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	<title>Psicoterapeutico Blog &#187; psicoterapia</title>
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	<description>Rassegna stampa del Sito PSICOTERAPEUTICO.COM</description>
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		<title>Se i tempi di lui non coincidono con i tuoi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 07:55:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[disfunzioni sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia di coppia]]></category>
		<category><![CDATA[eiaculazione precoce]]></category>
		<category><![CDATA[problemi sessuali]]></category>

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		<description><![CDATA[Il binomio fa rabbrividire solo a pronunciarlo: eiaculazione precoce. Succede che sotto le lenzuola i tempi di lui non coincidono con quelli di lei, per essere poetici. Succede che lui in pochi secondi arriva all&#8217;orgasmo e lei è solo all&#8217;inizio, per essere chiari. Succede che la coppia si allontana, che lui ha paura di fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/Eiaculazione-precoce-perche-tanta-fretta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-603" title="Eiaculazione-precoce-perche-tanta-fretta" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/Eiaculazione-precoce-perche-tanta-fretta.jpg" alt="" width="210" height="171" /></a>Il binomio fa rabbrividire solo a pronunciarlo: eiaculazione precoce. Succede che sotto le lenzuola i tempi di lui non coincidono con quelli di lei, per essere poetici. Succede che lui in pochi secondi arriva all&#8217;orgasmo e lei è solo all&#8217;inizio, per essere chiari.</p>
<p style="text-align: justify;">Succede che la coppia si allontana, che lui ha paura di fare cilecca un&#8217;altra volta ed evita il rapporto sessuale, che lei si sente frustrata, rifiutata, insoddisfatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di una vera e propria piaga sociale: ne soffre il 20 per cento degli italiani, praticamente un uomo su cinque, e tocca la fascia di età che va dai 20 ai 50 anni, ovvero quella che dovrebbe godere di una vita sessuale più intensa e attiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Guarire si può, questo va detto a chiare lettere. Spesso gli uomini, per imbarazzo, tendono a non fare nulla, a pensare che prima o poi la situazione si risolverà da sè, ad attribuire tutto a un momento di stress, a non andare da uno specialista. Errore grosso come una casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa succede al corpo di lui</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;80% dei casi l&#8217;eiaculazione si verifica entro 30-60 secondi dall&#8217;inizio del rapporto; nel 20% dei casi tra 60 e 120 secondi. Nel 70% degli uomini l&#8217;eiaculazione rimane precoce per tutta la vita se non curata; nel 30% dei casi peggiora con l&#8217;avanzare dell&#8217;età. «Per comprendere il disagio vissuto dal maschio di fronte ad un problema legato all&#8217;eiaculazione, è necessario considerare che si tratta del modo in cui ogni maschio si esprime sessualmente &#8211; ha spiegato Vincenzo Gentile, presidente della Sia (Società italiana di andrologia) -. È un disturbo particolarmente complesso che va affrontato con il supporto dell&#8217;andrologo, l&#8217;unico specialista in grado di valutare l&#8217;opportunità di associare tra loro varie terapie, eventualmente avvalendosi anche della collaborazione di uno psico-sessuologo e coinvolgendo il partner sessuale».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Cosa succede a lei</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non raggiunge l&#8217;orgasmo, il rapporto sessuale è insoddisfacente, l&#8217;incontro di coppia si trasforma in rabbia, frustrazione, delusione. Quando lui poi evita di affrontare apertamente il problema, di chiedere aiuto e di curarsi, lei si sente inevitabilmente ancor più rifiutata. «Quindi non sono abbastanza importante per lui da farsi curare?» si chiede lei. Oppure «Magari ha un&#8217;altra donna con cui non ha problemi?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Come affrontare il problema</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio internazionale condotto in Usa, Gran Bretagna e Italia, ha dimostrato come solo il 9% dei pazienti con eiaculazione precoce consulta il medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Risulta quindi evidente come questa condizione, in grado di danneggiare seriamente la relazione di coppia, rimanga per lo più sommersa a causa di evidenti barriere psicologiche, tabù culturali e, soprattutto, disinformazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso studio evidenzia, nei soggetti affetti dal disturbo, una frequente associazione con condizioni psicologiche di intenso <em><strong>stress, ansia e depressione</strong></em>.</p>
