Esami parte terza : pronti, via
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giugno 21, 2011
Questi sono solo due esempi per indicare come di fronte alle prove/esami della vita, e di certo la maturità è per molti la prima grande prova, ognuno di noi sia guidato, tenuto con forza per mano dai fantasmi che abitano la sua mente.
E allora prima di tutto si deve mettere a tacere il demone che ci abita e che sussurra a ciascuno il suo “terrore”: “Non sei capace, non ce la farai mai” dice ad uno, “Non è fatto bene, non basta, mancano delle cose”, dice a un altro, “Fregatene, la tua vita è altrove” dice a un altro ancora. A ciascuno il suo.
Rispondete, tappategli la bocca, trovate i fatti che lo smentiscono, perché se siete arrivati alle soglie della maturità, sicuramente ci sono, e raccontatevi tutte le volte che siete stati “bravi”.
Adesso che finalmente lo avete zittito, potete pensare all’esame.
Esami parte seconda
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giugno 21, 2011
Sei il tipico studente senza lode e senza infamia, te la cavi, in alcune materie anche molto bene, in altre meno, ma alla fine ce l’hai sempre fatta.
I tuoi genitori nel corso degli anni hanno dovuto ascoltare dai tuoi insegnanti ogni volta lo stesso ritornello: “Potrebbe fare di più, se solo si impegnasse….”
E tu non capisci, non sei d’accordo, perché non è vero che non ti impegni, studi invece, ti sforzi, ma non sempre la tua fatica è ricompensata, e questo ti delude, ti fa passare la voglia, spesso lasci perdere.
Caro ragazzo il tuo problema è la fiducia in te stesso, poca, non accetti le sfide, non te ne accorgi, ma ti accontenti. Se i tuoi insegnanti hanno visto in te delle potenzialità inespresse, sta tranquillo che ci sono, è il loro mestiere capire queste cose.
Questa volta però, la sfida è arrivata davvero, perciò metti subito da parte i tuoi soliti “non ci riesco, non sono capace.”, capovolgili, falli diventare “ce la farò, e anche bene!”, non fermarti ed abbatterti alla prima difficoltà, tenta, riprova, non abbandonare la partita.
Non è l’esame che devi temere, ma la mancanza di fiducia nelle tue possibilità.
Hai il terrore del foglio bianco che sembra riflettere il vuoto che senti in testa, sbagli, la tua testa non è vuota, è solo occupata dalla tua enorme paura di non essere capace, che seppellisce ogni cosa, anche quelle di cui sei sicuro e che sai bene.
Non è questo il tuo problema, il tuo problema è la resa, devi avere paura di non avere il coraggio di andare a fondo, di non provare e riprovare fino allo sfinimento, perché chi non cede, vince.
Il centro del mondo non è la domanda di cui non sai la risposta, ma quella a cui sai rispondere e puoi farlo bene, concentrati su quella e dimostra quanto vali.
In bocca al lupo.
Chi non festeggia l’8 marzo
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marzo 8, 2010
Oggi si festeggiano le donne, ma la condizione femminile nel mondo resta tragica. Ogni anno 536 mila muoiono per complicazioni legate alla gravidanza, la maggior parte nei Paesi poveri, e circa 68 mila per essersi sottoposte ad aborti non sicuri. In Cina e India, la mortalità delle bambine sotto i 5 anni è doppia rispetto ai coetanei. In condizioni di ristrettezza le famiglie preferiscono allevare figli maschi. In Europa le donne sono sicuramente più fortunate, ma si alza il rischio di disturbi mentali, soprattutto la depressione, e aumenta chi sceglie stili di vita non salutari. Penalizzate nella carriera e sul fronte delle retribuzioni, sulle loro spalle grava il peso maggiore del lavoro non retribuito: la cura dei figli, degli anziani e le faccende domestiche.
Il Rapporto 2010 sulla salute delle mamme stilato dall’Associazione italiana donne e sviluppo (Aidos), ActionAid e Centro di educazione sanitaria e tecnologie appropriate (Cestas) dimostra il ritardo sugli obiettivi previsti dalla comunità internazionale che prevede una riduzione di 3/4 della mortalità materna e l’accesso alla salute riproduttiva nei Paesi in via di sviluppo entro il 2015.
