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Le dipendenze Patologiche

 

Introduzione

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Spesso si incomincia per gioco, curiosità, imitazione etc.., e si finisce schiavi.

 

Schiavi di internet, dello shopping, del sesso, delle droghe, del cibo, di ogni tipo di comportamento o sostanza abbia il potere di alleviare la sofferenza, il dolore, l’ansia o altri stati emotivi negativi.

Tuttavia poiché non tutti diventano schiavi, viene naturale chiedersi perché alcuni lo diventano ed altri no. La risposta è che per questi “alcuni” la droga, il cibo, il sesso o altro, rappresentano l’unica soluzione possibile al proprio “male di vivere”, per loro non esistono altri modi.

Ciò significa che non si diventa schiavi, ovvero dipendenti patologici, DP, per caso, ma esiste in alcune persone una vulnerabilità di base che le predispone in condizioni di stress e sofferenza a ricorrere a comportamenti di dipendenza come unica difesa e soluzione possibili di fronte al pericolo e all’angoscia di sentirsi annientati, frammentati, svuotati.

uasi sempre i potenziali DP nella primissima infanzia hanno vissuto la scoperta e il progressivo processo di separazione dalla figura materna in modo particolarmente problematico, e si portano dentro un pervasivo senso d’impotenza e di vuoto esistenziale.

Infatti, solo l’esperienza di una “sana” dipendenza nell’infanzia permette la conquista di un’ indipendenza autentica nell’adulto, solo l’essere capaci di dipendere consente di stabilire relazioni in cui il bisogno di affermazione della propria individualità convive armoniosamente col bisogno di essere in relazione con l’altro.

Quando invece tra queste due spinte presenti in ogni uomo, si crea uno squilibrio avremo o un bisogno disperato dell’altro senza il quale non ci si sente vivi oppure una fuga atterrita dall’altro che viene vissuto come una minaccia all’integrità del proprio sé.

 

Le persone dipendenti non sono capaci di “pensare” e “tenere nella mente” e quindi regolare e controllare, emozioni e sentimenti gravosi quali la frustrazione, la rabbia, l’invidia, la rivalità, la competizione etc..,ma sperimentano e sono invasi da un costante e inesplicabile vuoto esistenziale al quale pongono rimedio allontanandosi dalla propria realtà e rifugiandosi in un altro mondo abitato dalle piacevoli sensazioni che i comportamenti di dipendenza procurano loro.

Il piacere che deriva da qualsiasi forma di dipendenza patologica si deve intendere come un rifugio della mente, una realtà parallela in cui sono assenti le dolorose sensazioni ed emozioni sperimentate nella realtà ordinaria.

In tutte le forme di dipendenza patologica si esprime sia un desiderio di fuga, sia l’incapacità di tollerare il dolore mentale, che non viene né pensato, né fatto oggetto di una riflessione consapevole, ma viene annullato per mezzo della creazione di emozioni e sensazioni ripetitive raggiunte con modalità sempre più compulsive.

 

Impulsivi da bambini, giocatori d’azzardo da adulti

MILANO – Maschio, celibe, con licenza di scuola media, e soprattutto con comportamenti impulsivi gia’ dall’infanzia: e’ questo l’identikit del giocatore d’azzardo patologico, secondo uno studio americano pubblicato sulla rivista ‘Addiction‘ e segnalato dalla newsletter del Dipartimento italiano delle politiche antidroga.

Sembra dunque che le manifestazioni di impulsivita’ siano una caratteristica chiave della personalita’ dei giocatori patologici. Un gruppo di ricercatori americani ha cercato di individuare un possibile legame tra comportamento impulsivo, gia’ nella prima infanzia, e lo sviluppo in eta’ adulta di forme di gioco d’azzardo problematico.

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Fonte: Ansa

Le nuove dipendenze

Fino a qualche anno fa le ‘dipendenze’ erano quasi esclusivamente associate all’abuso di sostanze. Oggi, invece, si parla sempre più di “nuove dipendenze” per definire alcuni comportamenti o abitudini, spesso legati a contesti socialmente accettati, dei quali non possiamo fare a meno: lo shopping, il gioco, internet, sono solo alcuni esempi.

