PSICOLOGIA: SENSO DI COLPA E’ DONNA, LUI E’PIU’ EGOISTA
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gennaio 30, 2010
Tanti comportamenti maschili, alcuni dei quali descritti anche nei film di Gabriele Muccino, potrebbero avere una base scientifica: secondo uno studio spagnolo infatti l’uomo e’ molto meno soggetto della donna al senso di colpa, soprattutto nella fascia d’eta’ tra i 25 e i 33 anni. Una condizione che lo rende piu’ libero rispetto a scelte piu’ egoistiche. La ricerca che trovera’ sicuramente consensi tra il pubblico femminile e’ stata effettuata da Itziar Etxebarria dell’universita’ dei Paesi Baschi. A un gruppo di 300 persone (158 teenagers, 96 tra i 25 e i 33 e 108 tra i 40 e i 50) equamente diviso tra i due sessi sono stati sottoposti dei questionari su quanto e in che misura si sentissero in colpa nelle diverse situazioni della vita su una scala di 7 punti. Il risultato e’ stato che le donne hanno raggiunto sempre punteggi piu’ alti, con un ‘picco’ proprio nell’eta’ della ‘sindrome di Peter Pan’. Dai dati ottenuti e’ emerso ad esempio che nella fascia di mezzo l’empatia raggiunge un punteggio di 3,4 nei maschi e 3,7 nelle femmine, mentre il senso di colpa riguardo ai comportamenti nei confronti delle altre persone arriva a 4,6 nei maschi e 5,2 nelle donne. Le differenze tendono ad attenuarsi solo nel gruppo piu’ ‘anziano’. ‘Una ragione per queste differenze, soprattutto nei piu’ giovani – spiega l’autrice – potrebbe essere il fatto che alcune imposizioni date dall’educazione sull’argomento, che sono rivolte maggiormente alle donne, hanno ancora un certo effetto’.
Commento della Dott.sa Grazioli
Una sera alla televisione, invitato a “Parla con me”, ho visto il filosofo Umberto Galimberti , che ha fatto questa interessante osservazione sull’ incommensurabile diversità di fondo tra uomo e donna.
Ha sottolineato come il corpo femminile, a differenza di quello maschile, sia biologicamente strutturato per ospitare “l’altro”, ciò significa che la donna è biologicamente predisposta alla relazione, perciò la sua essenza più profonda e autentica è “essere in relazione”. Nell’identità maschile invece la relazione non occupa un posto altrettanto centrale, ma è secondaria.
Ora, poiché il senso di colpa ha quasi sempre a che fare con ”l’altro”, nasce e si alimenta soprattutto nell’ambito della relazione, allora il senso di colpa è sicuramente più “cosa” da donna che da uomo.
tags: corpo, relazione, senso di colpa
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Sempre più maschi e anche senza soldi ecco i nuovi schiavi dello shopping
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gennaio 24, 2010
Comprare, comprare, comprare. Di tutto, sempre, per cause di forza maggiore. Anche se non si potrebbe, anche se il conto in banca non è lo stesso di Victoria Beckham. I saldi invogliano, ma anche il prezzo pieno gratifica. Si chiama shopping compulsivo: è il nome di un una patologia che affligge il 5 per cento degli italiani, l’85 per cento sono donne. C’è un centro specializzato in Italia che se ne occupa, molti ospedali e medici cominciano ad attrezzarsi. Perché è difficile capire: dove finisce il piacere e inizia la malattia?
Non solo scarpe e borse, non solo firmato: per lo shopper ossessivo basta che sia merce. Lo shopping compulsivo non è riconosciuto come un disordine dall’American Psychiatric Association nel Dsm-IV, il manuale diagnostico e statistico per i disturbi mentali accettato a livello internazionale per la classificazione delle malattie psichiche. Ma secondo molti tecnici lo sarà: è rapido e forte il fenomeno, interclassista e trasversale, globalizzato. Solo in Italia nell’ultimo decennio i compratori più che incalliti sono aumentati del 10 per cento, e accanto alle signore sono comparsi numerosi (+6 per cento) anche gli uomini.
