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La Depressione – Prima parte

Introduzione

Depressione

 

Si sente dire spesso che la depressione è una malattia moderna, in realtà la depressione è una sofferenza  che esiste da sempre ,  nel corso del tempo  ha più volte cambiato nome, ma è restata sempre la stessa,  perchè  è parte della natura umana

Ciò che invece è moderno, specifico della nostra società, è la sua enorme diffusione, il numero sempre maggiore  di persone che soffrono di depressione.

Nel nostro mondo il successo, l’essere all’altezza, “riuscire” è un dovere, non c’è spazio per l’insuccesso, il senso di fallimento, la morte, la malattia, la vecchiaia, per il tempo del lutto insomma che ogni perdita comporta.

 

Oggi ogni uomo affronta da “solo” questi eventi, che prima o poi fanno parte della vita di ciascuno, oggi sono esperienze solitarie,  individuali,  non sono più elaborate e partecipate socialmente come si faceva nelle società di ieri  attraverso simboli,  riti e cerimonie ad esse dedicati, come era, ad esempio, l’esibizione per alcuni mesi della fascia nera sulla manica o  del bottone nero all’occhiello, simboli del lutto che affliggeva chi li portava , bottone o fascia che  ricordavano a tutti  la perdita  subita, e che quindi partecipavano a tale dolore .

In altre parole, l’uomo d’oggi si deve  confrontare con la propria finitezza, con l’impotenza,  l’inadeguatezza e il dolore che ogni esperienza di “perdita” comporta, da “solo”, sono scomparse ogni sostegno ed elaborazione sociale.

 

Ma tutto ciò che viene negato o rimosso, sia a livello individuale o sociale, trova un’altra strada per manifestarsi, si ripresenta, e oggi ha preso la forma dei cosiddetti nuovi sintomi, o meglio della loro endemica propagazione, così è per  la depressione, il panico e le dipendenze,  che  non sono altro  che l’espressione della mancata elaborazione della perdita, e dell’accettazione del proprio senso di mancanza e finitezza.

L’uomo moderno, narcisisticamente nutrito dalla cultura del fitness e del welness,  non è più abituato a pensarsi limitato e imperfetto, non ha più familiarità con la perdita, e quando l’ incontra e “si incontra”,  ne resta traumatizzato.

Da questo incontro nasce il sintomo.

 

Ansia da recessione e depressione il male del 2012

Due imprenditori in Sicilia, un agricoltore nelle Marche, un pensionato a Bari. Vite e storie diverse, ma per tutti lo stesso cupo finale: tra Capodanno e i primi giorni di quest’anno si sono tolti la vita, colpiti dalla crisi, piegati dal peso dei debiti, spezzati dall’ansia di non farcela, consumati dalla disperazione.
Amici e parenti dicono che fossero «ossessionato dalla crisi», un’ansia che è cresciuta alla fine dell’anno, trasformandosi in paura. Paura di non farcela ad attraversare indenne quel 2012 in odore di recessione. Paura forse irrazionale, ma incontrollabile. E fatale. La stessa angoscia che ha travolto un pensionato che tra Natale e Capodanno ha trovato nella cassetta delle lettere, tra le cartoline d’auguri, una missiva dell’Inps che gli chiedeva di restituire 5mila euro in rate mensili da 50. Per lui, che di pensione intascava appena 700 euro al mese, quel piccolo debito è diventato un tarlo capace di corroderlo e di togliergli il sonno, tanto da lanciarsi nel vuoto il primo di gennaio scorso.
Negli ultimi mesi in tanti, in troppi, tra la fatica e l’ansia di tirare la cinghia o la morte hanno scelto la seconda opzione. Anche quando a schiacciarli non erano solo i debiti, ma paradossalmente, crediti con la pubblica amministrazione impossibili da riscuotere.
Storie disperate di persone in cerca di aiuto, sostegno non solo materiale ma anche psicologico, finite in modo tragico

La crisi delle feste o le feste della crisi

La crisi delle feste è la nostalgia dei giorni felici, il rimpianto del tempo passato, di quando si stava “bene”. E’ la crisi di chi è solo, di chi sta male, di chi è infelice.