 

Nel volume “Le nuove dipendenze. Analisi e pratiche di intervento”, pubblicato da Cesvot e a cura di Valentina Albertini e Francesca Gori (Cesvot, “I Quaderni”, n. 52, luglio 2011, 185 pp.), una approfondita e aggiornata analisi del fenomeno ma anche esperienze di intervento e prevenzione realizzate grazie all’impegno sinergico di associazioni, gruppi di auto-aiuto e servizi territoriali. Infine storie, racconti e testimonianze. Il volume si sofferma in particolare sulle tecnodipendenze e le dipendenze da gioco, sesso e shopping, nonchè sulle strategie di intervento e prevenzione che è possibile attivare, soprattutto in ambito giovanile.

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Gioco d’azzardo: quando il brivido diventa dipendenza

In questi giorni il mondo del calcio è stato, e continua ad esserlo, scosso dal terremoto giudiziario e mediatico delle scommesse. Le false partite, i personaggi noti in arresto o indagati, la delusione di tifosi e scommettitori e, in ultimo, anche l’ombra della longa manus della camorra: questo lo scenario che si presenta sotto gli occhi di noi italiani.
Quale occasione migliore, quindi, per sollevare il problema delle mania delle scommesse e del gioco d’azzardo on line, che sta assumendo dimensioni davvero incontrollabili, con tutti i rischi che ne derivano. Il numero dei dipendenti da gioco, persone come Beppe Signori che non possono fare a meno di rischiare e scommettere, ha subito una fortissima impennata, così come le occasioni per scommettere (e magari perdere tutto).

Attualmente non c’è consenso tra gli studiosi riguardo alle cause che spingono gli individui al gioco d’azzardo. Ogni scuola teorica interpreta dal proprio punto di vista il modo di agire del giocatore, chiamando in causa diversi fattori. Interessante mi sembra il contributo di Rosenthal il quale sostiene che alla base del comportamento dei giocatori patologici vi sia un disturbo narcisistico di personalità. Questi individui, per difendersi da un proprio profondo senso di debolezza, devono continuamente provare a se stessi il proprio valore e le proprie capacità costruendosi continuamente un’illusione di onipotenza. Rosenthal crede che l’attrazione più forte al gioco sia l’imprevedibilità del risultato che spinge a giocare per controllare l’incontrollabile. Quando ciò si realizza il giocatore si sente onipotente.

Lavorare fino alla morte, per lui raddoppia rischio cuore

Schiavi della scrivania, ‘costretti’ dal lavoro a rinunciare a ogni forma di attività fisica? Occhio, perché in questo modo si rischia letteralmente di uccidersi di lavoro. Per gli uomini pigri, che lavorano troppo a lungo, raddoppia infatti il rischio di morire per un problema al cuore. L’allarme arriva da uno studio danese, condotto analizzando i dati di oltre 5mila uomini dai 40 ai 59 anni, che lavoravano per 14 compagnie diverse. La loro salute e le loro abitudini a livello di attività fisica sono state monitorate per oltre 30 anni. Secondo la ricerca, pubblicata su ‘Heart’, gli uomini pigri che lavorano oltre 45 ore a settimana presentano un rischio di incappare in cardiopatie killer che è più del doppio rispetto a quello di coetanei ugualmente pigri, ma anche meno stakanovisti. A conti fatti, pero’, l’attività fisica sembra cruciale per la salute maschile, dal momento che per gli uomini più sportivi i rischi legati al superlavoro si azzerano. Nel corso della ricerca, spiegano gli studiosi del National Research Center for the Working Environment danese, si sono registrati 587 decessi per malattie cardiovascolari. Ebbene: i più pigri sono risultati a maggior rischio, specie se lavoravano molte ore al giorno. Dallo studio è emersa però una buona notizia per gli appassionati di fitness. Gli uomini più sportivi sono risultati meno a rischio di morire sia per cause cardiovascolari, che per altri motivi. E questo anche se lavoravano tantissimo. Anche quelli moderatamente attivi hanno mostrato una sorta di protezione in più, rispetto ai ‘colleghi’ scrupolosi in ufficio, ma allergici agli sport. Insomma, secondo i ricercatori sembra proprio che il lavoro, anche quello intellettuale, comporti un aumento del ritmo cardiaco e della pressione. Insomma, mette a dura prova la salute di cuore e vasi. Ma per chi fa molto fitness gli effetti negativi delle ‘maratone’ in ufficio si riducono drasticamente fino ad azzerarsi, mentre l’organismo recupera prima. Così i lavoratori più sportivi sono anche meno stanchi, irritabili e dormono meglio.