«Con i 600 milioni di euro sprecati per il G8 a La Maddalena – denuncia Daniela Colombo, presidente di Aidos – si sarebbero potuti finanziare per 4 anni 1.500 consultori per la salute sessuale e riproduttiva, coprendo a esempio l’intera popolazione dell’Uganda, 30 milioni di donne e uomini». Manca un equilibrio nella gestione, sottolinea il Rapporto, il 75% dei fondi per l’assistenza alla popolazione e per la salute riproduttiva nel 2007 sono stati orientati principalmente verso attività di controllo delle malattie a trasmissione sessuale, tra cui l’Hiv.
L’Oms evidenzia un vantaggio biologico delle donne sugli uomini: vivono almeno sei anni in più di loro, però questo “bonus” naturale viene bruciato dalle condizioni in cui in ogni parte del mondo le donne si trovano a vivere. Il gap nei Paesi avanzati è rappresentato dalle condizioni lavorative: ovunque le donne non raggiungono i livelli di reddito degli uomini, a parità di situazione. Lo stesso accade in ambito sanitario: in tutto il mondo le donne rappresentano la spina dorsale dell’assistenza, ma il loro ruolo è poco riconosciuto e scarsamente retribuito.
Commento della D.sa D. Grazioli.
Forse è proprio questa la forza delle donne: la capacità di aprire il loro cuore alla gioia malgrado tutto.
tags: Ansia, autostima, depressione
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PSICOLOGIA: SENSO DI COLPA E’ DONNA, LUI E’PIU’ EGOISTA
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gennaio 30, 2010
Tanti comportamenti maschili, alcuni dei quali descritti anche nei film di Gabriele Muccino, potrebbero avere una base scientifica: secondo uno studio spagnolo infatti l’uomo e’ molto meno soggetto della donna al senso di colpa, soprattutto nella fascia d’eta’ tra i 25 e i 33 anni. Una condizione che lo rende piu’ libero rispetto a scelte piu’ egoistiche. La ricerca che trovera’ sicuramente consensi tra il pubblico femminile e’ stata effettuata da Itziar Etxebarria dell’universita’ dei Paesi Baschi. A un gruppo di 300 persone (158 teenagers, 96 tra i 25 e i 33 e 108 tra i 40 e i 50) equamente diviso tra i due sessi sono stati sottoposti dei questionari su quanto e in che misura si sentissero in colpa nelle diverse situazioni della vita su una scala di 7 punti. Il risultato e’ stato che le donne hanno raggiunto sempre punteggi piu’ alti, con un ‘picco’ proprio nell’eta’ della ‘sindrome di Peter Pan’. Dai dati ottenuti e’ emerso ad esempio che nella fascia di mezzo l’empatia raggiunge un punteggio di 3,4 nei maschi e 3,7 nelle femmine, mentre il senso di colpa riguardo ai comportamenti nei confronti delle altre persone arriva a 4,6 nei maschi e 5,2 nelle donne. Le differenze tendono ad attenuarsi solo nel gruppo piu’ ‘anziano’. ‘Una ragione per queste differenze, soprattutto nei piu’ giovani – spiega l’autrice – potrebbe essere il fatto che alcune imposizioni date dall’educazione sull’argomento, che sono rivolte maggiormente alle donne, hanno ancora un certo effetto’.
Commento della Dott.sa Grazioli
Una sera alla televisione, invitato a “Parla con me”, ho visto il filosofo Umberto Galimberti , che ha fatto questa interessante osservazione sull’ incommensurabile diversità di fondo tra uomo e donna.
Ha sottolineato come il corpo femminile, a differenza di quello maschile, sia biologicamente strutturato per ospitare “l’altro”, ciò significa che la donna è biologicamente predisposta alla relazione, perciò la sua essenza più profonda e autentica è “essere in relazione”. Nell’identità maschile invece la relazione non occupa un posto altrettanto centrale, ma è secondaria.
