Archive for marzo, 2010

Dipendenza dal pc, la terapia del bosco

In Val d’Aosta il primo esperimento italiano: i medici vivranno insieme ai pazienti

BRUSSON (Aosta) — Questo è un paese per matti. Finalmente qualcuno che mette in pratica (a capirlo sono stati in tanti da Basaglia in giù) che la prima terapia per i matti è l’ambiente. Toglili dalle corsie con quei letti recintati da sbarre che sembrano prigioni, toglili da quei pigiami che sembrano carcerati, rimetti loro i loro vestiti e quello che avevano in tasca, ridagli il diritto di parola anche quando sparano (apparenti) scemenze; e magari funziona. Qui ci provano, stanno per provarci. Oggi sarà presentato nel paese di Brusson, in Val d’Aosta, il primo «Centro per la salute della mente» che comincia a lavorare sui pazienti, soprattutto i giovani, partendo dall’ambiente. Siamo a milleduecento metri, in mezzo ai boschi ricchi di luci e di colori. C’è una grande struttura fatta di legno e di vetro, morbida e trasparente, dove una volta venivano i bambini dei dipendenti Olivetti a passare le vacanze. Qualcuno voleva farci un albergo- residence-spa cinque stelle. A qualche matto è venuto in mente che forse era più utile farne un posto, morbido e luminoso, per ospitare e (tentare di) curare quei ragazzi con il cervello avvelenato dalla voglia di farsi del male. I nostri figli che hanno provato o hanno voglia di provare il suicidio, quelli che diventano violenti con gli altri senza un (apparente) perché, quelli che si consumano rifiutando il cibo o viceversa, quelli che la vita è lo schermo di un computer e dentro quello schermo c’è una «vita» virtuale che nasconde e sostituisce quella reale, quelli che il gioco d’azzardo ha sopraffatto il gioco della vita.

I matti sono due. Uno è Gianni Caprara, un imprenditore cinquantottenne che dopo aver fatto i soldi con le aziende «tradizionali » s’è messo a fare «il privato sociale» e ad occuparsi di giovani e anziani. Per ristrutturare la ex colonia Olivetti ha cacciato sei virgola cinque milioni di euro. «Ma non faccio beneficenza—dice —. Lavoreremo in convenzione con la Regione Val d’Aosta e altre strutture pubbliche. Pagheranno quello che stabilisce la legge. E ci basteranno quei soldi per continuare a garantire l’eccellenza anche in campo psichiatrico». L’altro matto è uno dei più importanti psichiatri italiani, Vittorino Andreoli. È lui il direttore scientifico del centro. «Per me è un’esperienza che vale il sogno di un vecchio psichiatra che ha diretto un manicomio. Uscire dalla “scienza infelice”, come si diceva una volta». Andreoli ammette che la psichiatria non è (ancora) una vera scienza. Che non ci sono strumenti tecnologici per affrontare la malattia mentale. «L’ultimo strumento tecnologico che ricordo era la cassetta, con cui giravo anch’io, dentro la quale c’era una specie di compasso con cui si misuravano le dimensioni della scatola cranica e si valutavano altri criteri lombrosiani. Se mi fossi automisurato, con queste ossa frontali che ho, con queste sopracciglia esagerate, con questi capelli ingovernabili, mi sarei dovuto autoricoverare in uno di quei manicomi che sembravano fatti apposta per aggravare le condizioni del malato ».

Nella casa di Brusson, invece, funzionerà così: il paziente arriva, attraversando il bosco colorato, in un salone grande e luminoso che non ha confini con lo spazio esterno. Verrà intervistato. Si deciderà se ha bisogno di essere curato lì e in quale microcomunità inserirlo. Avrà una camera ampia e luminosa condivisa con un altro paziente. Avrà una scrivania e, se gli sarà utile e non di danno, avrà un computer. Avrà l’autonomia di un bagno dove non sentirà violata la sua privacy. Avrà un letto «professionale», ma le spallette che sanno di gabbia e di prigione, sono state sostituite da un pannello color pastello che lo fa sembrare quello di casa. Avrà un posto confortevole dove mangiare e avrà il cibo cucinato lì. I medici non vivranno in misteriose stanze oscure, ma dietro un vetro. Vivranno lì e non se ne andranno la sera a casa. Certo non ci sono le maniglie alle finestre dei piani alti. Ma nessuno ti chiuderà mai a chiave dietro una piccola griglia. Dove c’erano le sbarre ora c’è un grande vetro luminoso. Ad Andreoli piace ripetere: «Questo è un manicomio ribaltato».

Il Centro di Brusson sarà molto «laico»: nessuna disciplina terapeutica verrà imposta, ma si sceglierà quella considerata più opportuna: ci saranno psicoanalisti freudiani e junghiani, relazionali e cognitivo-comportamentisti.