<p style="text-align: justify;">«La frequente associazione della eiaculazione precoce con altre disfunzioni sessuali, quali il calo di desiderio e la disfunzione erettile &#8211; ha sottolineato il dottor Bruno Giammusso &#8211; conferma la pesante ricaduta psicologica che la precocità eiaculatoria determina nell&#8217;individuo e, conseguentemente, nella coppia.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito va sottolineato il ruolo della partner nella gestione della patologia, se è vero che una recente indagine ha rivelato come il 75% degli uomini che consulta il medico per un problema di eiaculazione precoce lo fa dietro suggerimento e per iniziativa della partner».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;informazione corretta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene sia più informato degli altri europei (ha cercato di saperne di più nel 65% dei casi), e ricavi chiarimenti soprattutto da internet (il 54%), il maschio italiano ritiene ancora erroneamente che l&#8217;ep di cui soffre sia solo un problema psicologico e non anche una condizione medica efficacemente affrontabile con nuovi specifici trattamenti farmacologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, solo un terzo dei maschi con ep, in Italia, ha parlato del suo problema con un esperto (28%). Secondo &#8220;pe confidential survey&#8221;, i maschi italiani con Ep sono addirittura più preoccupati delle loro stesse partner, della soddisfazione sessuale e della stabilità della coppia (il 55% contro il 29%).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il farmaco più nuovo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sembra essere efficace e sicuro il primo farmaco che sia stato messo a punto contro l&#8217;eiaculazione precoce. Ad annunciarlo sono state le aziende che hanno sviluppato la molecola, la Sciele Pharma della Shionogi Company del gruppo Plethora Solutions Holdings. Il farmaco per ora non ha un nome commerciale ma solo una sigla: PSD502.</p>
<p style="text-align: justify;">I risultati, hanno dimostrato che gli uomini che sono stati trattati con il farmaco cinque minuti prima del rapporto sono stati in grado di ritardare l&#8217;eiaculazione fino a cinque volte di più di quelli che hanno utilizzato il placebo. Inoltre, i pazienti e partner in entrambi gli studi hanno riportato miglioramenti significativi in termini di soddisfazione sessuale, e il farmaco è stato ben tollerato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il farmaco è una formulazione di due medicinali commercializzati: lidocaina e prilocaina dispensati da un aerosol che va applicato direttamente sul glande. «Si è accertato &#8211; spiega Vincenzo Mirone &#8211; come il processo dell&#8217;eiaculazione sia sotto controllo del sistema nervoso centrale. Alla base agiscono meccanismi neurobiologici mediati da diversi neurotrasmettitori con specifiche competenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra questi, la serotonina: è in grado di controllare l&#8217;eiaculazione e la risposta sessuale maschile. Studi recenti hanno messo in luce l&#8217;associazione tra l&#8217;Ep e ridotti livelli di serotonina. Pertanto, un aumento di serotonina a livello del sistema nervoso centrale è in grado di inibire l&#8217;eiaculazione ritardandola». E questo ruolo è affidato, nel farmaco ora disponibile anche sul mercato italiano, alla dapoxetina, molecola in grado di agire sulla produzione di serotonina. Aumentandola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da chi farsi aiutare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da uno specialista sicuramente. Da un urologo innanzitutto, per stabilire insieme se si tratta di un problema più fisico o psicologico, più temporale o protratto. Poi da uno psicoterapeuta, individuale o di coppia, per cancellare il disagio. Infine dalla propria partner, nel momento dell&#8217;incontro utilizzando preservativi ritardanti (ne esistono molti in commercio) e praticando la tecnica &#8220;stop &amp; go&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovvero interrompendo il rapporto ogni volta che lui sente di essere vicino a non sapersi più controllare. Per aumentare i tempi di durata.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando è solo veloce e quando davvero precoce?</p>
<p style="text-align: justify;">«Di solito la durata media di un rapporto è stima tra i tre e i sette minuti &#8211; ha precisato il direttore della Clinica urologica dell&#8217;Università di Cagliari Antonello de Lisa &#8211; e si può parlare di EP quando si scende sotto il minuto o, appunto, quando l&#8217;eiaculazione arriva prima della penetrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, com&#8217;è comprensibile, non riguarda solo il singolo, che si sente inadeguato, ma si estende anche alla vita di coppia. Se escludiamo i casi in cui la patologia è dovuta a disfunzioni fisiche, come infiammazioni o accentuata sensibilità, in 8 casi su 10 le cause sono di tipo psicologico e il soggetto sarà quindi trattato con terapie psicocomportamentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei casi più gravi, invece, si passa all&#8217;uso del farmaco che aiuta il paziente ad avere una prestazione considerata standard». Viene spesso sottolineata l&#8217;importanza di un costante contatto tra pazienti e specialisti, «non solo per l&#8217;efficacia del trattamento, ma anche perché riteniamo &#8211; ha detto De Lisa &#8211; che la patologia sia sottostimata.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, anche alle minime avvisaglie, è importante parlare con uno specialista, sia esso un andrologo o urologo». Uomo avvisato&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fonte : Libero News</strong></p>
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		<title>Il comportamento “borderline”, come riconoscerlo e curarlo</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 09:11:38 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[disturbi di personalità]]></category>
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		<category><![CDATA[personaltà borderline]]></category>

