Archive for dicembre, 2009

SALUTE: FATICA VINCE FATICA, CHI PIU’ FA MENO SI STANCA

1-la-conquista

- Lacrimoni alla vista delle luminarie e tristezza da festoni natalizi. Anche la parentesi piu’ attesa dai bambini puo’ riservare per gli adulti un motivo di malinconia. Contro l’umor nero da festivita’ e il winter blues provocato dalle giornate piu’ corte arriva la ricetta dei ricercatori dell’Universita’ dell’Illinois: ridurre il senso di affaticamento per sconfiggere la depressione. La soluzione? Stancarsi con molta attivita’ fisica per sentire meno la fatica.

”Spesso gli interventi per ridurre la depressione – spiega Edward McAuley, che ha coordinato la ricerca apparsa su Psychosomatic Medicine – comportano una riduzione del senso di affaticamento”. Il contrario non viene mai verificato, commenta l’esperto di kinesiologia (scienza che lega la salute al movimento). In realta’, secondo McAuley, il nesso tra minor fatica e cura dei sintomi depressivi dipende dall’autoefficacia, la fiducia individuale nel riuscire a portare a termine un compito. Conclusione: l’attivita’ fisica fa bene allo spirito e allevia il mal di vivere perche’ incrementa l’autoefficacia.

Psicoterapia: rende più felici dei soldi

psicoterapia

Gli effetti della psicoterapia sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui?

A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di stipendio o di una vincita alla lotteria.

I soldi in pratica non fanno la felicità. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.

La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una ricompensa monetaria. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.

Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare bene con noi stessi e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.

Gli effetti della psicoterapia sono piuttosto noti. Nel trattamento dei disturbi depressivi o di quelli di ansia una buona terapia è in gradi di potenziare in maniera efficace l’azione di eventuali farmaci che il medico decide di somministrare al paziente. Ma quanto conta il trattamento terapeutico nell’infondere un senso di felicità agli individui.

A giudicare da quanto è emerso da una ricerca dell’Università di Warwick conta molto. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Health Economics, Policy and Law” e ha messo in luce che la psicoterapia è in grado di rendere più felici persino di un aumento di stipendio o di una vincita alla lotteria.

I soldi in pratica non fanno la felicità. E non è solo un detto tradizionale a dirlo, ma è un principio dimostrato scientificamente attraverso l’analisi delle condizioni di benessere psicologico che ha interessato numerose persone che sono state oggetto di studio da parte dei ricercatori. E se il denaro non è tutto quello che vuole per essere felici, la psicoterapia invece si.

La sua efficacia sarebbe 32 volte superiore rispetto ad una ricompensa monetaria. Una rivelazione che per certi versi può apparire sorprendente, ma che in realtà rappresenta l’occasione giusta per riflettere sull’importanza attribuita nella nostra società al benessere psicologico.

Quest’ultimo costituisce un elemento che non può essere trascurato, se si vuole diventare capaci di assegnare un adeguato valore a tutte quelle condizioni che contribuiscono a farci stare bene con noi stessi e con gli altri. E in questa direzione si deve andare se si vuole conquistare la serenità tanto desiderata da tutti.

Mobbing e lavoro: sapere cos’è per affrontarlo

7861

Mobbizzato sarà lei! In Italia, in un mercato del lavoro sempre più globale e flessibile, si sta assistendo negli ultimi anni a un aumento di conflitti relazionali che, se mal gestiti, possono portare alla comparsa di episodi disfunzionali riconducibili al mobbing (Ege, 1998; ISPESL, 2008). La parola “mobbing”, che tradotta dall`inglese “to mob” nella lingua italiana significa “assalire in massa“, venne utilizzata per la prima volta dall` etologo Konrad Lorenz per indicare il comportamento di alcuni animali contro un membro del loro gruppo al fine di escluderlo (Dell`Olivo, 2007). In Italia il fenomeno è stato studiato scientificamente, nell`ambito della psicologia del lavoro, con la pubblicazione nel 1996 del primo libro dedicato espressamente all`argomento, scritto da Harald Ege, Psicologo del lavoro e ricercatore tedesco residente nel nostro paese, che in un suo scritto successivo ha descritto il mobbing come “una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in constante progresso in cui, tramite violenza psicologica, una o più vittime vengono costrette ad esaudire la volontà di uno o più aggressori. Questa violenza si esprime attraverso attacchi che hanno lo scopo di danneggiare i canali di comunicazione, il flusso di informazioni e la professionalità delle vittime” (Ege, 2001).