Fonte : AdnKronos

Milanesi con l’ossessione dello shopping

Dipendenza da Internet, gioco d’azzardo, shopping compulsivo e ossessione per il sesso: sono queste le nuove “addiction” che affliggono gli italiani. “La fascia di età più esposta al rischio di sviluppare questi disturbi comportamentali ed emotivi è quella compresa tra i 14 e i 45 anni e ad essere maggiormente colpiti sono gli uomini”, spiega lo psicologo Stefano Benemeglio (www.ipnosibenemeglio.com), autore di numerosi studi sul comportamento umano già a partire dagli Anni Sessanta, nonché fondatore dell’onlus Accademia Internazionale delle Discipline Analogiche (www.accademianalogica.com).

“Le sfaccettature del disturbo -prosegue lo psicologo- sono molteplici: c’è chi si fa travolgere da Internet fino a diventarne dipendente e chi si fa coinvolgere dal gioco d’azzardo: ma si tratta sempre di uno stesso fenomeno che caratterizza la nostra epoca. E per risolvere questi problemi sempre più persone si rivolgono all’ipnosi”. Secondo l’Accademia Internazionale “Stefano Benemeglio delle Discipline Analogiche”, onlus che si propone di contribuire allo sviluppo del potenziale umano del singolo individuo e al recupero della qualitÖ della vita, almeno 3 italiani su 100 sono dipendenti da Internet, dall’acquisto dell’oggetto inutile, dal gioco d’azzardo e dal sesso ad ogni costo. “L’opinione pubblica spesso crede che la dipendenza sia solo quella legata agli stupefacenti, all’alcol o al fumo. Ma non è così: ci sono dipendenze subdole, scambiate per cattive abitudini di cui vediamo solo la punta di un iceberg.

Le quattro nuove dipendenze che affliggono gli italiani sono abitudini che generalmente si possono classificare tra i comportamenti naturali e normali, ma diventano un disturbo comportamentale quando l’individuo non riesce più a farne a meno”, spiega lo psicologo Stefano Benemeglio. La dipendenza in maggior crescita nella Capitale è l’Internet Addiction Disorder (dipendenza da Internet), una sindrome -forse la più tipica del nuovo millennio- legata ad una sudditanza alla tecnologia da cui sono affette molte persone che passano ore e ore davanti al computer. Il gioco d’azzardo affligge invece soprattutto i veneziani: 4 cittadini su 100 hanno questa forma di dipendenza, di cui un terzo è donna. Gli adulti preferiscono il casinò e la bisca clandestina, mentre i giovani scelgono le macchinette, il video poker e i gratta e vinci. Un’altra dipendenza sempre più diffusa soprattutto tra i milanesi è quella dello shopping compulsivo. Si tratta di un’ossessione che colpisce soprattutto le donne, che sono più esposte degli uomini agli acquisti voluttuari. C’è gente che spende più delle proprie possibilità e acquista di tutto, anche oggetti che non rientrano nei propri gusti.

“L’individuo affetto da questa mania si gratifica andando in un supermarket e uscendo con il carrello pieno di cose inutili e con il portafoglio vuoto. Ma nel cervello c’è un’immensa soddisfazione, una soddisfazione che dura poco, fino all’ingresso al prossimo supermarket” precisa Stefano Benemeglio. Per quanto riguarda invece la “sex addiction”, sono vittime di questa dipendenza soprattutto i napoletani: il 2 per cento. Si tratta di un disturbo comportamentale che si abbina spesso con altre dipendenze: ad esempio molti sesso-dipendenti sono anche rete-dipendenti. Ci sono diversi casi di donne affette da questa ossessione, ma sono soprattutto gli uomini ad esserne colpiti.