Shopping addiction. Nuove dipendenze e noi nuovi “drogati”: da internet, dai cellulari, dal gioco d’azzardo o dal cyber sex. La fenomenologia delle compulsioni nell’era della disponibilità è varia e spesso non facile da classificare. Finché è l’ex Spice girl che fa incetta di abiti da sera in maniera seriale e scarpe tacco 12, sembra tutto normale. O quasi: è ricca, dunque può scialacquare. Eppure anche lei si pente dopo aver comprato regali di Natale per un milione di euro: «Ho speso troppo. Il consumismo è come una droga. Più si ha e più si vuole avere». Nei suoi recenti giorni milanesi, è stata fotografata per vetrine: «Quando vado a Milano non so resistere. Gli oggetti in quelle meravigliose boutique mi dicono “comprami ti prego comprami”». L’alibi è buono: «Aiuta l’economia». Dichiarazioni (al periodico Girl) cui è seguita l’ipotesi che la signora abbia chiesto l’aiuto di uno psicologo inglese per guarire.
Non sarebbe la sola tra le star. Si è detto a un certo punto di Lady D, ricorsa a un medico dell’anima dopo essere arrivata a spendere anche 200mila sterline a settimana in vestiti, scarpe, borse e accessori. Nelle sue 60 stanze-armadio oltre tremila capi d’alta moda, il cui valore stimato dalla rivista People sarebbe stato di circa 2 milioni di dollari. Anche Paris Hilton avrebbe fatto ricorso a uno specialista, e così Lindsay Lohan. Britney Spears, Daria Zhukova, Eva Longoria, Christina Aguilera, Celine Dion e Camilla Parker Bowles continuerebbero invece a praticare inconsapevolmente la loro manìa.
Ma le anonime shopaholic, chi sono? «Gente comune, soprattutto 35-40enni, che non arriva alla quarta settimana del mese ma che finisce anche per commettere illeciti pur di comprare». Cesare Guerreschi è il fondatore e presidente della Siipac, la società italiana di intervento sulle patologie compulsive, il primo centro in Italia a occuparsi delle nuove dipendenze, 4 sedi e la principale a Bolzano, cominciarono nel 1999 con i problemi legati al gioco d’azzardo. «Abbiamo allargato il campo: dai disordini alimentari alle dipendenze dal lavoro, sesso, tecnologie. E appunto i disturbi legati allo shopping, patologia in verità già registrata dallo psichiatra svizzero Bleuler e poi da Freud con il termine “oniomania”. Coercizione psichica all’atto dell’acquisto: per placare ansia e depressione». Hanno una comunità alla Siipac, dove i pazienti entrano per disintossicarsi: «Terapia psicologica, farmacologica, reinserimento sociale: molti perdono il lavoro e gli affetti». La vita consumata, sold out.
Commento della dott. Grazioli
Ogni società ha i suoi “disturbi”. La nostra società consumista e tecnologica, dedita all’immagine e all’apparenza, alla bellezza e giovinezza ad ogni costo, sicura del suo diritto alla felicità, riempie i suoi vuoti con lo shopping compulsivo, internet addction, il bisturi estetico sempre in azione e la palestra quasi seconda casa, il sesso che invece farci felici ci rende infelici, l’elenco purtroppo è ancora lungo. Uomini e donne in questo siamo uguali, condividiamo gli stessi mali e gli stessi rimedi.
La lettura come cura
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gennaio 20, 2010
La lettura come cura. Per esempio della depressione. O preziosa alleata in un momento di sofferenza. Gli esperti consigliano saggi e romanzi, soprattutto i classici. E indicano a quali condizioni può funzionare.
«La società attraversa un momento di malessere e c’è anche una crescente sfiducia nelle istituzioni, un desiderio di sviluppare percorsi di ricerca personale. Il libro ci appare come un amico in grado di “prenderci per mano” e aiutarci a trovare ciò che cerchiamo», spiega la psicologa Barbara Rossi, curatrice di un testo di recente pubblicazione sul tema, Biblioterapia (Edizioni la Meridiana). Soprattutto in Gran Bretagna, un numero crescente di pazienti esce dai servizi di salute mentale non con una ricetta, ma con il titolo di un manuale che dovrebbe alleviare ansia, depressione o altri disturbi. E ci sono anche studi scientifici, come quelli apparsi sulla rivista Behaviour Research and Therapy o sul Journal of Clinical Psychology, che mostrano come la lettura giusta possa avere effetti terapeutici. In Inghilterra è stata addirittura compilata una lista di 35 testi giudicati efficaci almeno come primo intervento, in attesa di avviare una terapia. «Un po’ ovunque stanno nascendo opportunità per utilizzare i libri nei momenti difficili. C’è un consenso diffuso sul fatto che siano utili», spiega Rossi. «Alcuni studi mostrano che quando leggiamo si attivano nel nostro cervello le aree deputate ad analizzare le immagini. Possiamo pensare dunque che la lettura ci aiuti a recuperare competenze psichiche che ci aiutano a risolvere i nostri problemi».