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		<description><![CDATA[E&#8217; un disturbo sempre più frequente soprattutto nella fascia di età dell&#8217;adolescenza, quella in cui si sviluppa e si forma la personalità dell&#8217;individuo. Viene definito “disturbo borderline” e raccoglie comportamenti che vanno dall&#8217;autolesionismo – che sconfina anche in alcune mode (gli “Emo” ad esempio) – alla condotta trasgressiva e promiscua, all&#8217;uso di droga e alcool, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217;  un disturbo sempre più frequente soprattutto nella fascia di età  dell&#8217;adolescenza, quella in cui si sviluppa e si forma la personalità  dell&#8217;individuo. Viene definito “disturbo borderline” e raccoglie  comportamenti che vanno dall&#8217;autolesionismo – che sconfina anche in  alcune mode (gli “Emo” ad esempio) – alla condotta trasgressiva e  promiscua, all&#8217;uso di droga e alcool, ai furti, ai disturbi alimentari, alla depressione, fino al suicidio.    Oggi la casistica è in aumento tanto da indurre gli esperti a parlare di  una “fase epidemica”, che richiede specifici interventi di prevenzione  oltre che di cura. Con  questo obiettivo, il Dipartimento di Salute mentale della Asl 9 già 10  anni fa ha dato vita ad un gruppo di supervisione, multidisciplinare e  multiprofessionale, di cui fanno parte psicologi e psichiatri,  assistenti sociali, neuropsichiatri infantili e altre figure  professionali di supporto, specializzato proprio nell&#8217;individuazione e  il trattamento del disturbo borderline. Del  resto il fenomeno è assai diffuso anche in provincia di Grosseto: dei  circa 7.000 pazienti con disturbo psichico  trattati ogni anno dal Dipartimento di Salute mentale – 5.500 adulti e  1.500 minori &#8211; circa 200 sono disturbi della personalità, di cui 20  all&#8217;anno “borderline”, con una percentuale del 3-4 per cento sul totale.  La fascia di età è tra i 15 e i 30 anni, anche se la diagnosi viene  fatta intorno ai 16 anni. In  realtà questa è solo la punta dell&#8217;iceberg, dato che non tutte le  persone che sviluppano comportamenti borderline vengono individuati  (dalla scuola, dalla famiglia, dai servizi) e, soprattutto, accettano la  cura. Tant&#8217;è che la stima dei casi secondo alcune  fonti sale al fino 20 per cento del totale  dei potenziali pazienti psichiatrici.<br />
<strong>Fonte</strong>: <a href="http://www.maremmanews.tv" target="_blank">Maremmanews</a></p>
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		<title>Depressione, le donne la temono più del tumore</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 21:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>

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		<description><![CDATA[MILANO - Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un&#8217;italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>MILANO -</strong> Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un&#8217;italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una su quattro. Un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale sulle donne e la depressione, promossa dall&#8217;Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all&#8217;Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.</p>
<p><strong>LE RAGIONI -</strong> Perché tanta paura? «Le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l&#8217;ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure», risponde Francesca Merzagora, presidente di ONDa. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Anche una revisione di studi che hanno coinvolto oltre 700 pazienti, condotta dall&#8217;università della Pennsylvania e pubblicata a gennaio su Jama, ha alimentato dubbi, ipotizzando che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi più gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. «Nelle depressioni di grado lieve, farmaci e psicoterapia si equivalgono; talvolta è più utile la psicoterapia — commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze all&#8217;ospedale Fatebenefratelli di Milano —. In caso di depressione moderata o grave gli antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi e in un altro 36% vede l&#8217;entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all&#8217;80%». Questo le donne non l&#8217;hanno capito: molte certo ricorrerebbero alla psicoterapia, benvista dall&#8217;85% delle intervistate, o ai gruppi di auto-aiuto, che riscuotono la fiducia dell&#8217;80%. Solo una su due, però, crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati li apprezza un pò di più.</p>
<p><strong>SOLO LA METÀ SI CURA -</strong> «Poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Così, a un mese dall&#8217;inizio delle cure il 30% ha già gettato la spugna e solo uno su tre segue la cura quanto e come si deve — spiega Mencacci —. Nelle donne accade anche perché per motivi biologici c&#8217;è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l&#8217;età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato: da qui le ricadute, gli insuccessi, la sfiducia. E la paura». Leggendo i dati raccolti da ONDa c&#8217;è però qualcos&#8217;altro che balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa per essere malate. Ancora lo stigma? «Purtroppo sì — risponde lo psichiatra —. Le donne, che della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di un&#8217;altra patologia &#8220;tangibile&#8221;. Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa». Tanto che spesso scelgono di non parlarne con nessuno: nel 2010, una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. E non guarisce da una malattia che si può e si deve curare.</p>