Ora, poiché il senso di colpa ha quasi sempre a che fare con ”l’altro”, nasce e si alimenta soprattutto nell’ambito della relazione, allora il senso di colpa è sicuramente più “cosa” da donna che da uomo.
tags: corpo, relazione, senso di colpa
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Giovani fragili che si gettano nel vuoto, ora si teme l’emulazione
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gennaio 18, 2010
“Alla nostra età è difficile sentirsi amati”. “Scusatemi, ma non riesco più ad avere a scuola il solito rendimento”. Sono messaggi che fanno pensare quelli lasciati dai tre studenti della scuola italiani che nei giorni scorsi si sono lasciati andare dalla finestra per un malessere più grande di loro. Due, un liceale di Milano e una dodicenne di Reggio Emilia, se ne sono andati così, senza una spiegazione: erano bravi ragazzi e, in apparenza, senza problemi alle spalle. Se non quello, evidentemente, di essere così fragili da non vedere più vie d’uscita che il suicidio. Il terzo, una studentessa di 16 anni, milanese d’adozione e originaria dello Sri Lanka, si è gettata del corridoio del terzo piano del Liceo Scientifico Statale Albert Einstein di Milano: ha riportato, dopo un volo di 16 metri dalla biblioteca al piano rialzato, un “grave trauma toraco-addominale” e diverse fratture, ma è stata operata e dovrebbe farcela.
Gli episodi, accaduti nei primi giorni del 2010, hanno fatto emergere le note problematiche adolescenziali, spesso latenti, almeno agli occhi degli adulti, dovute ad emozioni intense e profonde non sempre controllabili. Emozioni che, a volte, sempre più spesso, portano a gesti estremi.
Ma come è possibile che ciò accada, spesso durante le lezioni, senza alcuna avvisaglia o piccole spie? “A volte – spiega Fabio Sbattella, docente di psicologia dello sviluppo all’università Cattolica di Milano – neanche il compagno di banco riesce a coglierle”. Ma, quando vengono espresse, vanno sempre prese sul serio, perché quello dell’adolescenza è un momento di cambiamento molto delicato e problemi risolvibili possono essere interpretate come insormontabili difficoltà. “Come tutte le fasi di cambiamento – continua l’esperto – quella dell’adolescenza è una fase in cui la persona è particolarmente fragile”.
Al punto che un gesto di questo genere possa essere scambiato come la via d’uscita da un tunnel di sofferenze. E se ad intraprenderlo anche altri coetanei si potrebbe innescare anche un pericoloso percorso: quello che porta ad imitare il gesto autolesionista: “Il rischio di emulazione esiste – ha detto un’insegnante di educazione fisica dell’Einstein subito dopo che una delle sue allieve si era lanciata inspiegabilmente dalla finestra – perché può capitare che ci siano situazioni che portino i ragazzi a sentirsi degli estranei”. E’ quanto ha affermato
“E’ un rischio effettivo – ammette Sbattella – perché abbiamo diverse ricerche che dimostrano che quando viene enfatizzato un gesto autolesivo molte persone in crisi meditano che quella possa essere una soluzione e una occasione di visibilità, o vendetta. E questa è una tendenza ancora più accentuata negli adolescenti, perché i momenti di crescita portano sempre con sé una rielaborazione della propria idea della morte. Non a caso, i film di vampiri e di terrore hanno molta presa sugli adolescenti”.
A sostenere questa tesi è anche Giuseppe Dell`Acqua, direttore del centro di salute mentale di Trieste: “L’effetto mediatico – sostiene – può spingere i ragazzi all’emulazione, occorre stare molto attenti a come si raccontano queste storie. L’adolescenza è l’età dell’estremismo. Gli innamoramenti sono totali, le passioni assolute. Di solito, per fortuna, non si arriva al gesto estremo del suicidio. Il passaggio all’atto del suicidio arriva quando si ha una profonda convinzione che il futuro non c’è più, che non si può fare più nulla, che tutto precipita”. C’è però un antidoto per cercare di evitare che si arrivi a determinati atti: quando scatta il campanello d’allarme, famiglie, docenti e amici hanno l’obbligo di provare sempre ad adottarlo, prima che sia troppo tardi. “Le cose più importanti – di il direttore – sono l’ascolto e la socializzazione. Occorre aiutare i ragazzi a dire con più facilità le cose che si muovono dentro di loro. In questo proprio la scuola ha una grande responsabilità”.
Commento della dott. Grazioli
La morte è lo spettro della vecchiaia, non fa paura alla gioventù.