«Mi capita, quando possibile, di suggerire letture al posto dei farmaci», aggiunge Andrea Bolognesi, psichiatra e omeopata. «Oggi si tende a medicalizzare il malessere esistenziale, affrontando paure e disagi a colpi di farmaco. In casi come questi ho ottenuto buoni risultati con i libri». Non c’è bisogno di affrontare una terapia per trarre giovamento dalla lettura, ma una guida esperta può essere di aiuto. «Si può leggere per svago, per pensare, per imparare cose nuove o per stare meglio. Se la lettura è intesa come una cura, dobbiamo ricordarci che non può sostituire un rapporto terapeutico», spiega Rossi. «Capita invece che la lettura di un libro e la psicoterapia possano arricchirsi e potenziarsi, e quindi diventare un importante mezzo per il proprio benessere».
«Essendo un insegnante, propongo i libri non come terapia ma come percorso esistenziale, “cura” nel senso in cui usavano questo temine classici come Seneca. Per cercare di sviluppare l’empatia, imparare a mettersi al posto dell’altro», spiega Manuela Racci, docente presso la cattedra on-line di Biblioterapia di Accademia-Opera a Roma. Riconoscersi in altre storie può aiutare a mettere la propria vicenda in prospettiva: «Il libro è un incontro-confronto con un altro diverso da noi», spiega Rossi. «Vedere come altri hanno risolto la nostra stessa difficoltà ci aiuta a ritrovare la speranza e la motivazione a provarci». Può farci sentire meno soli (non sono l’unico a vivere certe esperienze), o semplicemente distrarci, magari fornire suggerimenti utili. In particolare se la lettura è affiancata dal lavoro con un terapeuta. «C’è chi costruisce da solo un proprio percorso di crescita attraverso le letture», spiega Bolognesi. «In terapia, quando ci sono difficoltà esistenziali che non possono essere superate autonomamente, i libri possono aiutare a trovare le parole per esprimere le proprie emozioni, agevolare e arricchire il rapporto terapeuta/paziente: attraverso la lettura emergono temi che una persona avrebbe difficoltà ad affrontare spontaneamente».
tags: depressione, lettura
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Giovani fragili che si gettano nel vuoto, ora si teme l’emulazione
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gennaio 18, 2010
“Alla nostra età è difficile sentirsi amati”. “Scusatemi, ma non riesco più ad avere a scuola il solito rendimento”. Sono messaggi che fanno pensare quelli lasciati dai tre studenti della scuola italiani che nei giorni scorsi si sono lasciati andare dalla finestra per un malessere più grande di loro. Due, un liceale di Milano e una dodicenne di Reggio Emilia, se ne sono andati così, senza una spiegazione: erano bravi ragazzi e, in apparenza, senza problemi alle spalle. Se non quello, evidentemente, di essere così fragili da non vedere più vie d’uscita che il suicidio. Il terzo, una studentessa di 16 anni, milanese d’adozione e originaria dello Sri Lanka, si è gettata del corridoio del terzo piano del Liceo Scientifico Statale Albert Einstein di Milano: ha riportato, dopo un volo di 16 metri dalla biblioteca al piano rialzato, un “grave trauma toraco-addominale” e diverse fratture, ma è stata operata e dovrebbe farcela.
Gli episodi, accaduti nei primi giorni del 2010, hanno fatto emergere le note problematiche adolescenziali, spesso latenti, almeno agli occhi degli adulti, dovute ad emozioni intense e profonde non sempre controllabili. Emozioni che, a volte, sempre più spesso, portano a gesti estremi.
Ma come è possibile che ciò accada, spesso durante le lezioni, senza alcuna avvisaglia o piccole spie? “A volte – spiega Fabio Sbattella, docente di psicologia dello sviluppo all’università Cattolica di Milano – neanche il compagno di banco riesce a coglierle”. Ma, quando vengono espresse, vanno sempre prese sul serio, perché quello dell’adolescenza è un momento di cambiamento molto delicato e problemi risolvibili possono essere interpretate come insormontabili difficoltà. “Come tutte le fasi di cambiamento – continua l’esperto – quella dell’adolescenza è una fase in cui la persona è particolarmente fragile”.