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		<title>La lettura come cura</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2010 09:21:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lettura come cura. Per esempio della depressione. O preziosa alleata in un momento di sofferenza. Gli esperti consigliano saggi e romanzi, soprattutto i classici. E indicano a quali condizioni può funzionare. «La società attraversa un momento di malessere e c&#8217;è anche una crescente sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di sviluppare percorsi di ricerca personale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lettura come cura. Per esempio della depressione. O preziosa alleata in un momento di sofferenza. Gli esperti consigliano saggi e romanzi, soprattutto i classici. E indicano a quali condizioni può funzionare.</p>
<p>«La società attraversa un momento di malessere e c&#8217;è anche una crescente sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di sviluppare percorsi di ricerca personale. Il libro ci appare come un amico in grado di &#8220;prenderci per mano&#8221; e aiutarci a trovare ciò che cerchiamo», spiega la psicologa Barbara Rossi, curatrice di un testo di recente pubblicazione sul tema, <em>Biblioterapia </em>(Edizioni la Meridiana). Soprattutto in Gran Bretagna, un numero crescente di pazienti esce dai servizi di salute mentale non con una ricetta, ma con il titolo di un manuale che dovrebbe alleviare ansia, depressione o altri disturbi. E ci sono anche studi scientifici, come quelli apparsi sulla rivista <em>Behaviour Research and Therapy</em> o sul <em>Journal of Clinical Psychology</em>, che mostrano come la lettura giusta possa avere effetti terapeutici. In Inghilterra è stata addirittura compilata una lista di 35 testi giudicati efficaci almeno come primo intervento, in attesa di avviare una terapia. «Un po&#8217; ovunque stanno nascendo opportunità per utilizzare i libri nei momenti difficili. C&#8217;è un consenso diffuso sul fatto che siano utili», spiega Rossi. «Alcuni studi mostrano che quando leggiamo si attivano nel nostro cervello le aree deputate ad analizzare le immagini. Possiamo pensare dunque che la lettura ci aiuti a recuperare competenze psichiche che ci aiutano a risolvere i nostri problemi».<br />
«Mi capita, quando possibile, di suggerire letture al posto dei farmaci», aggiunge Andrea Bolognesi, psichiatra e omeopata. «Oggi si tende a medicalizzare il malessere esistenziale, affrontando paure e disagi a colpi di farmaco. In casi come questi ho ottenuto buoni risultati con i libri». Non c&#8217;è bisogno di affrontare una terapia per trarre giovamento dalla lettura, ma una guida esperta può essere di aiuto. «Si può leggere per svago, per pensare, per imparare cose nuove o per stare meglio. Se la lettura è intesa come una cura, dobbiamo ricordarci che non può sostituire un rapporto terapeutico», spiega Rossi. «Capita invece che la lettura di un libro e la psicoterapia possano arricchirsi e potenziarsi, e quindi diventare un importante mezzo per il proprio benessere».<br />
«Essendo un insegnante, propongo i libri non come terapia ma come percorso esistenziale, &#8220;cura&#8221; nel senso in cui usavano questo temine classici come Seneca. Per cercare di sviluppare l&#8217;empatia, imparare a mettersi al posto dell&#8217;altro», spiega Manuela Racci, docente presso la cattedra on-line di Biblioterapia di Accademia-Opera a Roma. Riconoscersi in altre storie può aiutare a mettere la propria vicenda in prospettiva: «Il libro è un incontro-confronto con un altro diverso da noi», spiega Rossi. «Vedere come altri hanno risolto la nostra stessa difficoltà ci aiuta a ritrovare la speranza e la motivazione a provarci». Può farci sentire meno soli (<em>non sono l&#8217;unico a vivere certe esperienze</em>), o semplicemente distrarci, magari fornire suggerimenti utili. In particolare se la lettura è affiancata dal lavoro con un terapeuta. «C&#8217;è chi costruisce da solo un proprio percorso di crescita attraverso le letture», spiega Bolognesi. «In terapia, quando ci sono difficoltà esistenziali che non possono essere superate autonomamente, i libri possono aiutare a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, agevolare e arricchire il rapporto terapeuta/paziente: attraverso la lettura emergono temi che una persona avrebbe difficoltà ad affrontare spontaneamente».</p>
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		<title>Giovani fragili che si gettano nel vuoto, ora si teme l’emulazione</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 10:43:16 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Alla nostra età è difficile sentirsi amati&#8221;. &#8220;Scusatemi, ma non riesco più ad avere a scuola il solito rendimento&#8221;. Sono messaggi che fanno pensare quelli lasciati dai tre studenti della scuola italiani che nei giorni scorsi si sono lasciati andare dalla finestra per un malessere più grande di loro. Due, un liceale di Milano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Alla nostra età è difficile sentirsi amati&#8221;. &#8220;Scusatemi, ma non riesco più ad avere a scuola il solito rendimento&#8221;. Sono messaggi che fanno pensare quelli lasciati dai tre studenti della scuola italiani che nei giorni scorsi si sono lasciati andare dalla finestra per un malessere più grande di loro. Due, un liceale di Milano e una dodicenne di Reggio Emilia, se ne sono andati così, senza una spiegazione: erano bravi ragazzi e, in apparenza, senza problemi alle spalle. Se non quello, evidentemente, di essere così fragili da non vedere più vie d’uscita che il suicidio. Il terzo, una studentessa di 16 anni, milanese d’adozione e originaria dello Sri Lanka, si è gettata del corridoio del terzo piano del Liceo Scientifico Statale Albert Einstein di Milano: ha riportato, dopo un volo di 16 metri dalla biblioteca al piano rialzato, un &#8220;grave trauma toraco-addominale&#8221; e diverse fratture, ma è stata operata e dovrebbe farcela.</p>