Fonte : AffariItaliani.it

ALCOL: GIOVANI CERCANO SBALLO PER POTENZIARE DROGHE

Alcol più sostanze stupefacenti uguale sballo assicurato. E’ il nuovo modo di consumare alcol tra i giovani, che usano i drink per enfatizzare gli effetti delle sostanze stupefacenti e le stesse sostanze, soprattutto la cocaina, per riprendersi dai postumi dell’ubriacatura, il giorno dopo lo sballo.

Ma non è l’unico nuovo fenomeno di consumo, c’é anche il botellon, il cui richiamo solitamente viaggia su Facebook, in emulazione delle serate della movida spagnola, dove ci si ritrova in strada, a decine e centinaia, con il bicchiere pronto per cocktail artigianali a basso costo, fatti di vino di scarsa qualità e superalcolici. Questi nuovi modi di bere si aggiungono al già noto binge drinking, (cioé bere sei bevande alcoliche in una volta sola), sbarcato qualche anno fa in Italia dal Nord Europa.

In occasione dell’Alchol Prevention Day, l’Istituto Superiore di Sanità e l’Istat hanno tracciato il quadro del consumo di alcol in Italia, indicando giovani e anziani come categorie più a rischio, all’interno di un quadro nazionale di consumo al di sopra della media mondiale, con 10,7 litri procapite annui e in cui si registrano 4 milioni di italiani che almeno una volta all’anno si sono ubriacati.

Stando ai dati, oltre un milione di ragazzi tra gli 11 e i 24 anni adotta comportamenti di consumo a rischio, compreso il binge drinking, con picchi di incidenza anche tre volte superiori per i maschi e rileva un incremento dei ricoveri per intossicazione alcolica per gli under 14, passato dal 13,8% del 2008, al 17,7% del 2009 (+ 28%). Nel caso degli over 65, secondo l’Iss, in Italia ci sono 3 milioni di persone con modalità di consumo a rischio. Sono soprattutto maschi (48,1% contro il 13,1% delle donne) che, tra le bevande prediligono il vino, consumato quotidianamente. Giovani e anziani sono anche i segmenti che destano le maggiori preoccupazioni quando si parla rischi legati alla guida.

A livello nazionale, 1 su 10 non disdegna di mettersi alla guida dopo aver bevuto ma rispetto al numero di decessi a causa di incidenti, i dati mostrano che è uguale al di sotto dei 24 anni e sopra i 65. “Non avrebbe senso diminuire a zero l’alcolemia alla guida per i giovani sino ai 21 anni – sottolinea Emanuele Scafato, dell’Iss – senza diminuire a zero l’alcolemia per gli ultra65enni, visto che la fisiologia degli anziani, in termini di metabolismo dell’alcol è sovrapponibile a quella degli adolescenti, con una capacità di metabolizzazione di un solo bicchiere al giorno”.

COMMENTO della D.sa GRAZIOLI

O si vive a cento all’ora, o la vita non ha più senso. E’ sempre più difficile riuscire a sentirsi “vivi” senza l’ausilio di sostanze.

Sempre più maschi e anche senza soldi ecco i nuovi schiavi dello shopping

Comprare, comprare, comprare. Di tutto, sempre, per cause di forza maggiore. Anche se non si potrebbe, anche se il conto in banca non è lo stesso di Victoria Beckham. I saldi invogliano, ma anche il prezzo pieno gratifica. Si chiama shopping compulsivo: è il nome di un una patologia che affligge il 5 per cento degli italiani, l’85 per cento sono donne. C’è un centro specializzato in Italia che se ne occupa, molti ospedali e medici cominciano ad attrezzarsi. Perché è difficile capire: dove finisce il piacere e inizia la malattia?

