Cip e Ciop, la psicologa: ”Sì, la maestra di Pistoia ha un disturbo mentale”
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dicembre 10, 2009
La professoressa Anna Oliverio Ferraris ci spiega cosa è successo nell’asilo lager.
Michela Rossetti “Incomprensibile” e “imperdonabile”. Sono questi gli aggettivi che ormai descrivono il caso del nido Cip e Ciop di Pistoia. I genitori dei bambini maltrattati non riescono ad accogliere l’appello di una delle due maestre indagate: “Sono malata, perdonatemi”. Né mostrano comprensione i telespettatori di Sky, che nel sondaggio di ieri non hanno giustificato l’insegnante pentita con una percentuale schiacciante, l’86%. La domanda rimane la stessa: “Perché?”. La risposta non c’è. “Non basta lo stress, o la poca preparazione nel lavoro, per arrivare a maltrattare i bambini com’è successo a Pistoia. Si tratta di persone malate”. Così Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo in età evolutiva all’Università “ La Sapienza” di Roma, ci aiuta a capire. “Per accudire bambini di un età così complessa, come dai 0 ai 3 anni, ci vuole prima di tutto grande preparazione, sensibilità, ma serve anche passione, che i bambini piacciano davvero. Non è un lavoro semplice”.
Come si può arrivare a tanto? I video mostrano immagini sconvolgenti: bambini schiaffeggiati perché non mangiano, imbavagliati a forza, perfino costretti a mangiare il loro vomito. Va premesso che il caso di Pistoia è un caso limite, isolato. E che si tratta, prima di tutto, di persone malate. Altri fattori possono essere poi lo stress per il lavoro, che in gergo si chiama sindrome da “burnout”; e la mancata preparazione per un’occupazione complessa. Accudire bambini di pochi mesi non è un lavoro semplice: le maestre del nido sono figure fondamentali nello sviluppo di un bambino, come un prolungamento della mamma. Devono saper trasmettere un senso di fiducia, poi di sicurezza. In assenza di una comunicazione verbale – dato che i bambini non hanno ancora imparato a parlare – devono saper interpretare e interagire con il linguaggio del corpo.
Anna Laura Scuderi, titolare del nido e una delle due maestre indagate, ha spiegato di essere molto stressata. Accudiva uno zio malato, stava pensando di lasciare il lavoro. Da quanto ha detto lei, però, non sono motivazioni sufficienti. Esattamente. Prima di tutto siamo di fronte a un disturbo mentale. Lo stress per il lavoro non può essere l’unica causa, anche se incide. Un conto, poi, è essere stressati quando si lavora con i ragazzi di un liceo, un altro è con i bambini di pochi mesi. Se si è preparati in questo lavoro, comunque, ci si rende conto di doverlo lasciare, prima che la situazione degeneri. Il problema è che si può creare un circolo vizioso: se ci si relaziona male con il bambino, lui reagisce con ansia, nervosismo. E le educatrici, a loro volta, sono sempre più in difficoltà. È una situazione difficile da sbloccare.
Il fatto che la Scuderi chieda perdono, dicendo di essere malata, può far pensare che durante i maltrattamenti si rendesse conto della situazione? Non direi. Nei maltrattamenti verso i più piccoli, anche in famiglia, è difficile che l’adulto capisca di sbagliare. Si tende piuttosto a minimizzare, nella convinzione che – siccome sono piccoli e non capiscono – di conseguenza non soffrono.
Possibile tanta aggressività verso bambini così piccoli e indifesi? La normalità, nelle persone come nel mondo animale, è che i più piccoli suscitino un senso di protezione e dolcezza. Ma in casi eccezionali può non essere così. E in questi casi la giovanissima età può addirittura suscitare aggressività maggiore: il fatto che i bambini dipendono così tanto dall’adulto, la richiesta di attenzione costante, sono tra i fattori che possono suscitare reazioni fuori controllo.
I genitori di alcuni bambini, all’inizio, non credevano alle accuse rivolte alle maestre. È difficile rendersi conto di una violenza in atto nei confronti di bambini molto piccoli, ancora non in grado di esprimersi, quando non ci sono segni di violenza fisica? Nel caso di Pistoia alcuni genitori se ne erano accorti. Gli altri, probabilmente, avevano bambini che non avevano subito direttamente violenze, o che avevano reagito meglio. In generale i segnali che mandano i bambini che subiscono violenze sono molto chiari: sono più ansiosi e irritabili, possono avere disturbi del sonno, o problemi nell’alimentazione. Se portati nel luogo di cui hanno paura reagiscono con maggiore tensione. Normalmente i bambini si affezionano alle persone che si prendono cura di loro, come la maestra, il nonno o la baby sitter. Magari le prime volte che si allontanano dai genitori piangono, ma se la situazione si ripete, prolungata nel tempo, è il sintomo che qualcosa non va. Difficilmente, quindi, un genitore non si rende conto che il figlio viene maltrattato. Può succedere, invece, che non si associ al malessere del bambino un problema, come in questo caso, legato al nido. È difficile da accettare che le persone a cui abbiamo affidato nostro figlio lo maltrattino, non si riesce neanche immaginare, ci si può sentire in colpa e reagire di conseguenza rifiutando di prenderne atto.