<p>Gli episodi, accaduti nei primi giorni del 2010, hanno fatto emergere le note problematiche adolescenziali, spesso latenti, almeno agli occhi degli adulti, dovute ad emozioni intense e profonde non sempre controllabili. Emozioni che, a volte, sempre più spesso, portano a gesti estremi.</p>
<p>Ma come è possibile che ciò accada, spesso durante le lezioni, senza alcuna avvisaglia o piccole spie? “A volte &#8211; spiega Fabio Sbattella, docente di psicologia dello sviluppo all&#8217;università Cattolica di Milano &#8211; neanche il compagno di banco riesce a coglierle”. Ma, quando vengono espresse, vanno sempre prese sul serio, perché quello dell&#8217;adolescenza è un momento di cambiamento molto delicato e problemi risolvibili possono essere interpretate come insormontabili difficoltà. &#8220;Come tutte le fasi di cambiamento &#8211; continua l’esperto &#8211; quella dell&#8217;adolescenza è una fase in cui la persona è particolarmente fragile”.</p>
<p>Al punto che un gesto di questo genere possa essere scambiato come la via d’uscita da un tunnel di sofferenze. E se ad intraprenderlo anche altri coetanei si potrebbe innescare anche un pericoloso percorso: quello che porta ad imitare il gesto autolesionista: &#8220;Il rischio di emulazione esiste – ha detto un&#8217;insegnante di educazione fisica dell’Einstein subito dopo che una delle sue allieve si era lanciata inspiegabilmente dalla finestra &#8211; perché può capitare che ci siano situazioni che portino i ragazzi a sentirsi degli estranei&#8221;. E&#8217; quanto ha affermato</p>
<p>&#8220;E’ un rischio effettivo – ammette Sbattella – perché abbiamo diverse ricerche che dimostrano che quando viene enfatizzato un gesto autolesivo molte persone in crisi meditano che quella possa essere una soluzione e una occasione di visibilità, o vendetta. E questa è una tendenza ancora più accentuata negli adolescenti, perché i momenti di crescita portano sempre con sé una rielaborazione della propria idea della morte. Non a caso, i film di vampiri e di terrore hanno molta presa sugli adolescenti&#8221;.</p>
<p>A sostenere questa tesi è anche Giuseppe Dell`Acqua, direttore del centro di salute mentale di Trieste: &#8220;L&#8217;effetto mediatico – sostiene &#8211; può spingere i ragazzi all&#8217;emulazione, occorre stare molto attenti a come si raccontano queste storie. L&#8217;adolescenza è l&#8217;età dell&#8217;estremismo. Gli innamoramenti sono totali, le passioni assolute. Di solito, per fortuna, non si arriva al gesto estremo del suicidio. Il passaggio all&#8217;atto del suicidio arriva quando si ha una profonda convinzione che il futuro non c&#8217;è più, che non si può fare più nulla, che tutto precipita”. C’è però un antidoto per cercare di evitare che si arrivi a determinati atti: quando scatta il campanello d’allarme, famiglie, docenti e amici hanno l’obbligo di provare sempre ad adottarlo, prima che sia troppo tardi. “Le cose più importanti – di il direttore &#8211; sono l&#8217;ascolto e la socializzazione. Occorre aiutare i ragazzi a dire con più facilità le cose che si muovono dentro di loro. In questo proprio la scuola ha una grande responsabilità&#8221;.</p>
<h2>Commento della dott. Grazioli</h2>
<p><span style="color: #333399;"><em>La morte è lo spettro della vecchiaia, non fa paura alla gioventù.</em></span></p>
<p><span style="color: #333399;"><em>E&#8217; perciò un pericolo reale il rischio d&#8217;emulazione di gesti estremi compiuti da coetanei. Le notizie di tali fatti diffuse dai media non vanno lasciate passare nel silenzio, ma discusse  e approfondite a scuola e in famglia.</em></span></p>
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		<title>Psicoterapia: rende più felici dei soldi</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2009 14:48:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli effetti della psicoterapia sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui? A giudicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-467" title="psicoterapia" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/psicoterapia.jpg" alt="psicoterapia" width="206" height="210" /></p>
<p>Gli effetti della <strong>psicoterapia</strong> sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui?</p>
<p>A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di <strong>stipendio</strong> o di una vincita alla lotteria.</p>
<p>I soldi in pratica non fanno la <strong>felicità</strong>. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.</p>
<p>La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una <strong>ricompensa monetaria</strong>. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.</p>
<p>Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare <strong>bene con noi stessi</strong> e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.</p>
<p>Gli effetti della <strong>psicoterapia</strong> sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui.</p>
<p>A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di <strong>stipendio</strong> o di una vincita alla lotteria.</p>
<p>I soldi in pratica non fanno la <strong>felicità</strong>. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.</p>
<p>La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una <strong>ricompensa monetaria</strong>. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.</p>