Non solo scarpe e borse, non solo firmato: per lo shopper ossessivo basta che sia merce. Lo shopping compulsivo non è riconosciuto come un disordine dall’American Psychiatric Association nel Dsm-IV, il manuale diagnostico e statistico per i disturbi mentali accettato a livello internazionale per la classificazione delle malattie psichiche. Ma secondo molti tecnici lo sarà: è rapido e forte il fenomeno, interclassista e trasversale, globalizzato. Solo in Italia nell’ultimo decennio i compratori più che incalliti sono aumentati del 10 per cento, e accanto alle signore sono comparsi numerosi (+6 per cento) anche gli uomini.

Shopping addiction. Nuove dipendenze e noi nuovi “drogati”: da internet, dai cellulari, dal gioco d’azzardo o dal cyber sex. La fenomenologia delle compulsioni nell’era della disponibilità è varia e spesso non facile da classificare. Finché è l’ex Spice girl che fa incetta di abiti da sera in maniera seriale e scarpe tacco 12, sembra tutto normale. O quasi: è ricca, dunque può scialacquare. Eppure anche lei si pente dopo aver comprato regali di Natale per un milione di euro: «Ho speso troppo. Il consumismo è come una droga. Più si ha e più si vuole avere». Nei suoi recenti giorni milanesi, è stata fotografata per vetrine: «Quando vado a Milano non so resistere. Gli oggetti in quelle meravigliose boutique mi dicono “comprami ti prego comprami”». L’alibi è buono: «Aiuta l’economia». Dichiarazioni (al periodico Girl) cui è seguita l’ipotesi che la signora abbia chiesto l’aiuto di uno psicologo inglese per guarire.
Non sarebbe la sola tra le star. Si è detto a un certo punto di Lady D, ricorsa a un medico dell’anima dopo essere arrivata a spendere anche 200mila sterline a settimana in vestiti, scarpe, borse e accessori. Nelle sue 60 stanze-armadio oltre tremila capi d’alta moda, il cui valore stimato dalla rivista People sarebbe stato di circa 2 milioni di dollari. Anche Paris Hilton avrebbe fatto ricorso a uno specialista, e così Lindsay Lohan. Britney Spears, Daria Zhukova, Eva Longoria, Christina Aguilera, Celine Dion e Camilla Parker Bowles continuerebbero invece a praticare inconsapevolmente la loro manìa.

Ma le anonime shopaholic, chi sono? «Gente comune, soprattutto 35-40enni, che non arriva alla quarta settimana del mese ma che finisce anche per commettere illeciti pur di comprare». Cesare Guerreschi è il fondatore e presidente della Siipac, la società italiana di intervento sulle patologie compulsive, il primo centro in Italia a occuparsi delle nuove dipendenze, 4 sedi e la principale a Bolzano, cominciarono nel 1999 con i problemi legati al gioco d’azzardo. «Abbiamo allargato il campo: dai disordini alimentari alle dipendenze dal lavoro, sesso, tecnologie. E appunto i disturbi legati allo shopping, patologia in verità già registrata dallo psichiatra svizzero Bleuler e poi da Freud con il termine “oniomania”. Coercizione psichica all’atto dell’acquisto: per placare ansia e depressione». Hanno una comunità alla Siipac, dove i pazienti entrano per disintossicarsi: «Terapia psicologica, farmacologica, reinserimento sociale: molti perdono il lavoro e gli affetti». La vita consumata, sold out.

Commento della dott. Grazioli

Ogni società ha i suoi “disturbi”. La nostra società consumista e  tecnologica, dedita all’immagine e all’apparenza, alla bellezza e  giovinezza ad ogni costo, sicura del suo diritto alla felicità, riempie i suoi  vuoti con lo shopping compulsivo, internet addction, il bisturi estetico sempre in azione e la palestra quasi seconda casa, il sesso che invece farci felici ci rende infelici, l’elenco purtroppo è ancora lungo. Uomini  e donne  in questo siamo uguali, condividiamo gli stessi mali e gli stessi rimedi.

