma mai costringere; e poi lavorare insieme, perche’ il DAP e’ una malattia che va curata con la collaborazione di piu’ attori”. A introdurre il libro, la testimonianza diretta del cantante Max Pezzali, la cui moglie Martina ha sofferto per anni di questo disturbo. Liberarsi del panico, scrive Pezzali, “e’ un percorso lungo e complesso. Ora pero’ Martina ha ricominciato ad andare al supermercato, ad accompagnare la figlia a scuola. E’ ritornata alla guida. Alla guida della sua vita”

Fonte : Agi.it

Il comportamento “borderline”, come riconoscerlo e curarlo

E’ un disturbo sempre più frequente soprattutto nella fascia di età dell’adolescenza, quella in cui si sviluppa e si forma la personalità dell’individuo. Viene definito “disturbo borderline” e raccoglie comportamenti che vanno dall’autolesionismo – che sconfina anche in alcune mode (gli “Emo” ad esempio) – alla condotta trasgressiva e promiscua, all’uso di droga e alcool, ai furti, ai disturbi alimentari, alla depressione, fino al suicidio. Oggi la casistica è in aumento tanto da indurre gli esperti a parlare di una “fase epidemica”, che richiede specifici interventi di prevenzione oltre che di cura. Con questo obiettivo, il Dipartimento di Salute mentale della Asl 9 già 10 anni fa ha dato vita ad un gruppo di supervisione, multidisciplinare e multiprofessionale, di cui fanno parte psicologi e psichiatri, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili e altre figure professionali di supporto, specializzato proprio nell’individuazione e il trattamento del disturbo borderline. Del resto il fenomeno è assai diffuso anche in provincia di Grosseto: dei circa 7.000 pazienti con disturbo psichico trattati ogni anno dal Dipartimento di Salute mentale – 5.500 adulti e 1.500 minori – circa 200 sono disturbi della personalità, di cui 20 all’anno “borderline”, con una percentuale del 3-4 per cento sul totale. La fascia di età è tra i 15 e i 30 anni, anche se la diagnosi viene fatta intorno ai 16 anni. In realtà questa è solo la punta dell’iceberg, dato che non tutte le persone che sviluppano comportamenti borderline vengono individuati (dalla scuola, dalla famiglia, dai servizi) e, soprattutto, accettano la cura. Tant’è che la stima dei casi secondo alcune fonti sale al fino 20 per cento del totale dei potenziali pazienti psichiatrici.
Fonte: Maremmanews