E’ perciò un pericolo reale il rischio d’emulazione di gesti estremi compiuti da coetanei. Le notizie di tali fatti diffuse dai media non vanno lasciate passare nel silenzio, ma discusse e approfondite a scuola e in famglia.
tags: depressione, fragili, giovani
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Facebook è una schiavitù Sos dai teenager pentiti
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gennaio 3, 2010
Un tempo si diceva fosse internet nel suo complesso a generare dipendenza, poi sotto accusa sono finiti i giochi di ruolo di massa, tipo World of Warcraft, per i quali da qualche anno in Cina hanno aperto addirittura delle cliniche per la disintossicazione. Ora invece tocca a Facebook, il social network per eccellenza, che con i suoi 350 milioni di utenti sta dilagando ovunque. E così rapidamente che oltreoceano i teenager hanno cominciato a prendere atto della loro schiavitù, dichiarando pubblicamente di voler smettere una volta per tutte e iscrivendosi, in alcuni casi, a gruppi di “disintossicazione”.
Ormai, stando alla Nielsen, il 54 per cento di loro frequenta abitualmente Facebook: erano appena il 28 per cento a ottobre dello scorso anno. Trascorrono sempre più ore a scambiarsi messaggi, pubblicare fotografie, tenersi aggiornati su quel che fanno i loro amici. “Come ogni altra forma di dipendenza, è sempre difficile ammetterla”, commenta Kimberly Young sul New York Times. Voce autorevole, essendo il direttore del Center for Internet Addiction Recovery di Bradford nella Pennsylvania. “È come un disordine alimentare”, aggiunge. “Non è possibile eliminare il cibo, ma solo fare scelte più accurate su quel che si mangia. In questo caso, quindi, su quel che si fa in rete”.
Problema tutto americano, verrebbe da pensare. In realtà invece è anche nostro e di tanti altri Paesi, visto che il 70% degli utenti di Facebook risiede fuori dagli Stati Uniti. In Italia sono in 12 milioni, circa cinque sotto i 24 anni, e la metà accede al social network tutti i giorni. “Difficile dire se sia un’esagerazione quella della dipendenza”, racconta Peter Lang, professore di architettura all’università Texas E&M, attento conoscitore della rete e tra i primi docenti ad aver usato Facebook per la didattica. “Due anni fa i miei studenti hanno smesso di usare le mail sostituendole con il social network. Hanno tutti un pc e quando è acceso sono sempre connessi a Facebook. Tanto che oggi gli orari delle lezioni vengono comunicati lì. Così, per rendere i seminari più interessanti, con altri colleghi abbiamo iniziato a usare i social network per l’insegnamento”.
Insomma, meglio farci i conti che limitarsi alle condanne. Perché, appunto, tutto sta nel capire come i dieci miliardi di minuti che ogni giorno vengono trascorsi su Facebook influiscono sulla vita dei 350 milioni dei suoi utenti. L’ovvietà è il fatto che se prima si andava in piazza a chiacchierare, ora lo si fa sul web. Più difficile capire se è un male o un bene. “Non ci sono studi scientifici su campioni vasti che possano giustificare allarmismi o assoluzioni – spiega Tilde Giani Gallino, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Torino – Dunque bisogna affidarsi al buon senso, che però potrebbe essere frutto di pregiudizi. Dell’esser cresciuti in un’epoca completamente diversa. La socialità sul web ha pro e contro, ma non è meglio o peggio di quella che hanno vissuto le generazioni passate. Solo differente. Allora, più che della dipendenza vera o presunta che sia da un social network o dalla rete, mi preoccuperei di più dell’impoverimento del bagaglio culturale. Perché scambiare la ricchezza di una biblioteca e dei suoi volumi con le sintesi di Wikipedia, quello si che è pericoloso per le giovani generazioni”.
Commento della Dott.sa Grazioli
“Essere dipendenti”, da qualsivoglia cosa o persona, secondo me non è mai un bene.
Tuttavia è un pò superficiale ed affrettato liquidare in questo modo la novità e le potenzialità dei social networks. A parte questo lungo discorso, un’unica osservazione mi viene da fare sulle molte e varie dipendenze oggi così frequenti fra i giovani, e cioè : ” è forse la totale mancanza di punti fermi e sicuri nella nostra società, quali ad esempio la solidità della famiglia, l’autorevolezza della scuola, la credibilità della politica, a spingere la gioventù a cercare sempre di più nei social networks come Facebook un punto di riferimento stabile, infatti Facebook, pur nella sua mutevolezza, è in ogni istante sempre a portata di mano e pronto ad ascoltarti?”