Facebook è una schiavitù Sos dai teenager pentiti

Un tempo si diceva fosse internet nel suo complesso a generare dipendenza, poi sotto accusa sono finiti i giochi di ruolo di massa, tipo World of Warcraft, per i quali da qualche anno in Cina hanno aperto addirittura delle cliniche per la disintossicazione. Ora invece tocca a Facebook, il social network per eccellenza, che con i suoi 350 milioni di utenti sta dilagando ovunque. E così rapidamente che oltreoceano i teenager hanno cominciato a prendere atto della loro schiavitù, dichiarando pubblicamente di voler smettere una volta per tutte e iscrivendosi, in alcuni casi, a gruppi di “disintossicazione”.

Ormai, stando alla Nielsen, il 54 per cento di loro frequenta abitualmente Facebook: erano appena il 28 per cento a ottobre dello scorso anno. Trascorrono sempre più ore a scambiarsi messaggi, pubblicare fotografie, tenersi aggiornati su quel che fanno i loro amici. “Come ogni altra forma di dipendenza, è sempre difficile ammetterla”, commenta Kimberly Young sul New York Times. Voce autorevole, essendo il direttore del Center for Internet Addiction Recovery di Bradford nella Pennsylvania. “È come un disordine alimentare”, aggiunge. “Non è possibile eliminare il cibo, ma solo fare scelte più accurate su quel che si mangia. In questo caso, quindi, su quel che si fa in rete”.

Problema tutto americano, verrebbe da pensare. In realtà invece è anche nostro e di tanti altri Paesi, visto che il 70% degli utenti di Facebook risiede fuori dagli Stati Uniti. In Italia sono in 12 milioni, circa cinque sotto i 24 anni, e la metà accede al social network tutti i giorni. “Difficile dire se sia un’esagerazione quella della dipendenza”, racconta Peter Lang, professore di architettura all’università Texas E&M, attento conoscitore della rete e tra i primi docenti ad aver usato Facebook per la didattica. “Due anni fa i miei studenti hanno smesso di usare le mail sostituendole con il social network. Hanno tutti un pc e quando è acceso sono sempre connessi a Facebook. Tanto che oggi gli orari delle lezioni vengono comunicati lì. Così, per rendere i seminari più interessanti, con altri colleghi abbiamo iniziato a usare i social network per l’insegnamento”.

Insomma, meglio farci i conti che limitarsi alle condanne. Perché, appunto, tutto sta nel capire come i dieci miliardi di minuti che ogni giorno vengono trascorsi su Facebook influiscono sulla vita dei 350 milioni dei suoi utenti. L’ovvietà è il fatto che se prima si andava in piazza a chiacchierare, ora lo si fa sul web. Più difficile capire se è un male o un bene. “Non ci sono studi scientifici su campioni vasti che possano giustificare allarmismi o assoluzioni – spiega Tilde Giani Gallino, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Torino – Dunque bisogna affidarsi al buon senso, che però potrebbe essere frutto di pregiudizi. Dell’esser cresciuti in un’epoca completamente diversa. La socialità sul web ha pro e contro, ma non è meglio o peggio di quella che hanno vissuto le generazioni passate. Solo differente. Allora, più che della dipendenza vera o presunta che sia da un social network o dalla rete, mi preoccuperei di più dell’impoverimento del bagaglio culturale. Perché scambiare la ricchezza di una biblioteca e dei suoi volumi con le sintesi di Wikipedia, quello si che è pericoloso per le giovani generazioni”.

Commento della Dott.sa Grazioli

“Essere dipendenti”, da qualsivoglia cosa o persona, secondo me non è mai un bene.
Tuttavia è un pò superficiale ed affrettato liquidare in questo modo la novità e le potenzialità dei social networks. A parte questo lungo discorso, un’unica osservazione mi viene da fare sulle molte e varie dipendenze oggi così frequenti fra i giovani, e cioè : ” è forse la totale mancanza di punti fermi e sicuri nella nostra società, quali ad esempio la solidità della famiglia, l’autorevolezza della scuola, la credibilità della politica, a spingere la gioventù a cercare sempre di più nei social networks come Facebook un punto di riferimento stabile, infatti Facebook, pur nella sua mutevolezza, è in ogni istante sempre a portata di mano e pronto ad ascoltarti?”