Al punto che un gesto di questo genere possa essere scambiato come la via d’uscita da un tunnel di sofferenze. E se ad intraprenderlo anche altri coetanei si potrebbe innescare anche un pericoloso percorso: quello che porta ad imitare il gesto autolesionista: “Il rischio di emulazione esiste – ha detto un’insegnante di educazione fisica dell’Einstein subito dopo che una delle sue allieve si era lanciata inspiegabilmente dalla finestra – perché può capitare che ci siano situazioni che portino i ragazzi a sentirsi degli estranei”. E’ quanto ha affermato
“E’ un rischio effettivo – ammette Sbattella – perché abbiamo diverse ricerche che dimostrano che quando viene enfatizzato un gesto autolesivo molte persone in crisi meditano che quella possa essere una soluzione e una occasione di visibilità, o vendetta. E questa è una tendenza ancora più accentuata negli adolescenti, perché i momenti di crescita portano sempre con sé una rielaborazione della propria idea della morte. Non a caso, i film di vampiri e di terrore hanno molta presa sugli adolescenti”.
A sostenere questa tesi è anche Giuseppe Dell`Acqua, direttore del centro di salute mentale di Trieste: “L’effetto mediatico – sostiene – può spingere i ragazzi all’emulazione, occorre stare molto attenti a come si raccontano queste storie. L’adolescenza è l’età dell’estremismo. Gli innamoramenti sono totali, le passioni assolute. Di solito, per fortuna, non si arriva al gesto estremo del suicidio. Il passaggio all’atto del suicidio arriva quando si ha una profonda convinzione che il futuro non c’è più, che non si può fare più nulla, che tutto precipita”. C’è però un antidoto per cercare di evitare che si arrivi a determinati atti: quando scatta il campanello d’allarme, famiglie, docenti e amici hanno l’obbligo di provare sempre ad adottarlo, prima che sia troppo tardi. “Le cose più importanti – di il direttore – sono l’ascolto e la socializzazione. Occorre aiutare i ragazzi a dire con più facilità le cose che si muovono dentro di loro. In questo proprio la scuola ha una grande responsabilità”.
Commento della dott. Grazioli
La morte è lo spettro della vecchiaia, non fa paura alla gioventù.
E’ perciò un pericolo reale il rischio d’emulazione di gesti estremi compiuti da coetanei. Le notizie di tali fatti diffuse dai media non vanno lasciate passare nel silenzio, ma discusse e approfondite a scuola e in famglia.
tags: depressione, fragili, giovani
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Haiti : aiuti umanitari e raccolta fondi
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gennaio 15, 2010
Ecco una lista delle associazioni italiane e internazionali che concorrono alla macchina degli aiuti per la popolazione di Haiti, colpita ieri da un devastante terremoto. Il numero delle vittime potrebbe avvicinarsi al mezzo milione, gli ospedali sono collassati e il piccolo stato centroamericano è appeso al filo della solidarietà internazionale. Sono preferibili gli aiuti in denaro, ma non mancano occasioni di solidarietà alternative, come la raccolta di beni di prima necessità.
Torino, Sermig raccoglie generi di prima necessità
Il Sermig di Torino raccoglie generi di prima necessità per portare un primo aiuto alla popolazione di Haiti. “Stiamo allestendo un container - precisa il Servizio Missionario Giovani che fa capo ad Ernesto Olivero – che partirà per Port-au-Prince nei prossimi giorni. In particolare raccogliamo prodotti alimentari a lunga conservazione, prodotti igienici e disinfettanti”. Per aiuti in denaro è stato predisposto dal Sermig un conto corrente postale (numero 29509106) intestato a Sermig, piazza Borgo Dora 61, 10152 Torino. La causale è “Terremoto Haiti”.
Un sms per la Croce Rossa
Per donare 2 euro alla Croce Rossa Italiana “Pro Emergenza Haiti” basta inviare un sms da numero ‘Wind’ e ‘3′ al 48540. Il numero sarà attivo fino al 27 gennaio. Possibili anche donazione online: causale «Pro emergenza Haiti» al sito della Croce Rossa – bonifico bancario causale «Pro emergenza Haiti» IBAN IT66 – C010 0503 3820 0000 0218020.
Un sms per Mediafriends
Sottoscrizione aperta dalla onlus Mediafriends che attraverso un sms da qualsiasi operatore al numero 48541 è possibile donare 2 euro per la popolazione in difficoltà.
World Food Program (Onu)
Per aiutare il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP) a fornire assistenza alimentare alle vittime del terremoto si possono inviare offerte tramite internet al sito del wfp; bonifico bancario, causale: emergenza Haiti c/c 6250156783/83 Banca Intesa ag. 4848 ABI 03069 CAB 05196 IBAN IT39 S030 6905 1966 2501 5678 383; versamento su conto corrente postale c/c 61559688 intestato a: Comitato Italiano per il PAM IBAN IT45 TO76 0103 200 0000 6155 9688.