Mobbing e lavoro: sapere cos’è per affrontarlo
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dicembre 15, 2009

Mobbizzato sarà lei! In Italia, in un mercato del lavoro sempre più globale e flessibile, si sta assistendo negli ultimi anni a un aumento di conflitti relazionali che, se mal gestiti, possono portare alla comparsa di episodi disfunzionali riconducibili al mobbing (Ege, 1998; ISPESL, 2008). La parola “mobbing”, che tradotta dall`inglese “to mob” nella lingua italiana significa “assalire in massa“, venne utilizzata per la prima volta dall` etologo Konrad Lorenz per indicare il comportamento di alcuni animali contro un membro del loro gruppo al fine di escluderlo (Dell`Olivo, 2007). In Italia il fenomeno è stato studiato scientificamente, nell`ambito della psicologia del lavoro, con la pubblicazione nel 1996 del primo libro dedicato espressamente all`argomento, scritto da Harald Ege, Psicologo del lavoro e ricercatore tedesco residente nel nostro paese, che in un suo scritto successivo ha descritto il mobbing come “una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in constante progresso in cui, tramite violenza psicologica, una o più vittime vengono costrette ad esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi che hanno lo scopo di danneggiare i canali di comunicazione, il flusso di informazioni e la professionalità delle vittime” (Ege, 2001).
Dall`analisi della letteratura corrente in materia non si riscontra una definizione univoca di mobbing, né gli autori sono concordi sul fatto che possano esistere nelle vittime alcune caratteristiche di personalità predisponenti: trattandosi di un fenomeno dalle molteplici sfaccettature, le varie definizioni e ipotesi risentono del punto di vista di chi le esprime. Tuttavia, le caratteristiche psicologiche del mobbizzato che emergono più frequentemente dalle indagini sull`individuazione delle personalità più inclini a subire persecuzioni morali, evidenziano che sono quelle di una persona scrupolosa, sensibile tanto ai riconoscimenti quanto alle critiche, con uno spiccato senso di giustizia, rigida, ostinata, con elevato senso del dovere, il soggetto che i superiori notano più facilmente, ma anche quello che più spesso infastidisce (Gilioli, 2001).
Questo articolo vuole essere un tentativo di riflessione su un fenomeno talvolta inconsapevolmente utilizzato da parte di coloro che, per motivi che andrò a illustrare, viene enfatizzato a scopo di rivalsa nei confronti di una realtà professionale diventata insostenibile dalla loro organizzazione di personalità. Il costrutto di “organizzazione di personalità” sottolinea la stretta interdipendenza tra dominio emotivo e dominio cognitivo, che ha alla base un articolato modello dell`organizzazione del Sé (Guidano e Liotti, 1983). Per meglio comprendere dobbiamo pensare alla nostra organizzazione di personalità come se fosse simbolicamente la colonna vertebrale del nostro corpo, che ci sostiene e ci permette di effettuare una serie di attività e di movimenti. Conoscere le articolazioni e quali movimenti possiamo o non possiamo fare ci permette di diventare, se vogliamo, atleti sempre più performanti. Lo scarso esercizio fisico ci rende invece sempre meno efficienti e tende a irrigidirci in movimenti sempre più limitati.
Nella riflessione sul sé, si riordina il flusso di esperienza in modo coerente con i principi che regolano la propria organizzazione di personalità. Laddove questo processo sia ostacolato, come accade nel caso di esperienze discrepanti rispetto al senso di sé, oppure di ridotte capacità di regolazione emozionale, il senso di coesione può risultare alterato. In questo caso la difficoltà emerge con il manifestarsi di sintomi psicopatologici. Bene, dopo alcune informazioni accademiche siamo ora pronti a dare un nome a questa organizzazione di personalità: “organizzazione ossessiva“.