<p>Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare <strong>bene con noi stessi</strong> e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.</p>
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		<title>SALUTE: MALATTIA E SOLITUDINE CAUSE DEPRESSIONE ANZIANI</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 17:51:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La depressione negli anziani e&#8217; scatenata dalla solitudine e dall&#8217;impotenza che si avverte quando si e&#8217; ammalati, e non semplicemente dall&#8217;avanzare dell&#8217;eta&#8217;. E&#8217; con questa convinzione che oggi a Milano si sono riuniti diversi esperti di salute mentale, di geriatria, psicologia e neurologia, in una giornata promossa dall&#8217;Ospedale San Paolo in collaborazione con il Comune. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-445" title="anziani_0" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/anziani_0-300x225.jpg" alt="anziani_0" width="300" height="225" /></p>
<p>La depressione negli anziani e&#8217;  scatenata dalla solitudine e dall&#8217;impotenza che si avverte  quando si e&#8217; ammalati, e non semplicemente dall&#8217;avanzare  dell&#8217;eta&#8217;. E&#8217; con questa convinzione che oggi a Milano si sono  riuniti diversi esperti di salute mentale, di geriatria,  psicologia e neurologia, in una giornata promossa dall&#8217;Ospedale  San Paolo in collaborazione con il Comune.    &#8221;A causare la depressione negli anziani &#8211; spiega Costanzo  Sala, direttore dell&#8217;Unita&#8217; operativa complessa di Psichiatria I  del San Paolo &#8211; e&#8217; la malattia che riduce l&#8217;autonomia e contrae  la progettualita&#8217; per il futuro. E&#8217; il senso d&#8217;inutilita&#8217; e  d&#8217;essere fuori dal tempo, scollegati dal gruppo sociale  d&#8217;appartenenza che spesso colpisce chi va in pensione. E&#8217; la  difficolta&#8217; a rielaborare la perdita di amici e congiunti o,  ancor peggio, del coniuge. Non e&#8217; certo l&#8217;eta&#8217; anziana in se&#8221;&#8217;.    La depressione colpisce tutte le eta&#8217;, con un&#8217;incidenza  dall&#8217;1 al 4% della popolazione, che raddoppia nella donna  rispetto all&#8217;uomo. Negli anziani si arriva anche all&#8217;8-16%, dove  &#8221;e&#8217; spesso conseguenza di una sensazione d&#8217;isolamento &#8211;  continua l&#8217;esperto &#8211; e va affrontata con strumenti sociali, con  la consapevolezza della ricaduta negativa che puo&#8217; avere sulla  salute fisica e psichica della persona. Quando l&#8217;anziano cade in  depressione, insomma, e&#8217; importante non banalizzare i suoi  sintomi: non osservarli cioe&#8217; come una fisiologica conseguenza  dell&#8217;eta&#8217;, ma trattare questa patologia con terapie  farmacologiche, psicoterapiche e riabilitative, da sole o  congiuntamente. Un approccio, questo, che porta a un altissimo  risultato clinico&#8221;.    Proprio al San Paolo e&#8217; attivo un Centro per la diagnosi e la  cura della depressione dell&#8217;anziano, un ambulatorio ad accesso  diretto (senza impegnativa) e gratuito per tutte le persone che  hanno superato i 65 anni di eta&#8217; e soffrono di  depressione.</p>
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		<title>LA PAURA DEL VIRUS O IL VIRUS DELLA PAURA? IL CASO A H1/N1</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 18:13:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fino a qualche tempo fa, nessuno avrebbe immaginato di portarsi in tasca o in borsa un presidio medico chirurgico antibatterico e disinfettarsi le mani per strada. Ne, tanto meno, che le scuole richiedessero a bambini di non abbracciarsi con i proprio compagni di scuola, come profilassi obbligatoria per questioni cautelari. Eppure, queste sono oggi scene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-437" title="virus-suino" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/virus-suino-256x300.jpg" alt="virus-suino" width="256" height="300" /></p>
<p>Fino a qualche tempo fa, nessuno avrebbe immaginato di portarsi in tasca o in borsa un presidio medico chirurgico antibatterico e disinfettarsi le mani per strada. Ne, tanto meno, che le scuole richiedessero a bambini di non abbracciarsi con i proprio compagni di scuola, come profilassi obbligatoria per questioni cautelari. Eppure, queste sono oggi scene di vita quotidiana, che non solo non ci sorprendono, ma che reputiamo necessarie per la nostra sicurezza. Questo ed altro in tempi di Influenza A H1/N1. Non c&#8217;è dubbio che l&#8217;argomento sia inflazionato e che chiunque ne abbia sentito già parlare, ma forse, in meno sanno cosa davvero sia questo virus. Senza dover scendere troppo nel tecnico, il che renderebbe la cosa difficilmente comprensibile, si deve sapere che la famosa sigla A H1/N1 non  è altro che  una sorta di codice che permette di classificare il virus. La lettera A ne identifica il tipo, ossia la famiglia di appartenenza, H1 è il recettore della cellula alla quale il virus si attacca e N1 è l&#8217;enzima della cellula attaccata, che libera i nuovi prodotti del virus. Anche se inizialmente questa definizione può apparire criptica o complessa, ci permette di evincere che il virus, aggredendo le cellule, fa si che queste producano anticorpi per combatterlo, costringendolo a modificarsi di volta in volta. La sigla quindi ne classifica il tipo e gli annovera determinate proprietà. Sono proprio gli esperti, infatti, a dirci che questo tipo di virus è circoscrivibile in una serie di altri che hanno la stessa &#8211; se non minore &#8211; pericolosità di un&#8217;influenza stagionale.</p>