Dall`analisi della letteratura corrente in materia non si riscontra una definizione univoca di mobbing, né gli autori sono concordi sul fatto che possano esistere nelle vittime alcune caratteristiche di personalità predisponenti: trattandosi di un fenomeno dalle molteplici sfaccettature, le varie definizioni e ipotesi risentono del punto di vista di chi le esprime. Tuttavia, le caratteristiche psicologiche del mobbizzato che emergono più frequentemente dalle indagini sull`individuazione delle personalità più inclini a subire persecuzioni morali, evidenziano che sono quelle di una persona scrupolosa, sensibile tanto ai riconoscimenti quanto alle critiche, con uno spiccato senso di giustizia, rigida, ostinata, con elevato senso del dovere, il soggetto che i superiori notano più facilmente, ma anche quello che più spesso infastidisce (Gilioli, 2001).

Questo articolo vuole essere un tentativo di riflessione su un fenomeno talvolta inconsapevolmente utilizzato da parte di coloro che, per motivi che andrò a illustrare, viene enfatizzato a scopo di rivalsa nei confronti di una realtà professionale diventata insostenibile dalla loro organizzazione di personalità. Il costrutto di “organizzazione di personalità” sottolinea la stretta interdipendenza tra dominio emotivo e dominio cognitivo, che ha alla base un articolato modello dell`organizzazione del Sé (Guidano e Liotti, 1983). Per meglio comprendere dobbiamo pensare alla nostra organizzazione di personalità come se fosse simbolicamente la colonna vertebrale del nostro corpo, che ci sostiene e ci permette di effettuare una serie di attività e di movimenti. Conoscere le articolazioni e quali movimenti possiamo o non possiamo fare ci permette di diventare, se vogliamo, atleti sempre più performanti. Lo scarso esercizio fisico ci rende invece sempre meno efficienti e tende a irrigidirci in movimenti sempre più limitati.

Nella riflessione sul sé, si riordina il flusso di esperienza in modo coerente con i principi che regolano la propria organizzazione di personalità. Laddove questo processo sia ostacolato, come accade nel caso di esperienze discrepanti rispetto al senso di sé, oppure di ridotte capacità di regolazione emozionale, il senso di coesione può risultare alterato. In questo caso la difficoltà emerge con il manifestarsi di sintomi psicopatologici. Bene, dopo alcune informazioni accademiche siamo ora pronti a dare un nome a questa organizzazione di personalità: “organizzazione ossessiva“.

Tale struttura si riferisce a individui che presentano un senso di sé costruito attraverso una continua selezione tra polarità opposte, in accordo a un sistema astratto di regole di riferimento. In questi individui il senso di sé si basa tipicamente sulle loro capacità di controllare il pensiero, le emozioni e il comportamento. Essi tipicamente percepiscono un senso di sé dicotomico ogniqualvolta avvertono un`attivazione emotiva caratterizzata da ambiguità o mancanza di coerenza con il loro sistema di regole di riferimento (Guidano e Liotti, 1983), dove il controllo diventa quindi il loro meccanismo di base, percependo come “minaccioso” tutto ciò che sfugge a questo meccanismo di difesa e non si riesce quindi a controllare/dominare le situazioni. Le persone cercano quindi di controllare l`incontrollabile, esponendosi e predisponendosi a quelle dinamiche di svilimento ed inadeguatezza che emergono nella pratica clinica in soggetti rigidi e poco flessibili ai cambiamenti, ad esempio cambio della dirigenza, cambio delle mansioni o del luogo di lavoro. Tali cambiamenti sono spesso vissuti come demansionamento, svuotamento delle proprie competenze professionali, affronti e quant`altro, che spesso trovano spiegazione in una capacità di adattamento ridotta. In soggetti con un`organizzazione ossessiva di personalità, caratterizzati da una spiccata abitudine alla razionalizzazione, con un Io rigido, si incontrano facilmente gravi difficoltà nella gestione di situazioni complesse, soprattutto qualora queste generino la compresenza di istanze diverse dentro di sé, quali l`ambivalenza delle richieste lavorative, rispetto ai propri valori e alla propria struttura di personalità. La tendenza ad affrontare le situazioni in stato di allerta, con atteggiamento di autoprotezione, impiegando scarsamente le risorse affettive disponibili e la marcata rigidità difensivo-razionale espongono a una gestione di sé poco efficace ed adeguata, con inevitabili ripercussioni interpersonali, che vanno ad aggravare ulteriormente la conflittualità lavorativa.