Per quasi tutti c’è stato un tempo in cui come gli altri correva frenetico a comprare e preparare doni e pranzi, e probabilmente lo faceva lamentandosi perché non aveva un attimo di tregua, ma “faceva parte”, era come gli altri, condivideva la stessa faticosa frenesia e la stessa allegria fatta di luci colorate e alberi di natale.

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Natale e depressione

Durante il periodo festivo le depressioni aumentano. Sembra un paradosso, ma è un fatto ormai acquisito. Lo spiega il dottor Erik Nelson, professore di psichiatria e neuroscienze comportamentali, specializzato nei disturbi dell’umore e depressione presso il dipartimento di Salute Psichiatrica dell’Università della California a Clifton: “Questo è il periodo dell’anno in cui le giornate sono brevi e l’assenza di luce nel tardo pomeriggio può davvero influenzare alcune persone che provano un abbassamento acuto del loro stato d’animo. Inoltre, le festività possono svolgere un ruolo nella depressione. Alcune persone potrebbero avere ricordi dolorosi legati alla perdita di persone care o di un’infanzia triste. Questi sono ricordi che portano con sé un grande significato emotivo e psicologico, e le feste tendono a tirarli fuori”.

Ma quali sono i sintomi di quello che gli esperti chiamano disturbo affettivo stagionale? Il disturbo si riconosce da alcuni sintomi quali: alterazione dell’appetito e del peso, una persistente stanchezza, la difficoltà di concentrazione, il bisogno eccessivo di dormire, la perdita d’interesse per le attività prima ritenute piacevoli e un umore depresso.

Quali i rimedi? Il disturbo può essere affrontato direttamente dall’interessato, ma è importante essere consapevole di esserne afflitto. Ecco alcuni suggerimenti degli esperti:

  • Cercare di anticipare la solitudine pianificando le proprie attività. Ricontattare persone con le quali si è perso il contatto. Creare eventi sociali, invitando persone.
  • Passare le vacanze in un modo diverso. Se stare a casa o andare ad un evento famigliare vi crea ansia, andate da qualche altra parte, fate un viaggio. Se fare regali o prepararvi al Natale vi deprime, lasciate perdere, oppure condividete le attività con altri.
  • Fate il possibile per evitare ciò che vi crea stress e piuttosto dedicate il vostro tempo ad attività che gradite. Riposate, mangiate cibi gustosi e sani. Visitate un museo, andate ad una mostra oppure andate al cinema, ma fate qualcosa che stimoli il vostro intelletto.
  • Abbiate cura di voi stessi. Un massaggio, oppure un bagno caldo, ma comunque qualcosa che vi faccia sentire sicuri e tranquilli.
  • Dedicate il vostro tempo ad attività sociali. Spesso, la cura migliore contro la solitudine è il volontariato. Vi permette di aumentare il senso di autostima e ci si sente utili.
  • Cercare di passare più tempo possibile all’aria aperta e godere le ore di luce.
  • Se ciò non fosse possibile, esistono in commercio lampade apposite che duplicano le frequenze della luce solare. Fanno una luce gradevole e possono aiutare molto.
  • Evitare a tutti i costi gli alcolici, o comunque limitarne il consumo in quanto sono depressivi, non stimolanti come spesso molti pensano, e pertanto peggiorano lo stato di tristezza.
  • Evitare qualsiasi sostanza stimolante, se non sotto stretto controllo medico.
  • Rimanere sempre vigili sul proprio stato d’animo. Se notate che non migliora e non siete in grado di condividere i propri sentimenti con famigliari o amici, allora sarebbe saggio rivolgersi ad un psicoterapeuta. Infatti, se i sintomi persistono nel tempo, allora bisogna sospettare che ci sia qualcosa di più e allora bisogna chiedere aiuto, non essere timidi. Andare da un medico o da uno psico-terapeuta non significa essere ammalati e se anche lo si fosse, la depressione è una malattia che può essere curata.