Ma da queste parti s’aggira un terzo matto, il sindaco di Brusson, Giulio Grosjacques, 48 anni, eletto in una lista civica da quasi tutti gli 850 abitanti. Sarebbe stato certamente più facile per lui e per la sua popolarità convincere i concittadini- elettori ad accettare che nell’ex colonia Olivetti nascesse un bell’albergo anziché una bella casa per matti. Ma Grosjacques è figlio di un ex operaio Olivetti. «Sarà forse per questo — dice — che da quando, una decina d’anni fa, l’ex colonia è stata chiusa, ho sempre pensato che fosse giusto conservarle una vocazione sociale. E poi chi l’ha detto che il turismo sanitario non sia più utile al Paese del turismo tout-court?».

OTTO MILIONI DI ITALIANI CON ATTACCHI PANICO

Ansia, tachicardia, respiro mozzato, l’incapacita’ di fare le cose piu’ semplici, dal guidare al fare la spesa. Sono otto milioni gli italiani che soffrono di attacchi di panico, in pratica un italiano su sette. Un esercito silenzioso e sofferente che spesso non trova la forza di confidarsi, di farsi aiutare da un esperto, di curarsi. Di una malattia spesso taciuta, e che colpisce le donne quanto gli uomini (tra i quali e’ in netto aumento, persino tra i manager) parla il libro ‘Gli attacchi di panico. Clinica, ricerca e terapia’ (Liguori editore) scritto dalla psicologa Paola Vinciguerra, presidente dell’EURODAP (Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico) e direttore del Centro U.I.A.P. (Unita’ italiana attacchi di panico) insieme alla giornalista di Sky Tonia Cartolano. Il disturbo si manifesta generalmente tra i 15 e i 35 anni, con una seconda punta d’insorgenza tra i 44 e i 55; diffuso in misura maggiore nella popolazione femminile, e’ in aumento tra gli uomini, soprattutto professionisti e manager. Un male dei nostri tempi: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanita’, ricorda la psicologa, entro il 2020 sara’ la seconda patologia piu’ diffusa al mondo dopo i disturbi cardiovascolari. Eppure il disturbo da attacchi di panico (DAP) e’ ancora visto con pregiudizio, quando non con vera e propria ignoranza anche da parte della classe medica: un malato in media arriva a contattare anche dieci specialisti prima di riuscire ad avere una diagnosi, e solo una persona su quattro riceve il trattamento di cui ha bisogno. Non a caso un capitolo del libro e’ dedicato alle fobie partendo dai racconti di chi ne ha realmente sofferto cosi’ da permettere al lettore di capire e riconoscere questo tipo di disturbo. Inoltre e’ stata trattata l’ansia, con particolare attenzione ai due fenomeni che maggiormente affliggono i giovani: l’ansia da prestazione e quella da esame. Per entrambe spesso non si riesce a trovare un adeguato interlocutore neanche tra i pari e, seppur vissute come invalidanti, difficilmente vengono sottoposte a uno specialista. Un capitolo del volume non poteva non essere dedicato a chi quotidianamente, con amore e apprensione, divide la propria vita con un malato di DAP: la famiglia. “Avere in casa una persona sofferente di attacchi di panico – spiega la Vinciguerra – puo’ voler dire non potersi recare mai al cinema insieme, o al ristorante, talvolta non si possono fare vacanze, o prendere l’aereo, a volte neanche imboccare un’autostrada. E vicino a queste persone, talvolta proprio piu’ amate perche’ piu’ fragili, fondamentale dovra’ essere l’apporto discreto ma costante dei familiari. Spingere ad affrontare, ma mai costringere; e poi lavorare insieme, perche’ il DAP e’ una malattia che va curata con la collaborazione di piu’ attori”. A introdurre il libro, la testimonianza diretta del cantante Max Pezzali, la cui moglie Martina ha sofferto per anni di questo disturbo. Liberarsi del panico, scrive Pezzali, “e’ un percorso lungo e complesso. Ora pero’ Martina ha ricominciato ad andare al supermercato, ad accompagnare la figlia a scuola. E’ ritornata alla guida. Alla guida della sua vita”