In un mondo dove il lavoro ha come denominatore comune la precarietà e difficoltà da parte di entrambe le categorie, dipendenti e datori di lavoro (anche i più radicali difensori dei lavoratori hanno capito che gli interessi di uno sono gli interessi dell`altro), il denominatore comune dovrebbe essere il confronto e l`adattamento. Non sempre però, le cose vanno come si vorrebbe: sono le persone più flessibili a trarre il meglio dagli ambienti lavorativi, persone che dopo il lavoro hanno momenti di svago come famiglia ed amici, dove ricercare momenti di svago, fonte di appagamento e dove il lavoro rappresenta uno di questi momenti e non “il momento”. Determinante appare quindi il ruolo della personalità e della sua comprensione, sulla quale è possibile lavorare con interventi mirati di psicoterapia, finalizzati a potenziare la capacità di adattamento, per il superamento della situazione di sofferenza.

Cip e Ciop, la psicologa: ”Sì, la maestra di Pistoia ha un disturbo mentale”

asilo

La professoressa Anna Oliverio Ferraris ci spiega cosa è successo nell’asilo lager.

Michela Rossetti “Incomprensibile” e “imperdonabile”. Sono questi gli aggettivi che ormai descrivono il caso del nido Cip e Ciop di Pistoia. I genitori dei bambini maltrattati non riescono ad accogliere l’appello di una delle due maestre indagate: “Sono malata, perdonatemi”. Né mostrano comprensione i telespettatori di Sky, che nel sondaggio di ieri non hanno giustificato l’insegnante pentita con una percentuale schiacciante, l’86%. La domanda rimane la stessa: “Perché?”. La risposta non c’è. “Non basta lo stress, o la poca preparazione nel lavoro, per arrivare a maltrattare i bambini com’è successo a Pistoia. Si tratta di persone malate”. Così Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo in età evolutiva all’Università “ La Sapienza” di Roma, ci aiuta a capire. “Per accudire bambini di un età così complessa, come dai 0 ai 3 anni, ci vuole prima di tutto grande preparazione, sensibilità, ma serve anche passione, che i bambini piacciano davvero. Non è un lavoro semplice”.

Come si può arrivare a tanto? I video mostrano immagini sconvolgenti: bambini schiaffeggiati perché non mangiano, imbavagliati a forza, perfino costretti a mangiare il loro vomito. Va premesso che il caso di Pistoia è un caso limite, isolato. E che si tratta, prima di tutto, di persone malate. Altri fattori possono essere poi lo stress per il lavoro, che in gergo si chiama sindrome da “burnout”; e la mancata preparazione per un’occupazione complessa. Accudire bambini di pochi mesi non è un lavoro semplice: le maestre del nido sono figure fondamentali nello sviluppo di un bambino, come un prolungamento della mamma. Devono saper trasmettere un senso di fiducia, poi di sicurezza. In assenza di una comunicazione verbale – dato che i bambini non hanno ancora imparato a parlare – devono saper interpretare e interagire con il linguaggio del corpo.

Anna Laura Scuderi, titolare del nido e una delle due maestre indagate, ha spiegato di essere molto stressata. Accudiva uno zio malato, stava pensando di lasciare il lavoro. Da quanto ha detto lei, però, non sono motivazioni sufficienti. Esattamente. Prima di tutto siamo di fronte a un disturbo mentale. Lo stress per il lavoro non può essere l’unica causa, anche se incide. Un conto, poi, è essere stressati quando si lavora con i ragazzi di un liceo, un altro è con i bambini di pochi mesi. Se si è preparati in questo lavoro, comunque, ci si rende conto di doverlo lasciare, prima che la situazione degeneri. Il problema è che si può creare un circolo vizioso: se ci si relaziona male con il bambino, lui reagisce con ansia, nervosismo. E le educatrici, a loro volta, sono sempre più in difficoltà. È una situazione difficile da sbloccare.

