Depressione, le donne la temono più del tumore
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febbraio 16, 2010
MILANO - Le donne hanno paura della depressione. Pensano che con quel velo nero davanti agli occhi il mondo non potrà essere più lo stesso: il velo potrà forse diventare grigio, ma nulla tornerà come prima. Tanto che un’italiana su due considera il male oscuro più incurabile del tumore al seno, che spaventa «solo» una su quattro. Un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale sulle donne e la depressione, promossa dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all’Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.
LE RAGIONI - Perché tanta paura? «Le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l’ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure», risponde Francesca Merzagora, presidente di ONDa. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Anche una revisione di studi che hanno coinvolto oltre 700 pazienti, condotta dall’università della Pennsylvania e pubblicata a gennaio su Jama, ha alimentato dubbi, ipotizzando che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi più gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. «Nelle depressioni di grado lieve, farmaci e psicoterapia si equivalgono; talvolta è più utile la psicoterapia — commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze all’ospedale Fatebenefratelli di Milano —. In caso di depressione moderata o grave gli antidepressivi sono validi, ancor di più se associati alla psicoterapia. Chi viene trattato con i farmaci guarisce nel 34% dei casi e in un altro 36% vede l’entità dei sintomi più che dimezzata. Se si associa una psicoterapia, la percentuale di chi trae benefici dalle cure sale all’80%». Questo le donne non l’hanno capito: molte certo ricorrerebbero alla psicoterapia, benvista dall’85% delle intervistate, o ai gruppi di auto-aiuto, che riscuotono la fiducia dell’80%. Solo una su due, però, crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati li apprezza un pò di più.
SOLO LA METÀ SI CURA - «Poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Così, a un mese dall’inizio delle cure il 30% ha già gettato la spugna e solo uno su tre segue la cura quanto e come si deve — spiega Mencacci —. Nelle donne accade anche perché per motivi biologici c’è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l’età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato: da qui le ricadute, gli insuccessi, la sfiducia. E la paura». Leggendo i dati raccolti da ONDa c’è però qualcos’altro che balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa per essere malate. Ancora lo stigma? «Purtroppo sì — risponde lo psichiatra —. Le donne, che della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di un’altra patologia “tangibile”. Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa». Tanto che spesso scelgono di non parlarne con nessuno: nel 2010, una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. E non guarisce da una malattia che si può e si deve curare.
tags: depressione, donne
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Studenti ai «corsi di relax» contro il panico da esame
Posted by editore on
febbraio 7, 2010
È lì in agguato. Attanaglia lo stomaco, provoca vuoti di memoria, e se si è fortunati l’unico effetto psicosomatico è un bagno di sudore. Il più delle volte ghiacciato. Ma i casi più gravi raccontano di tachicardie, sensazioni di soffocamento a cui segue, dulcis in fundo, il ko finale: una vera e propria forza paralizzante. Esami addio. Non si tratta dello stato normale di tensione prima di un’interrogazione, ma di un handicap capace di annebbiare il cervello e far dimenticare tutto quello per cui si è studiato mesi interi. Capitato una volta, può succedere sempre. Sono gli attacchi di panico che, a quanto pare, affliggono sempre più spesso gli studenti universitari. Tanto che ora l’Università Statale ha deciso di correre ai ripari e di finanziare per i suoi studenti «corsi di relax». Dietro al nome che nulla ha a che vedere con yoga e centri benessere, c’è una struttura serissima, il Dipartimento di psicologia dell’ospedale San Paolo e un team di professionisti di tutto rispetto. L’incipit è incoraggiante: «L’ansia può essere gestita: che siano crisi di panico o blocchi ansiosi di fronte a decisioni da prendere o prove da sostenere», spiegano i medici. Gli studenti (solo quelli iscritti in Statale) possono chiedere l’accesso a specifici gruppi di supporto che in 8 o 10 incontri – preceduti da un colloquio individuale con uno psicoterapeuta esperto – verranno aiutati a convivere con il loro disagio. I gruppi, basati su tecniche psicologico-esperienziali (tecniche di rilassamento e psicodrammatiche, giochi di ruolo e strategie cognitivo-comportamentali), verranno condotti da psicologi e psicoterapeuti con esperienza nel settore. Le difficoltà per cui si può richiedere l’accesso ai gruppi sono: ansia da prestazione, intesa come profondo disagio emotivo che blocca o compromette seriamente determinate attività, come ad esempio il superamento degli esami accademici, ansia generalizzata che crei difficoltà rilevanti nel prendere decisioni o condurre attività specifiche ed episodi di panico che possono anche comportare manifestazioni somatiche più o meno rilevanti (tachicardia, sudorazione, iperventilazione, nausea, sensazione di soffocamento). I gruppi saranno formati da 8-10 persone che si riuniranno al Dipartimento di psicologia del San Paolo una volta a settimana per un’ora e mezza. Il primo incontro sarà preceduto da un colloquio individuale che guiderà lo studente verso il servizio più adatto alle sue esigenze (colloqui individuali o incontri di gruppo). Ai partecipanti è richiesto un contributo complessivo di 75 euro. Un’inezia se si pensa che per ogni seduta di psicoterapia i prezzi vanno dai 60 ai 120 euro l’ora. Infatti l’80 per cento del servizio è finanziato dalla stessa università Statale. «Abbiamo rilevato che tra i problemi maggiori che affliggono gli studenti, c’è l’ansia da prestazione – spiegano al Cosip, il Centro di aiuto allo studio diretto da Barbara Rosina – Una situazione che se non risolta può provocare blocchi nella carriera scolastica o addirittura abbandoni». A soffrirne sarebbero in particolare le matricole, «ragazzi fuori sede che senza l’appoggio o il controllo dei genitori non riescono a tener fede ai programmi di studio o che davanti al foglio si bloccano e non sanno gestire l’ansia o peggio l’attacco di panico».