Salute: boom di internet-dipendenti, cosi’ ci si cura in Italia

Troppo-pc-fa-maleRestano incollati allo schermo per ore, fino a perdere il controllo della loro mente. Rapiti dalla Rete, condannati a navigare ininterrottamente nel ‘mare magnum’ di Internet, saltando da un sito all’altro senza riposo. Sono i cyber-dipendenti: adolescenti drogati di web che non staccano gli occhi dal computer e finiscono per preferire il mondo virtuale a quello reale. Una forma di “dipendenza comportamentale” (non legata a sostanze) in netta crescita in Italia, avvertono gli esperti.

Tanto che gli scienziati si stanno organizzando per fronteggiare l’ondata di pazienti. Sono tre i centri di riferimento della Penisola, che studiano il fenomeno della ‘Internet addiction’ e sono all’avanguardia sul fronte delle terapie: il Dipartimento di Neuroscienze cliniche dell’università di Palermo, il Policlinico Gemelli di Roma e l’università D’Annunzio di Chieti. “Quello che ancora non esiste sono cliniche di disintossicazione ad hoc” per cyber-dipendenti, spiega all’ADNKRONOS SALUTE Massimo Di Giannantonio, ordinario di psichiatria all’università D’Annunzio di Chieti. Cliniche come quelle finite nella bufera in questi giorni in Cina, per il caso di un ragazzino in cura in un centro di Qihang (nella regione meridionale del Guangxi) picchiato a morte. In Italia, sottolinea lo specialista, il fenomeno dei teenager Internet-dipendenti è ancora poco conosciuto, ma nelle corsie delle cliniche di psichiatria di molti ospedali italiani si vedono sempre più spesso casi di giovani ‘risucchiati’ dal web.

A Milano, conferma Claudio Mencacci, primario di psichiatria all’ospedale Fatebenefratelli, “ne abbiamo in cura un paio. E cominciano a vedersi anche casi di isolamento grave” dalla realtà. “Con sintomi simili alla cosiddetta sindrome di Hikikomori, fenomeno giapponese”.

Adolescenti che, all’improvviso, tagliano i ponti con il mondo, si barricano in camera e si astraggono dalla realtà anche per anni. Niente più scuola, uscite con gli amici, chiacchierate in famiglia. Unico chiodo fisso: la Rete, o un videogioco. Una malattia che porta con sé alterazioni del ritmo sonno-veglia e totale limitazione dei contatti interpersonali. “Sono ragazzi che si nutrono solo di relazioni virtuali e si rifiutano di interagire fisicamente con persone in carne ed ossa”, racconta Mencacci. Prigionieri del web difficili da curare. E’ questa la versione occidentale della sindrome del Sol Levante. Età media degli ‘addicted’: dai 16 ai 24 anni.

I tre gruppi di lavoro che in Italia si occupano di nuove dipendenze, coordinati dagli psichiatri Massimo Di Giannantonio (Chieti), Luigi Janiri (Roma) e Daniele La Barbera (Palermo), hanno visitato, nell’ambito di uno studio, oltre 100 mila ragazzi fra i 15 e i 21 anni. “Di questi il 3,7% ha mostrato una forma grave di ‘dipendenza comportamentale’”, spiega Di Giannantonio. Ma al momento, precisa, “non esistono dati epidemiologici sicuri che permettano di stimare l’incidenza della dipendenza da Internet in Italia”. Quello che gli esperti stanno osservando è l’aumento di dipendenze comportamentali fra i giovani: “Dipendenza dal gioco d’azzardo, da Internet, dallo shopping”, elenca lo specialista. Uno studio dell’università di Chieti, finanziato dal ministero della Salute, punta a far luce sul grado di diffusione di queste patologie fra gli adolescenti delle scuole superiori, ritenuti le ‘vittime ideali’ di disturbi come la cosiddetta ‘dipendenza transdissociativa da videoterminale’.

Fra i progetti in cantiere in Italia c’è anche l’idea di creare cliniche ad hoc per il trattamento delle nuove ‘droghe’ dei teenager. L’idea è di riservare posti letto in day hospital a questa tipologia di pazienti. Obiettivo: garantire loro percorsi di riabilitazione efficaci, dalla psicoterapia alle cure farmacologiche.