Il fatto che la Scuderi chieda perdono, dicendo di essere malata, può far pensare che durante i maltrattamenti si rendesse conto della situazione? Non direi. Nei maltrattamenti verso i più piccoli, anche in famiglia, è difficile che l’adulto capisca di sbagliare. Si tende piuttosto a minimizzare, nella convinzione che – siccome sono piccoli e non capiscono – di conseguenza non soffrono.

Possibile tanta aggressività verso bambini così piccoli e indifesi? La normalità, nelle persone come nel mondo animale, è che i più piccoli suscitino un senso di protezione e dolcezza. Ma in casi eccezionali può non essere così. E in questi casi la giovanissima età può addirittura suscitare aggressività maggiore: il fatto che i bambini dipendono così tanto dall’adulto, la richiesta di attenzione costante, sono tra i fattori che possono suscitare reazioni fuori controllo.

I genitori di alcuni bambini, all’inizio, non credevano alle accuse rivolte alle maestre. È difficile rendersi conto di una violenza in atto nei confronti di bambini molto piccoli, ancora non in grado di esprimersi, quando non ci sono segni di violenza fisica? Nel caso di Pistoia alcuni genitori se ne erano accorti. Gli altri, probabilmente, avevano bambini che non avevano subito direttamente violenze, o che avevano reagito meglio. In generale i segnali che mandano i bambini che subiscono violenze sono molto chiari: sono più ansiosi e irritabili, possono avere disturbi del sonno, o problemi nell’alimentazione. Se portati nel luogo di cui hanno paura reagiscono con maggiore tensione. Normalmente i bambini si affezionano alle persone che si prendono cura di loro, come la maestra, il nonno o la baby sitter. Magari le prime volte che si allontanano dai genitori piangono, ma se la situazione si ripete, prolungata nel tempo, è il sintomo che qualcosa non va. Difficilmente, quindi, un genitore non si rende conto che il figlio viene maltrattato. Può succedere, invece, che non si associ al malessere del bambino un problema, come in questo caso, legato al nido. È difficile da accettare che le persone a cui abbiamo affidato nostro figlio lo maltrattino, non si riesce neanche immaginare, ci si può sentire in colpa e reagire di conseguenza rifiutando di prenderne atto.

Il cardinale: gay e trans fuori dal Regno dei cieli

«Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei cieli». Così parlò il cardinale messicano Javier Lozano Barragán, Presidente emerito del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, l’ex «ministro della Sanità» vaticano. Barragán ha rilasciato un’intervista al sito internet «Pontifex» e poi ha ribadito le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa.

sentimenti

Alla domanda su quale valutazione esprimesse in merito all’omosessualità e ai trans, il cardinale ha detto: «Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Quindi ha aggiunto:

«Non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio».

Con l’Ansa, il porporato messicano è sceso più nel dettaglio, e ha citato la lettera di San Paolo ai Romani (1, 26-28), nella quale l’Apostolo delle genti usa parole molto dure contro l’omosessualità e parla di persone abbandonate «all’impurità», di «passioni infami», di «atti ignominiosi»: «Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne». Il prelato ha però anche fatto osservare che «l’omosessualità è un peccato, ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti».

——

Commento della Dottoressa Grazioli

Credo che il miglior commento a questa  notizia venga da un brano tratto dal libro di Umberto Galimberti “I miti del nostro tempo

«Nell’antichità l’omosessualità non era un problema, perché l’attenzione non era rivolta all’atto sessuale, ma all’amore tra persone (charízesthai erastaîs) che poteva trascendere il sesso, perché capace di includere dimensioni culturali, spirituali ed estetiche.»

….

«Fino al XII secolo la teologia morale trattò l’omosessualità, nel caso peggiore, alla stregua della fornicazione eterosessuale senza pronunciarsi con un’esplicita condanna.»

Ricordo inoltre che nel 1973 l’autorevole American Psychiatric Association (APA) prese atto dell’assenza di prove scientifiche che giustificassero la precedente catalogazione dell’omosessualità come patologia psichiatrica, cancellandola dal suo elenco delle malattie mentali, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Comunque, che omosessuali si nasca o si diventi poco importa, l’importante è esserlo con dignità: accettare questa realtà è un atto d’amore che facciamo su noi stessi, sulla nostra condizione di essere persone dotate non solo di corpo, ma anche di anima, sentimenti, emozioni che ci contraddistinguono gli uni dagli altri.
Cerchiamo di essere ciò che siamo e non ciò che le persone vorrebbero che fossimo … in questo modo saremo liberi e padroni della nostra vita.