Fondazione Rava
La Fondazione Francesca Rava è un’organizzazione umanitaria internazionale presente in Haiti da 22 anni con numerosi progetti in aiuto all’infanzia. Gestisce l’ospedale pediatrico Saint Damien, l’unico dell’isola e il più grande dei Caraibi, gravemente danneggiato dal sisma. Servono urgentemente fondi per sostenere i soccorsi medici d’emergenza, organizzare gli scavi delle macerie per salvare i dispersi, ricostruzione dell’ospedale. Si può sostenere la fondazione attraverso bollettino postale su C/C postale 17775230; bonifico su c/c bancario BANCA MEDIOLANUM SpA, Ag. 1 di Basiglio (MI) IT 39 G 03062 34210 000000760000 causale: terremoto Haiti, carta di credito online su www.nphitalia.org o chiamando lo 02 5412 2917.
Caritas
Per sostenere gli interventi in corso si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C POSTALE N. 347013 specificando nella causale: Emergenza terremoto Haiti. Offerte sono possibili anche tramite altri canali, tra cui: UniCredit Banca di Roma Spa, via Taranto 49, Roma – Iban: IT50 H030 0205 2060 0001 1063 119, Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma – Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012, Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113 ò CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001.
Unicef
Anche l’Unicef lancia una raccolta fondi- Si possono effettuare donazioni tramite: -c/c postale 745.000, causale: ‘Emergenza Haiti’; -carta di credito online su www.unicef.it, oppure chiamando il numero verde UNICEF 800745000; -cc bancario Banca Popolare Etica IBAN IT51 R050 1803 2000 0000 0510 051”; -i comitati locali dell’UNICEF presenti in tutta Italia (elenco sul sito-web www.unicef.it). Per maggiori informazioni, Ufficio stampa UNICEF Italia, tel.: 06.47809355/233 e 335/6382226 e 335/7275877; e-mail: press@unicef.it, sito-web: www.unicef.it.
Milano, Comune e Curia aprono un conto corrente
L’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, e il sindaco di Milano Letizia Moratti, hanno unito le loro voci davanti alla tragedia del terremoto di Haiti per un appello comune per portare un aiuto a una delle popolazioni più povere del Pianeta ora colpite dal cataclisma. Sia il Comune sia la Curia hanno già versato 100mila euro, ciascuno: la diocesi nel conto corrente della Caritas Ambrosiana (IT16P0351201602000000000578), Palazzo Marino nel conto speciale Milano per Haiti, acceso presso Banca Intesa (IT94L0306901783100000000069).
Le Misericordie d’Italia
Sono pronti a partire per Haiti i Confratelli delle Misericordie d’Italia, la cui Confederazione nazionale ha aperto una sottoscrizione in favore delle popolazioni colpite. Le Misericordie Italiane hanno anche aperto una sottoscrizione in favore delle popolazioni colpite sul c/c 000005000036, MONTE DEI PASCHI DI SIENA SPA, Firenze Agenzia 6, IBAN: IT 03 Y 01030 02806 000005000036; oppure sul CONTO CORRENTE POSTALE N 000021468509, Firenze Agenzia 29, IBAN: IT 67 Q 07601 02800 000021468509, entrambi intestati a “Confederazione Nazionale” con causale “PRO HAITI”.
Ong Agire, già attiva ad Haiti
Le organizzazioni non governative italiane riunite sotto la sigla Agire hanno deciso di lanciare una raccolta fondi per finanziare i soccorsi alle popolazioni di Haiti. Le ong di Agire sono già al lavoro ad Haiti. I fondi raccolti saranno destinati ai bisogni più urgenti: cibo, acqua potabile, medicinali, ripari temporanei. Si può donare con un sms al 48541 o con carta di credito al numero verde 800.132870; versamento sul conto corrente postale n. 85593614, intestato ad AGIRE onlus, via Nizza 154, 00198 Roma, causale Emergenza Haiti; bonifico bancario sul conto BPM – IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Haiti. Donazioni on line dal sito internet wwww.agire.it
Medici senza Frontiere lancia raccolta fondi straordinaria
Medici Senza Frontiere (MSF) lancia una raccolta fondi straordinaria per potere continuare a soccorrere le vittime del devastante terremoto che ha colpito Haiti. Per contribuire all’azione di soccorso di Msf a Haiti si può donare attraverso la carta di credito telefonando al numero verde 800.99.66.55 oppure allo 06.44.86.92.25; bonifico bancario IBAN IT58D0501803200000000115000; conto corrente postale 87486007 intestato a Medici Senza Frontiere onlus causale Terremoto Haiti; sul sito www.medicisenzafrontiere.it.