Tale struttura si riferisce a individui che presentano un senso di sé costruito attraverso una continua selezione tra polarità opposte, in accordo a un sistema astratto di regole di riferimento. In questi individui il senso di sé si basa tipicamente sulle loro capacità di controllare il pensiero, le emozioni e il comportamento. Essi tipicamente percepiscono un senso di sé dicotomico ogniqualvolta avvertono un`attivazione emotiva caratterizzata da ambiguità o mancanza di coerenza con il loro sistema di regole di riferimento (Guidano e Liotti, 1983), dove il controllo diventa quindi il loro meccanismo di base, percependo come “minaccioso” tutto ciò che sfugge a questo meccanismo di difesa e non si riesce quindi a controllare/dominare le situazioni. Le persone cercano quindi di controllare l`incontrollabile, esponendosi e predisponendosi a quelle dinamiche di svilimento ed inadeguatezza che emergono nella pratica clinica in soggetti rigidi e poco flessibili ai cambiamenti, ad esempio cambio della dirigenza, cambio delle mansioni o del luogo di lavoro. Tali cambiamenti sono spesso vissuti come demansionamento, svuotamento delle proprie competenze professionali, affronti e quant`altro, che spesso trovano spiegazione in una capacità di adattamento ridotta. In soggetti con un`organizzazione ossessiva di personalità, caratterizzati da una spiccata abitudine alla razionalizzazione, con un Io rigido, si incontrano facilmente gravi difficoltà nella gestione di situazioni complesse, soprattutto qualora queste generino la compresenza di istanze diverse dentro di sé, quali l`ambivalenza delle richieste lavorative, rispetto ai propri valori e alla propria struttura di personalità. La tendenza ad affrontare le situazioni in stato di allerta, con atteggiamento di autoprotezione, impiegando scarsamente le risorse affettive disponibili e la marcata rigidità difensivo-razionale espongono a una gestione di sé poco efficace ed adeguata, con inevitabili ripercussioni interpersonali, che vanno ad aggravare ulteriormente la conflittualità lavorativa.
In un mondo dove il lavoro ha come denominatore comune la precarietà e difficoltà da parte di entrambe le categorie, dipendenti e datori di lavoro (anche i più radicali difensori dei lavoratori hanno capito che gli interessi di uno sono gli interessi dell`altro), il denominatore comune dovrebbe essere il confronto e l`adattamento. Non sempre però, le cose vanno come si vorrebbe: sono le persone più flessibili a trarre il meglio dagli ambienti lavorativi, persone che dopo il lavoro hanno momenti di svago come famiglia ed amici, dove ricercare momenti di svago, fonte di appagamento e dove il lavoro rappresenta uno di questi momenti e non “il momento”. Determinante appare quindi il ruolo della personalità e della sua comprensione, sulla quale è possibile lavorare con interventi mirati di psicoterapia, finalizzati a potenziare la capacità di adattamento, per il superamento della situazione di sofferenza.
tags: Ansia, autostima, lavoro, mobbing
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Trattenere la rabbia fa male al cuore
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novembre 26, 2009
Gli uomini che «si tengono tutto dentro» quando sono trattati ingiustamente sul lavoro vedono più che raddoppiato il rischio di avere un infarto
– Che cosa fanno gli uomini nel caso di conflitto sul lavoro? Possono ingoiare il rospo e lasciar correre, palesando una flemma quasi artificiale. Oppure possono uscire cinque minuti e sbollire con una sana passeggiata. O ancora affrontare di petto la situazione, sfogando tutta la rabbia che covano. Infine possono liberare il malumore una volta arrivati a casa (tipico dei poco coraggiosi), prendendosela con i figli, la moglie o persino l’animale domestico. C’è poi chi somatizza e risponde a una situazione di stress accusando dolori lancinanti allo stomaco, alla testa o a entrambi. Ma tra queste possibili reazioni alla rabbia, secondo uno studio del Research Institute di Stoccolma, le prime due opzioni – ossia in entrambi i casi tenersi tutto dentro – sono le peggiori e fanno molto male al cuore.
LO STUDIO – Nel 1992 i ricercatori svedesi hanno iniziato a seguire un campione di 2.755 uomini di età media intorno ai 41 anni che non avevano mai avuto problemi cardiovascolari, chiedendo loro quali fossero gli atteggiamenti più ricorrenti da parte loro a fronte di una tensione sul lavoro. Le risposte sono state registrate prendendo in considerazione anche altri aspetti significativi quali il fumo, l’assunzione di alcol, l’esercizio fisico, l’educazione scolastica, la libertà di prendere decisioni sul lavoro, e via dicendo.
QUESTIONE DI REPRESSIONE – Quando nel 2003, dieci anni dopo, gli studiosi hanno fatto un primo bilancio dei dati raccolti, risultava che 47 individui dei 2.755 iniziali erano deceduti per patologie cardiovascolari o avevano avuto un attacco di cuore. E i soggetti colpiti erano proprio quelli che avevano dichiarato di reprimere la rabbia. La ricerca dunque dimostra un legame significativo tra ira soffocata e danni al cuore: ciò che è maggiormente di nocumento non è tanto lo stress di per sé, ma soprattutto la risposta allo stress, che più è silente più è dannosa, raddoppiando mediamente le possibilità di malattie cardiache.