Depressione, 6 sintomi insospettabili

 

 

 

 

 

 

 

Non solo apatia, tristezza, ansia. Il depresso può rivelarsi anche in altri modi

Cado in depressione. Sono depresso. Questa cosa mi deprime. Chissà quante volte, durante la giornata, ci capita di usare espressioni come queste… Nella stragrande maggioranza dei casi, lo facciamo a sproposito. La parola depressione, infatti, ha tante facce: può descrivere malesseri più o meno lievi, ma anche situazioni diverse come affaticamento, stress o tristezza legata magari a un fatto spiacevole. La depressione vera e propria, il disturbo mentale che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, entro il 2020, diventerà la seconda causa di invalidità nei Paesi occidentali dopo le malattie cardiovascolari, è qualcosa di ben preciso.

La depressione ha 4 volti
Secondo il professor Nicola Lalli, psichiatra e psicoterapeuta, già professore associato di Psichiatria e Psicoterapia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esistono quattro tipi diversi di depressione.

  • La depressione reattiva, causata da eventi traumatici: perdite affettive, difficoltà economiche e sul lavoro.
  • La depressione nevrotica, dovuta al carattere che rende alcune persone ipersensibili a stress e frustrazioni: chi ne soffre tende a colpevolizzare gli altri.
  • La depressione maggiore o endogena, in cui l’individuo di solito si colpevolizza.
  • La depressione mascherata, difficile da diagnosticare perché si manifesta con malesseri fisici vari.

I sintomi inequivocabili della depressione
La depressione, in tutti i suoi volti possibili, ha una serie di sintomi inequivocabili. Ecco i principali, secondo gli esperti della Mayo Clinic, una delle più prestigiose e autorevoli strutture sanitarie ospedaliere degli Usa. Alcuni di questi ci sono abbastanza familiari e anche facilmente collegabili alla depressione; altri, invece, sono decisamente sorprendenti Cominciamo da quelli più evidenti.

  • Tristezza o comunque infelicità diffusa.
  • Irritabilità o frustrazione, anche per questioni apparentemente senza importanza.
  • Perdita di interesse nelle attività consuete e quotidiane.
  • Diminuzione dell’interesse per il sesso.
  • Insonnia o sonno eccessivo.
  • Distrazione, difficoltà di concentrazione, indecisione.
  • Indolenza, apatia: anche le incombenze di poco conto risultano faticose.
  • Pensieri di morte o suicidio.
  • Crisi di pianto senza motivo preciso.
  • Senso di colpa, inadeguatezza, rimorso per fatti passati.

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Fonte: Staibene

Fare attività fisica oggi per non essere depressi domani

Roma, 3 nov. – Una regolare attività fisica è associata a un minor rischio di soffrire di depressione in età avanzata: a sostenerlo è uno dei più grandi studi condotti a livello europeo da un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui gli studiosi dell’Università di Goteborg (Svezia), nell’ambito dell’indagine SHARE (Survey of Health, Ageing and Retirement) finanziata dall’Unione Europea. “Non sappiamo ancora con certezza quale sia il rapporto tra attività fisica e depressione, ma ciò che è chiaro è che le persone anziane fisicamente attive sono anche meno depresse”, spiega Magnus Lindwall, docente in Psicologia della salute all’Università di Goteborg. Che continua: “Livelli elevati di depressione possono portare a svolgere meno esercizio fisico. Questo suggerisce che vi è una reciproca influenza”. I risultati arrivano da uno studio, durato un anno e mezzo, durante il quale Lindwall e colleghi hanno esaminato lo stile di vita e le cartelle cliniche di 17.500 soggetti di 64 anni di età media provenienti da 11 Paesi europei. “Questo studio – conclude Lindwall – è uno dei primi a guardare a come l’attività fisica influenzi la depressione futura e viceversa, e a come i cambiamenti nello svolgimento dell’attività fisica siano associati a cambiamenti nella depressione nel corso del tempo”.