Commento della dott. D. Grazioli
Finalmente una buona notizia! L’Università Statale di Milano si fa carico dei problemi dei suoi studenti ed offre loro un servizio a prezzi competitivi per aiutarli a superarli.
Speriamo che anche altre istituzioni ne seguano l’esempio.
PSICOANALISI: E’ BOOM FRA I BAMBINI
Posted by editore on
febbraio 2, 2010
Tutti sul lettino dell’analista. E’ boom di italiani che si rivolgono alla psicoanalisi per combattere nevrosi, paure e problemi relazionali, e aumentano enormemente gli adolescenti e i bambini, a causa soprattutto di una maggiore attenzione ai problemi caratteriali da parte delle strutture educative. E’ la “fotografia” della psicoanalisi nel nostro paese scattata da Stefano Bolognini, presidente della Societa’ Psicoanalitica Italiana. Ma quanti sono gli italiani in analisi? “Non lo sappiamo con certezza, certamente diverse migliaia. Sappiamo invece che dagli anni ’60 a oggi e’ cresciuto esponenzialmente il numero degli psicanalisti, passati da una cinquantina a circa 930, piu’ 250 allievi”. Di certo la psicoanalisi e’ uscita dala nicchia in cui era relegata 30 anni fa: “All’epoca andare in analisi era un vanto culturale per pochi, mentre per tutti gli altri equivaleva a essere matti. Oggi si vive in modo piu’ laico, e’ uno strumento per stare meglio”. Nel frattempo sono crollate le strutture che reprimevano ma anche regolavano la vita degli italiani, dalla famiglia alla Fede: “Prima eravamo tutti inibiti – sintetizza impietosamente Bolognini – oggi siamo squinternati. I pazienti avevano un super Io schiacciante, con pesanti inibizioni relazionali, sociali e soprattutto sessuali, oggi invece manca il freno, i limiti, e molti perdono la direzione”.E i malesseri aumentano, insieme alle difficolta’ di tutti i giorni. Anche se non e’ la crisi economica a spingere sul lettino dell’analista: “I problemi di soldi sono cosi’ concreti da rendere piu’ difficile il disagio mentale, senza contare che se non si hanno soldi certo non si viene da noi”. Semmai il dramma dei nostri giorni e’ lo sfaldamento dei rapporti interpersonali: “Spesso viene a mancare la solidita’ della famiglia – sottolinea l’analista – ci si allontana, ci sono ferite che non si rimarginano. Vediamo ogni giorno persone con ripetute problematiche relazionali che alla fine fanno loro capire che non possono farcela da soli”. E le fasce di eta’ si allargano: “Oggi e’ esplosa l’analisi infantile, che fino a 20 anni fa non c’era. Prima i bambini psicotici non venivano concepiti e trattati come tali. Oggi invece la scuola li segnala, e spesso i genitori accolgono l’invito e ce li mandano. In questo modo possiamo intervenire in tempo per raddrizzare i problemi caratteriali”. Bambini e ragazzi sempre piu’ sottoposti a un vero bombardamento di ogni tipo, dai media alle nuove tecnologie: “Gli input forsennati dei nostri tempi certamente giocano un ruolo negativo, soprattutto per chi e’ gia’ un soggetto a rischio. Sono frequentissimi i casi di giovani che passano la giornata davanti al monitor del Pc per giocare o navigare sul web, il che aggrava fortemente le tendenze autistiche di molti soggetti, mettendo a repentaglio il loro equilibrio mentale”. Patologie che troppo spesso portano alla droga e all’alcol: “Sono fenomeni tragici – ammette l’analista – ma se presi in tempo si puo’ intervenire per correggere alla radice il problema, e consentire la ripresa del normale sviluppo evolutivo del paziente”.
Commento della dott.sa Grazioli
E’ proprio così: dai “mali” generati da una società della repressione che spesso con troppa arroganza decideva qual era il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, , siamo passati ai “mali” della società “liquida”, della libertà totale, dove il bene e il giusto sconfinano nel male e nell’ingiusto a seconda del punto di vista.