Più frutta e verdura allontanano ansia e depressione
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gennaio 14, 2010
Mangiare tanta frutta e verdura contribuisce ad allontanare ansia, depressione e disturbi di cuore. E’ quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università di Melbourne, coordinati da Felice Jacka. Gli scienziati hanno seguito per 10 anni ben 1.046 donne, di età compresa tra i 20 e i 93 anni, con una serie di test sulla dieta, sulla salute fisica e mentale, e con analisi di laboratorio.
Ebbene, è emerso che una dieta cattiva porta a scompensi psichici attraverso un’infiammazione sistematica dell’organismo. Lo studio, pubblicato sull’American Journal of Psychiatry, dimostra come i problemi mentali siano molto più frequenti in donne che abusano di cibi grassi o altamente raffinati.
Commento della dott. Grazioli
“Mens sana in corpore sano”, dicevano gli antichi, e nessuno li ha mai contradetti. A volte mi chiedo perchè si spenda tanto denaro per fare ricerche il cui esito è già limpido e chiaro.
tags: Ansia, depressione, salute
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Uno psicologo su sei cura l’omosessualità
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gennaio 4, 2010
Lo rivela uno studio condotto tra 1.400 terapisti. Una minoranza ammette di aver provato a “guarire” i pazienti, contro ogni evidenza scientifica. Essere gay, dicono i ricercatori, non è una patologia.
ROMA – “Dottore, mi aiuti, sono gay”. Sul lettino dell’analista, pare che questa sia una richiesta frequente. E non è proprio raro, stando ai risultati di una ricerca britannica, il tentativo di psichiatri e psicoterapeuti di far “guarire” i pazienti, anziché aiutarli ad accettare la propria omosessualità. In linea, insomma, con quanto cantava Povia all’ultimo Festival di Sanremo: “Luca era gay e adesso sta con lei”, storia di un omosessuale diventato etero. Secondo lo studio condotto su oltre 1.400 terapisti dall’University College di Londra e della St. George’s University, uno psicologo su sei ha ammesso di aver praticato almeno una volta, su richiesta del cliente, terapie per indurre l’eterosessualità. Contro ogni evidenza scientifica. Spinto da motivazioni religiose o dal desiderio di aiutare il paziente. “Terapie dannose”“É sorprendente scoprire che ancora oggi una minoranza di terapisti offra questo tipo di trattamenti: di fatto possono essere addirittura dannosi”, dice il professore Michael King, del dipartimento di Psichiatria della University of London. “Il miglior aiuto è mostrare a gay e lesbiche che non c’è niente di patologico nel loro orientamento sessuale”.
Commento della dott. Daniela Grazioli
Mi sembra utile commentare l’operato di tali terapeuti con le parole di Barrie Simmons,un grande psicoanalista scomparso:
“…….Una persona “guarita” è una persona che ha smesso , per la prima volta, da quando è su questo pianeta, di migliorarsi, cambiarsi, falsarsi, adeguarsi all’Io-ideale o al modello culturale. Per la prima volta si è arresa alla realtà ed è diventata quello che è……………..una persona così ha deciso di accettare se stessa e le cose per quello che sono.”
Consiglio la lettura del capitolo 2 “ Il mito dell’identità sessuale”, del libro di U.Galimberti “I miti del nostro tempo”, ed.Feltrinelli
Facebook è una schiavitù Sos dai teenager pentiti
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gennaio 3, 2010
Un tempo si diceva fosse internet nel suo complesso a generare dipendenza, poi sotto accusa sono finiti i giochi di ruolo di massa, tipo World of Warcraft, per i quali da qualche anno in Cina hanno aperto addirittura delle cliniche per la disintossicazione. Ora invece tocca a Facebook, il social network per eccellenza, che con i suoi 350 milioni di utenti sta dilagando ovunque. E così rapidamente che oltreoceano i teenager hanno cominciato a prendere atto della loro schiavitù, dichiarando pubblicamente di voler smettere una volta per tutte e iscrivendosi, in alcuni casi, a gruppi di “disintossicazione”.
Ormai, stando alla Nielsen, il 54 per cento di loro frequenta abitualmente Facebook: erano appena il 28 per cento a ottobre dello scorso anno. Trascorrono sempre più ore a scambiarsi messaggi, pubblicare fotografie, tenersi aggiornati su quel che fanno i loro amici. “Come ogni altra forma di dipendenza, è sempre difficile ammetterla”, commenta Kimberly Young sul New York Times. Voce autorevole, essendo il direttore del Center for Internet Addiction Recovery di Bradford nella Pennsylvania. “È come un disordine alimentare”, aggiunge. “Non è possibile eliminare il cibo, ma solo fare scelte più accurate su quel che si mangia. In questo caso, quindi, su quel che si fa in rete”.