Fonte: TMNews

Ospedali «a misura d’uomo», cinque azioni concrete

MILANO - Le statistiche più recenti lo hanno dimostrato: un malato di tumore su tre soffre di ansia o di depressione, influenzando negativamente le sue capacità di affrontare l’iter terapeutico. E le conseguenze della malattia hanno un impatto considerevole anche sulla vita e sulla psiche dei familiari, costretti a districarsi fra l’assistenza ospedaliera e i numerosi impegni della vita «normale»: lavoro, gestione della casa, cura dei figli o dei parenti anziani. Cosa si può fare per alleviare le difficoltà di quelle 300mila persone colpite ogni anno dal cancro in Italia? «Umanizzare gli ospedali con una serie di interventi mirati a dare supporto psicologico e sociale» risponde Rodolfo Passalacqua, responsabile dell’oncologia all’Azienda Istituti Ospitalieri di Cremona e del progetto HUCARE (HUmanization of CAncer caRE), che negli ultimi quattro anni ha coinvolto 29 strutture e oltre 700 professionisti con l’obiettivo di migliorare le condizioni di chi si ritrova in un reparto oncologico.

5 PASSI VERSO UN UNICO OBIETTIVO: FAR STAR MEGLIO I PAZIENTI – Dei 29 centri che dal 2008 a settembre 2011 hanno partecipato all’iniziativa (finanziata da Ministero della Salute e Regione Lombardia, con il contributo di Novartis) solo 25 – di cui ben 22 lombardi – hanno raggiunto almeno tre di questi obiettivi e sono stati premiati con un attestato Il progetto ha individuato cinque aree di intervento: corsi di formazione alla comunicazione per tutto il personale (medici e infermieri); applicazione sistematica di un percorso informativo e di supporto per i tutti i nuovi pazienti; utilizzo di una lista di “domande-chiave” che i malati possono rivolgere all’oncologo perché dispongano delle informazioni necessarie sulla neoplasia e sulle migliori terapie disponibili; presenza di un “infermiere di riferimento” dedicato ad ogni nuovo malato che inizia una trattamento; rilevazione dello stato di ansia e depressione per tutti i malati grazie a un questionario ed eventuale consulenza psicologica (se indicata). «Medici e infermieri – prosegue Passalacqua – hanno seguito un corso di alta formazione per migliorare le competenze comunicative. Siamo riusciti a ridurre significativamente il disagio psichico grave grazie a un percorso strutturato che permette di individuarlo tempestivamente. Cambia completamente il modo in cui i pazienti vengono accolti in reparto».

Fonte: Corriere della Sera

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Depressione, ansia, stress: sotto scacco un lavoratore su quattro

Un lavoratore su quattro colpito dalla sindrome da stress lavoro-correlato. I numeri crescono se si tratta di donne, visto che per chi affronta una gravidanza la percentuale sale al 50%. I motivi sono tanti: mancate sostituzioni, difficile ricollocazione sul lavoro dopo il parto, possibili tensioni con i colleghi a loro volta sfiancati dal troppo lavoro. Il fenomeno in ogni caso è in crescita e costa alle imprese europee 20 miliardi di euro l’anno. La fotografia del Paese, alle prese con il decreto legislativo 81/2008 che regola la sicurezza nei luoghi di lavoro e obbliga le aziende pubbliche e private a rilevare lo stress da lavoro correlato, è stata scattata oggi a Messina in occasione del convegno ‘Benessere organizzativo’ organizzato dalla Federazione italiana di Asl e ospedali (Fiaso) e dall’azienda ospedaliera universitaria ‘G.Martino’ di Messina.