<p>Senza ulteriormente caricare di tediosità la descrizione, va considerato quindi, che tutti i virus hanno per proprietà intrinseca la mutevolezza e che per questo, sono tutti egualmente contraibili con facilità. Un ulteriore passo renderebbe il tutto troppo tecnico ma la domanda latente che attanaglia tutti nel dubbio è : quanto rischio si corre? La risposta è poco, molto poco. La vera domanda da porsi è: perché è così tangibile nell&#8217;aria la paura per il virus dell&#8217;influenza suina. Ci sono varie scuole di pensiero a riguardo, di cui la principale è quella dei <em>cospirazionisti</em>. A loro detta, produrre paura è un modo per far produrre &#8211; e quindi vendere -  vaccini (costosi e superflui) per rimpinguare le casse delle case farmaceutiche. Per quanto probabile, sarebbe troppo pretenzioso, pretendere di discuterne in questa sede e tanto più arrogarsi il diritto di saperlo.&#8221;Le mamme non fanno altro che parlare di questo&#8221; dice la proprietaria di un noto negozio per bambini del centro; &#8221; hanno i figli con l&#8217;influenza e sono preoccupatissime&#8221;. Aldilà delle normali premure che ogni madre nutre verso la propria prole, però, l&#8217;allarmismo generato dai canali  di informazione, sta provocando una sorta di isteria collettiva che non produce niente se non ansia ingiustificata.</p>
<p>Professori, medici, ministeri e organizzazioni internazionali fanno da spola nel rimbalzo di informazioni allarmiste e sottese al mero sensazionalismo. Come possono allora genitori, bambini, insegnanti e nonni non creder loro?!. Ovvio è che lo faranno. E&#8217; così che si entra in quel circolo vizioso, per cui la vera viralità, più che al virus, va attribuita alla malainformazione. Così un disinfettante antibatterico per le mani diventa la panacea assoluta da erigere in difesa del contagio &#8211; che tra l&#8217;altro, eventualmente, necessiterebbe di antivirale per essere debellato -. La normale profilassi è più che sufficiente per non incappare nel contagio e anche laddove venisse contratto, può essere curato. I morti dell&#8217;influenza Suina sono solo 43, quando le cifre dei decessi per le comuni influenze stagionali, sono di gran lunga superiori. Quello che non viene considerato allora, è che la vera pericolosità del virus A H1/N1 è quella di aver contagiato di paura tantissime più persone di quelle che in realtà ha fatto ammalare veramente.</p>
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		<title>L&#8217;aspetto aiuta la carriera ma non dà la felicità</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 18:04:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
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		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi è bello guadagna di più, ma rischia una delusione. Due studi analizzano il ruolo e gli effetti dell&#8217;apparenza MILANO &#8211; Timothy Judge non lo sa, ma il suo studio appena usci­to su Journal of Applied Phy­siology potrebbe diventare il manifesto di tutti gli italiani (e sono tanti) pronti a fare qualsiasi cosa pur di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi è bello guadagna di più, ma rischia una delusione. Due studi analizzano il ruolo e gli effetti dell&#8217;apparenza</p>
<p>MILANO &#8211; Timothy Judge non lo sa, ma il suo studio appena usci­to su Journal of Applied Phy­siology potrebbe diventare il manifesto di tutti gli italiani (e sono tanti) pronti a fare qualsiasi cosa pur di diventa­re un po&#8217; più attraenti. «Chi è bello guadagna di più, indipendentemente da intelligenza e preparazione» scrive infatti il ricercatore dell&#8217;Università della Florida che, studiando uomini e don­ne fra i 25 e i 75 anni, ha di­mostrato come esser belli sia realmente una marcia in più, a ogni età. Perché aumenta l&#8217;autostima e consente di otte­nere più attenzione e ascolto dagli altri: sul lavoro e, come è già emerso da altri studi, pure a scuola, o in politica. Gli italiani, che si sottopon­gono a trattamenti estetici di ogni tipo (nell&#8217;uso di filler, ad esempio, siamo secondi solo agli Stati Uniti), devono averlo intuito. Emiliano Bar­toletti, segretario della Sime, la Società italiana di medici­na estetica, spiega: «Molti in­sicuri diventano aperti e sola­ri se ottengono un aspetto fi­sico che li soddisfa attraver­so piccoli o grandi interventi estetici: sentirsi a proprio agio con se stessi influenza in modo positivo comporta­mento e carattere. L&#8217;impor­tante è non credere che tutti i problemi si risolvano miglio­rando l&#8217;aspetto, altrimenti il rischio è di scivolare in un circolo vizioso di ritocchi continui».</p>
<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-433" title="consigli-di-bellezza" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/consigli-di-bellezza-300x267.jpg" alt="consigli-di-bellezza" width="300" height="267" /></p>
<p>FELICITÀ &#8211; Anche perché la bellezza non fa (necessariamente) la felicità: almeno lo sostiene un&#8217;indagine in uscita a giu­gno su Journal of Research in Personality, secondo cui otte­nere ciò che si è tanto deside­rato non rende per forza più sereni se l&#8217;obiettivo era mate­riale ed esteriore, come di­ventar più belli. Anzi, è assai probabile finire in preda a emozioni negative e ritrovar­si con disturbi psicosomati­ci, come mal di testa e mal di stomaco. Succede perché la vera realizzazione di ognuno di noi è legata, in realtà, ad aspirazioni e bisogni che han­no a che fare con l&#8217;io e l&#8217;inte­riorità, dicono gli autori. «E perché molti, soprattut­to coloro che hanno poco sen­so della realtà e coloro che non hanno un&#8217;organizzazio­ne emotiva solida, affidano ai risultati degli interventi e anche dei semplici trattamen­ti estetici o dei prodotti co­smetici fantasie ben più pro­fonde &#8211; aggiunge Nicolino Rossi, psicologo dell&#8217;Univer­sità di Bologna -. In questi casi il rischio di delusione e malessere è alto». Forse un po&#8217; gli italiani l&#8217;hanno capito: secondo un&#8217;indagine della Si­me, la nuova tendenza è il «ri­tocchino invisibile» per di­mostrare bene la propria età.</p>