SFOGARSI FA BENE – Meglio una bella sceneggiata scandita da urla e pugni sul tavolo che covare silenziosamente rancore, simulando una tranquillità fittizia. Meglio la tempesta che la quiete. Insomma, meglio che la rabbia venga incanalata nel modo giusto, ma soprattutto è meglio che venga espressa, anche con decisione. Per contro, un po’ a sorpresa, la ricerca svedese dimostra che, per rimanere alle possibili reazioni, fra lo sviluppo di disturbi psicosomatici e l’attaccare briga fuori dal lavoro (cosa peraltro molto ingiusta), la scelta più nociva è annegare la rabbia in comportamenti nocivi (fumo, alcol), che non fanno che aggravare la situazione.
MA È L’ISTINTO A DECIDERE? – In tutti i casi, come fa notare la dottoressa Constanze Leineweber, che ha guidato lo studio, non è così facile indirizzare le nostre reazioni ai conflitti. «Si tratta di risposte istintive, sui cui è difficilissimo intervenire», fa notare Leineweber. Anche se a volte cercare di pilotare il proprio istinto è possibile e anche i più repressi possono imparare a litigare prima o poi. E capire che può essere anche una soddisfazione.
tags: impotenza, rabbia, repressione
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L’aspetto aiuta la carriera ma non dà la felicità
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novembre 14, 2009
Chi è bello guadagna di più, ma rischia una delusione. Due studi analizzano il ruolo e gli effetti dell’apparenza
MILANO – Timothy Judge non lo sa, ma il suo studio appena uscito su Journal of Applied Physiology potrebbe diventare il manifesto di tutti gli italiani (e sono tanti) pronti a fare qualsiasi cosa pur di diventare un po’ più attraenti. «Chi è bello guadagna di più, indipendentemente da intelligenza e preparazione» scrive infatti il ricercatore dell’Università della Florida che, studiando uomini e donne fra i 25 e i 75 anni, ha dimostrato come esser belli sia realmente una marcia in più, a ogni età. Perché aumenta l’autostima e consente di ottenere più attenzione e ascolto dagli altri: sul lavoro e, come è già emerso da altri studi, pure a scuola, o in politica. Gli italiani, che si sottopongono a trattamenti estetici di ogni tipo (nell’uso di filler, ad esempio, siamo secondi solo agli Stati Uniti), devono averlo intuito. Emiliano Bartoletti, segretario della Sime, la Società italiana di medicina estetica, spiega: «Molti insicuri diventano aperti e solari se ottengono un aspetto fisico che li soddisfa attraverso piccoli o grandi interventi estetici: sentirsi a proprio agio con se stessi influenza in modo positivo comportamento e carattere. L’importante è non credere che tutti i problemi si risolvano migliorando l’aspetto, altrimenti il rischio è di scivolare in un circolo vizioso di ritocchi continui».

FELICITÀ – Anche perché la bellezza non fa (necessariamente) la felicità: almeno lo sostiene un’indagine in uscita a giugno su Journal of Research in Personality, secondo cui ottenere ciò che si è tanto desiderato non rende per forza più sereni se l’obiettivo era materiale ed esteriore, come diventar più belli. Anzi, è assai probabile finire in preda a emozioni negative e ritrovarsi con disturbi psicosomatici, come mal di testa e mal di stomaco. Succede perché la vera realizzazione di ognuno di noi è legata, in realtà, ad aspirazioni e bisogni che hanno a che fare con l’io e l’interiorità, dicono gli autori. «E perché molti, soprattutto coloro che hanno poco senso della realtà e coloro che non hanno un’organizzazione emotiva solida, affidano ai risultati degli interventi e anche dei semplici trattamenti estetici o dei prodotti cosmetici fantasie ben più profonde – aggiunge Nicolino Rossi, psicologo dell’Università di Bologna -. In questi casi il rischio di delusione e malessere è alto». Forse un po’ gli italiani l’hanno capito: secondo un’indagine della Sime, la nuova tendenza è il «ritocchino invisibile» per dimostrare bene la propria età.