Fonte: Online-News

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Shock da rientro delle vacanze, ne soffre un italiano su tre

Si chiama “post vacation blues” ed è la sindrome da rientro dalle vacanze estive che colpisce ormai circa il 35% della popolazione, con maggior incidenza tra i 25 e i 45 anni. Ora che per i vacanzieri si avvicina il momento di tornare in città e sul posto di lavoro più di un italiano su 3 soffre lo stress da rientro a tal punto da somatizzarlo.

I sintomi? Senso di stordimento, calo di attenzione, digestione difficile, mal di testa e dolori muscolari. Ma anche ansia, abbassamento dell’umore, senso di vuoto, atteggiamento distaccato e irritabilità. In particolare, al momento di tornare alla vita di tutti i giorni, i soggetti a rischio potranno andare incontro a due grandi categorie di disturbi: il disturbo distimico e quello dell’adattamento.

 

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Testimonianza

Sera. Ora di cena. Sto mangiando con mia moglie e la nostra piccola  nel suo seggiolone appoggiato al tavolo e d’improvviso vengo colto da un pensiero che “mi si impone”:  il pensiero che potrei, così come ha fatto quello svizzero di cui parlano i TG in questi giorni, uccidermi.

E’ tale la paura di questo mio pensiero, che mi si drizzano i capelli e sento “freddo” e mi si chiude la bocca dello stomaco.

Non riesco più a mangiare. Mia moglie si accorge che c’è qualcosa che non va in me. Divento silenzioso e traspare da me inquietudine. Io però non voglio farle sapere quello che ho “sentito”. Ho paura. Mi chiedo: “ma cosa mi sta succedendo”? Perchè questo pensiero? Tutto ad un tratto e di colpo? E poi, onestamente, mi dico che non devo mentirmi. Questo pensiero ce l’ho da tanto tempo, e ogni tanto riaffiora. Insomma, convivo da tanto tempo con questa paura. Per lo meno da quando ho iniziato a scoprire me stesso. Ci sono periodi in cui sono felice, su di morale, e non arriva, altri, in cui sono più cupo e giù di morale, in cui arriva e mi colpisce.

Poi faccio passare la serata. Guardiamo un film, mettiamo a letto la piccola. Andiamo a letto anche noi e mi addormento. Però rimane un sottofondo in me di tensione e la domanda “Perchè questo pensiero?” rimane dentro di me.

Allora è come se mi accorgessi che c’è qualcosa che devo affrontare, una domanda che mi fa paura. Un orizzonte che cerco di evitare e di schivare. Sono felice? Sto bene? E la risposta è che, seppure stia vivendo un periodo di forte stanchezza e di stress, perchè il lavoro non mi dà particolari soddisfazioni; la piccola che ha due mesi ci sta costringendo a cambiare radicalmente i nostri ritmi di vita e i nostri faticosamente raggiunti equilibri di coppia; nonostante questo e nonostante mi stia ancora sforzando attraverso anche l’aiuto della mia analista di trovare una dimensione di maggiore tranquillità e consapevolezza, in fin dei conti, sto vivendo la vita che voglio.

Quindi “perchè questo pensiero”? E’ inquietante. Mi spaventa. Davvero, tendo alla morte? E’ come se ci fossero due “me stesso”. Proprio ora in cui sto trovando un equilibrio nuovo nella mia vita, finalmente libero dalle inibizioni e dai divieti con cui ho sempre convissuto, da quando mi ricordi, proprio ora questi pensieri di morte…

E ‘ strano. E mi inquieta. Cosa devo fare? Vorrei scavare. Vorrei capirmi di più, vorrei in maniera titanica, scoprire perchè. Ma allo stesso tempo ho paura. Nno voglio solleticare un equilibrio che secondo me si regge ancora malfermo sulle gambe e rischia di crollare.

Cosa devo fare