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		<title>La rivincita del bamboccione: i suoi capricci scacciano la crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 17:57:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>editore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi di personalità]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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		<category><![CDATA[sindrome peter pan]]></category>

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		<description><![CDATA[Si sentono ancora così giovani che quando staccano dal lavoro fanno prima la serata con gli amici e poi tornano a casa da mamma e papà. Adolescenti tardivi, rassegnati e precari, con in tasca il sogno bucato di un posto fisso. Sono i bamboccioni, gli eterni Peter Pan, i kidults in Inghilterra, da kid, bambino, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-medium wp-image-431" title="peter-pan" src="http://www.psicoterapeutico.com/wpgrazioli/wp-content/uploads/peter-pan-300x200.jpg" alt="peter-pan" width="300" height="200" /></p>
<p>Si sentono ancora così giovani che quando staccano dal lavoro fanno prima la serata con gli amici e poi tornano a casa da mamma e papà. Adolescenti tardivi, rassegnati e precari, con in tasca il sogno bucato di un posto fisso. Sono i bamboccioni, gli eterni Peter Pan, i kidults in Inghilterra, da kid, bambino, e adulto, Generazione post x per i sociologi. Come un&#8217;incognita, come un rebus; sono arrivati a trent’anni e hanno un futuro ancora tutto da scrivere. Sanno poco o niente di quello che succederà nella loro vita, eppure saranno proprio loro a salvare tutti dalla crisi. Con i loro consumi superflui e superficiali, i trentenni instabili e infelici, salveranno l’economia mondiale. Non lo faranno con strategie imprenditoriali o teorie economiche applicate. Semplicemente seguendo la loro più grande inclinazione: soddisfare i capricci. Come eroi inconsapevoli, sono i consumatori perfetti. Un esercito di lavoratori a tempo determinato che ha smesso di credere nel risparmio e che investe nei desideri. Trasgressori moderni di priorità antiche, superate. I valori dei vecchi sono stati invertiti. Qui il tempo libero, il divertimento, sono un valore assoluto. Una questione di appartenenza. Una fede. Le ferie non sono più un eldorado. Oggi ci sono i weekend low cost da prenotare su internet, ci sono le terme, i pacchetti relax. «Non aver più vent’anni non ha prezzo, ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto ci sono le carte di credito», come dice la pubblicità. Tutto il resto non c’è e non importa. Se questa è la generazione del tutto e subito, allora meglio non lasciarsi sfuggire niente, vivere al top e al massimo. Il successo per saghe come Guerre stellari, i cartoni di Walt Disney, la Play Station, X box. In Spagna il bambolotto «Baby mocosete» va a ruba, anche se costa 200 euro. E le clienti sono in maggioranza trentenni.<br />
Poi si vedrà, come si vedrà per il lavoro, la casa, una famiglia. I figli. Ora ci sono le emozioni da colmare, da ascoltare, da assecondare. Secondo le statistiche di mercato il consumo dei trentenni è tutto orientato verso il ritorno e la nostalgia della gioventù. È il cambio dei valori che entra in gioco. «Prima era negativo essere considerata una persona infantile, ora è diverso, dicono i sociologi. I trentenni consumano di più e lo fanno senza sensi di colpa. La sindrome da Peter Pan è la garanzia di sentirsi liberi di spendere. Secondo una ricerca inglese i giovani del terzo millennio spendono dodici volte quello che i loro coetanei sborsavano nel 1975. Per Giampaolo Fabris, professore di sociologia dei consumi al San Raffaele di Milano: «È fin dalla nascita dei figli che i genitori hanno un bassissimo grado di sopportazione di fronte ai capricci».<br />
A trent’anni partono per l’estero, alcuni hanno tentato di andare a vivere da soli e poi tornano a casa. Troppo caro l’affitto, insostenibile la rata del mutuo. E poi la rata della palestra, quella della macchina, i weekend fuori giusto per non rimanere fossilizzati a casa. Secondo uno studio americano i trentenni sono i primi nella storia a guadagnare meno dei genitori. In Italia i celibi che hanno tra i 18 e i 34 anni che vivono con almeno un genitore hanno oltrepassato il 60 per cento già dal 2006. Primi in molte cose i trentenni di oggi. Sono i figli di una generazione di separati. Si sono ritrovati adolescenti ad affrontare problemi da adulti, adulti che li hanno trattati da grandi. Oggi si trovano con una gran paura di sbagliare, vorrebbero una famiglia ma si guardano indietro e vedono troppe macerie. «È la prima generazione nella storia dell’umanità che non ha dovuto fare quello che facevano i genitori, e questo crea incertezza», spiega Fabris. E allora tornare nella cameretta che mamma ha tenuto a disposizione non ha prezzo. Meglio chiudere un occhio e far finta di essere felici anche così. Domani è un altro giorno, va bene, ma intanto che fretta c’è?</p>
<p>di Manilla Alfano &#8211; il Giornale</p>
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