Problema tutto americano, verrebbe da pensare. In realtà invece è anche nostro e di tanti altri Paesi, visto che il 70% degli utenti di Facebook risiede fuori dagli Stati Uniti. In Italia sono in 12 milioni, circa cinque sotto i 24 anni, e la metà accede al social network tutti i giorni. “Difficile dire se sia un’esagerazione quella della dipendenza”, racconta Peter Lang, professore di architettura all’università Texas E&M, attento conoscitore della rete e tra i primi docenti ad aver usato Facebook per la didattica. “Due anni fa i miei studenti hanno smesso di usare le mail sostituendole con il social network. Hanno tutti un pc e quando è acceso sono sempre connessi a Facebook. Tanto che oggi gli orari delle lezioni vengono comunicati lì. Così, per rendere i seminari più interessanti, con altri colleghi abbiamo iniziato a usare i social network per l’insegnamento”.
Insomma, meglio farci i conti che limitarsi alle condanne. Perché, appunto, tutto sta nel capire come i dieci miliardi di minuti che ogni giorno vengono trascorsi su Facebook influiscono sulla vita dei 350 milioni dei suoi utenti. L’ovvietà è il fatto che se prima si andava in piazza a chiacchierare, ora lo si fa sul web. Più difficile capire se è un male o un bene. “Non ci sono studi scientifici su campioni vasti che possano giustificare allarmismi o assoluzioni – spiega Tilde Giani Gallino, professore di psicologia dello sviluppo all’Università di Torino – Dunque bisogna affidarsi al buon senso, che però potrebbe essere frutto di pregiudizi. Dell’esser cresciuti in un’epoca completamente diversa. La socialità sul web ha pro e contro, ma non è meglio o peggio di quella che hanno vissuto le generazioni passate. Solo differente. Allora, più che della dipendenza vera o presunta che sia da un social network o dalla rete, mi preoccuperei di più dell’impoverimento del bagaglio culturale. Perché scambiare la ricchezza di una biblioteca e dei suoi volumi con le sintesi di Wikipedia, quello si che è pericoloso per le giovani generazioni”.
Commento della Dott.sa Grazioli
“Essere dipendenti”, da qualsivoglia cosa o persona, secondo me non è mai un bene.
Tuttavia è un pò superficiale ed affrettato liquidare in questo modo la novità e le potenzialità dei social networks. A parte questo lungo discorso, un’unica osservazione mi viene da fare sulle molte e varie dipendenze oggi così frequenti fra i giovani, e cioè : ” è forse la totale mancanza di punti fermi e sicuri nella nostra società, quali ad esempio la solidità della famiglia, l’autorevolezza della scuola, la credibilità della politica, a spingere la gioventù a cercare sempre di più nei social networks come Facebook un punto di riferimento stabile, infatti Facebook, pur nella sua mutevolezza, è in ogni istante sempre a portata di mano e pronto ad ascoltarti?”
Salute: boom di internet-dipendenti, cosi’ ci si cura in Italia
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gennaio 3, 2010
Restano incollati allo schermo per ore, fino a perdere il controllo della loro mente. Rapiti dalla Rete, condannati a navigare ininterrottamente nel ‘mare magnum’ di Internet, saltando da un sito all’altro senza riposo. Sono i cyber-dipendenti: adolescenti drogati di web che non staccano gli occhi dal computer e finiscono per preferire il mondo virtuale a quello reale. Una forma di “dipendenza comportamentale” (non legata a sostanze) in netta crescita in Italia, avvertono gli esperti.
Tanto che gli scienziati si stanno organizzando per fronteggiare l’ondata di pazienti. Sono tre i centri di riferimento della Penisola, che studiano il fenomeno della ‘Internet addiction’ e sono all’avanguardia sul fronte delle terapie: il Dipartimento di Neuroscienze cliniche dell’università di Palermo, il Policlinico Gemelli di Roma e l’università D’Annunzio di Chieti. “Quello che ancora non esiste sono cliniche di disintossicazione ad hoc” per cyber-dipendenti, spiega all’ADNKRONOS SALUTE Massimo Di Giannantonio, ordinario di psichiatria all’università D’Annunzio di Chieti. Cliniche come quelle finite nella bufera in questi giorni in Cina, per il caso di un ragazzino in cura in un centro di Qihang (nella regione meridionale del Guangxi) picchiato a morte. In Italia, sottolinea lo specialista, il fenomeno dei teenager Internet-dipendenti è ancora poco conosciuto, ma nelle corsie delle cliniche di psichiatria di molti ospedali italiani si vedono sempre più spesso casi di giovani ‘risucchiati’ dal web.