Fonte : Agi.it

Il comportamento “borderline”, come riconoscerlo e curarlo

E’ un disturbo sempre più frequente soprattutto nella fascia di età dell’adolescenza, quella in cui si sviluppa e si forma la personalità dell’individuo. Viene definito “disturbo borderline” e raccoglie comportamenti che vanno dall’autolesionismo – che sconfina anche in alcune mode (gli “Emo” ad esempio) – alla condotta trasgressiva e promiscua, all’uso di droga e alcool, ai furti, ai disturbi alimentari, alla depressione, fino al suicidio. Oggi la casistica è in aumento tanto da indurre gli esperti a parlare di una “fase epidemica”, che richiede specifici interventi di prevenzione oltre che di cura. Con questo obiettivo, il Dipartimento di Salute mentale della Asl 9 già 10 anni fa ha dato vita ad un gruppo di supervisione, multidisciplinare e multiprofessionale, di cui fanno parte psicologi e psichiatri, assistenti sociali, neuropsichiatri infantili e altre figure professionali di supporto, specializzato proprio nell’individuazione e il trattamento del disturbo borderline. Del resto il fenomeno è assai diffuso anche in provincia di Grosseto: dei circa 7.000 pazienti con disturbo psichico trattati ogni anno dal Dipartimento di Salute mentale – 5.500 adulti e 1.500 minori – circa 200 sono disturbi della personalità, di cui 20 all’anno “borderline”, con una percentuale del 3-4 per cento sul totale. La fascia di età è tra i 15 e i 30 anni, anche se la diagnosi viene fatta intorno ai 16 anni. In realtà questa è solo la punta dell’iceberg, dato che non tutte le persone che sviluppano comportamenti borderline vengono individuati (dalla scuola, dalla famiglia, dai servizi) e, soprattutto, accettano la cura. Tant’è che la stima dei casi secondo alcune fonti sale al fino 20 per cento del totale dei potenziali pazienti psichiatrici.
Fonte: Maremmanews

Salute : Psicologi lombardi, ‘sindrome del precario’ per 40 mila milanesi

Il contratto di lavoro che scade, i dubbi sul rinnovo, lo spettro della disoccupazione all’orizzonte. L’incertezza da crisi economica ruba sonno e salute a quasi 40 mila milanesi vittime di una nuova epidemia: la ‘sindrome del precario’. A rilanciare l’allarme sono gli psicologi lombardi, che annunciano l’intenzione di entrare nelle aziende per curare i sintomi del mal di recessione: stress, ansia, frustrazione, notti in bianco, depressione. “Siamo in contatto con l’Associazione lombardia dirigenti aziende industriali (Aldai) -spiega oggi a Milano il neo presidente dell’Ordine regionale psicologi, Mauro Grimoldi- e contiamo di arrivare presto a una convenzione”.

Gli esperti citano dati diffusi nelle scorse settimane dall’assessorato alla Salute del Comune di Milano: 47 mila lavoratori in difficolta’ sotto la Madonnina, l’80% dei quali (oltre 37 mila) secondo le stime soffre di problemi psicologici riconducibili a una sindrome da lavoro precario.

Fonte : AdnKronos

Chi non festeggia l’8 marzo

Oggi si festeggiano le donne, ma la condizione femminile nel mondo resta tragica. Ogni anno 536 mila muoiono per complicazioni legate alla gravidanza, la maggior parte nei Paesi poveri, e circa 68 mila per essersi sottoposte ad aborti non sicuri. In Cina e India, la mortalità delle bambine sotto i 5 anni è doppia rispetto ai coetanei. In condizioni di ristrettezza le famiglie preferiscono allevare figli maschi. In Europa le donne sono sicuramente più fortunate, ma si alza il rischio di disturbi mentali, soprattutto la depressione, e aumenta chi sceglie stili di vita non salutari. Penalizzate nella carriera e sul fronte delle retribuzioni, sulle loro spalle grava il peso maggiore del lavoro non retribuito: la cura dei figli, degli anziani e le faccende domestiche.

Il Rapporto 2010 sulla salute delle mamme stilato dall’Associazione italiana donne e sviluppo (Aidos), ActionAid e Centro di educazione sanitaria e tecnologie appropriate (Cestas) dimostra il ritardo sugli obiettivi previsti dalla comunità internazionale che prevede una riduzione di 3/4 della mortalità materna e l’accesso alla salute riproduttiva nei Paesi in via di sviluppo entro il 2015.

«Con i 600 milioni di euro sprecati per il G8 a La Maddalena – denuncia Daniela Colombo, presidente di Aidos – si sarebbero potuti finanziare per 4 anni 1.500 consultori per la salute sessuale e riproduttiva, coprendo a esempio l’intera popolazione dell’Uganda, 30 milioni di donne e uomini». Manca un equilibrio nella gestione, sottolinea il Rapporto, il 75% dei fondi per l’assistenza alla popolazione e per la salute riproduttiva nel 2007 sono stati orientati principalmente verso attività di controllo delle malattie a trasmissione sessuale, tra cui l’Hiv.

L’Oms evidenzia un vantaggio biologico delle donne sugli uomini: vivono almeno sei anni in più di loro, però questo “bonus” naturale viene bruciato dalle condizioni in cui in ogni parte del mondo le donne si trovano a vivere. Il gap nei Paesi avanzati è rappresentato dalle condizioni lavorative: ovunque le donne non raggiungono i livelli di reddito degli uomini, a parità di situazione. Lo stesso accade in ambito sanitario: in tutto il mondo le donne rappresentano la spina dorsale dell’assistenza, ma il loro ruolo è poco riconosciuto e scarsamente retribuito.

Commento della D.sa D. Grazioli.

Forse è proprio questa la forza delle donne: la capacità di aprire il loro cuore alla gioia malgrado tutto.