A Milano, conferma Claudio Mencacci, primario di psichiatria all’ospedale Fatebenefratelli, “ne abbiamo in cura un paio. E cominciano a vedersi anche casi di isolamento grave” dalla realtà. “Con sintomi simili alla cosiddetta sindrome di Hikikomori, fenomeno giapponese”.
Adolescenti che, all’improvviso, tagliano i ponti con il mondo, si barricano in camera e si astraggono dalla realtà anche per anni. Niente più scuola, uscite con gli amici, chiacchierate in famiglia. Unico chiodo fisso: la Rete, o un videogioco. Una malattia che porta con sé alterazioni del ritmo sonno-veglia e totale limitazione dei contatti interpersonali. “Sono ragazzi che si nutrono solo di relazioni virtuali e si rifiutano di interagire fisicamente con persone in carne ed ossa”, racconta Mencacci. Prigionieri del web difficili da curare. E’ questa la versione occidentale della sindrome del Sol Levante. Età media degli ‘addicted’: dai 16 ai 24 anni.
I tre gruppi di lavoro che in Italia si occupano di nuove dipendenze, coordinati dagli psichiatri Massimo Di Giannantonio (Chieti), Luigi Janiri (Roma) e Daniele La Barbera (Palermo), hanno visitato, nell’ambito di uno studio, oltre 100 mila ragazzi fra i 15 e i 21 anni. “Di questi il 3,7% ha mostrato una forma grave di ‘dipendenza comportamentale’”, spiega Di Giannantonio. Ma al momento, precisa, “non esistono dati epidemiologici sicuri che permettano di stimare l’incidenza della dipendenza da Internet in Italia”. Quello che gli esperti stanno osservando è l’aumento di dipendenze comportamentali fra i giovani: “Dipendenza dal gioco d’azzardo, da Internet, dallo shopping”, elenca lo specialista. Uno studio dell’università di Chieti, finanziato dal ministero della Salute, punta a far luce sul grado di diffusione di queste patologie fra gli adolescenti delle scuole superiori, ritenuti le ‘vittime ideali’ di disturbi come la cosiddetta ‘dipendenza transdissociativa da videoterminale’.
Fra i progetti in cantiere in Italia c’è anche l’idea di creare cliniche ad hoc per il trattamento delle nuove ‘droghe’ dei teenager. L’idea è di riservare posti letto in day hospital a questa tipologia di pazienti. Obiettivo: garantire loro percorsi di riabilitazione efficaci, dalla psicoterapia alle cure farmacologiche.
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Matrimonio tomba dell’amore? No combatte ansia e stress
Posted by editore on
gennaio 3, 2010

Sarà pure la tomba dell’amore, ma certo il matrimonio non nuoce alla salute. In barba ai detrattori della vita a due, convolare a nozze fa bene alla salute, riducendo i rischi di ansia e depressione. La buona notizia per chi è in odore di altare arriva da uno studio condotto su circa 35 mila persone di 15 differenti Paesi. Ma attenzione, avvisano gli studiosi capitanti da Kate Scott dell’università neozelandese dell’Otago, se l’idillio finisce allora sono guai. Se un’unione arriva al capolinea o il coniuge perde la vita, infatti, il rischio di soffrire di problemi di salute mentale lievita pericolosamente.
La ricerca, che ha guadagnato le pagine del British Journal of Psychological Medicine, è basata su sondaggi condotti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) negli ultimi 10 anni. E rivela che una fede all’anulare fa bene alla salute di lei ma anche a quella di lui, a differenza di quanto indicato da precedenti studi. Ma se il matrimonio naufraga il pericolo di cadere nel ‘male oscuro’ è maggiore per lui, mentre lei è più a rischio abuso di alcol e droghe
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“Abbiamo potuto analizzare – spiega Scott – cosa accade alla salute mentale per chi è alle prese con il matrimonio, attuando un confronto sia con chi non si è mai sposato sia con i casi in cui l’unione è finita. Ciò che rende unica e più solida questa indagine – fa infine notare la ricercatrice – è il fatto che il campione è estremamente vasto e comprende tanti Paesi. Inoltre ci consente di disporre di dati non solo sulla depressione, ma anche sull’ansia e sui disturbi da abuso di sostanze”.




