Archive for novembre, 2009

Trattenere la rabbia fa male al cuore

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Gli uomini che «si tengono tutto dentro» quando sono trattati ingiustamente sul lavoro vedono più che raddoppiato il rischio di avere un infarto

Che cosa fanno gli uomini nel caso di conflitto sul lavoro? Possono ingoiare il rospo e lasciar correre, palesando una flemma quasi artificiale. Oppure possono uscire cinque minuti e sbollire con una sana passeggiata. O ancora affrontare di petto la situazione, sfogando tutta la rabbia che covano. Infine possono liberare il malumore una volta arrivati a casa (tipico dei poco coraggiosi), prendendosela con i figli, la moglie o persino l’animale domestico. C’è poi chi somatizza e risponde a una situazione di stress accusando dolori lancinanti allo stomaco, alla testa o a entrambi. Ma tra queste possibili reazioni alla rabbia, secondo uno studio del Research Institute di Stoccolma, le prime due opzioni – ossia in entrambi i casi tenersi tutto dentro – sono le peggiori e fanno molto male al cuore.

LO STUDIO – Nel 1992 i ricercatori svedesi hanno iniziato a seguire un campione di 2.755 uomini di età media intorno ai 41 anni che non avevano mai avuto problemi cardiovascolari, chiedendo loro quali fossero gli atteggiamenti più ricorrenti da parte loro a fronte di una tensione sul lavoro. Le risposte sono state registrate prendendo in considerazione anche altri aspetti significativi quali il fumo, l’assunzione di alcol, l’esercizio fisico, l’educazione scolastica, la libertà di prendere decisioni sul lavoro, e via dicendo.

QUESTIONE DI REPRESSIONE – Quando nel 2003, dieci anni dopo, gli studiosi hanno fatto un primo bilancio dei dati raccolti, risultava che 47 individui dei 2.755 iniziali erano deceduti per patologie cardiovascolari o avevano avuto un attacco di cuore. E i soggetti colpiti erano proprio quelli che avevano dichiarato di reprimere la rabbia. La ricerca dunque dimostra un legame significativo tra ira soffocata e danni al cuore: ciò che è maggiormente di nocumento non è tanto lo stress di per sé, ma soprattutto la risposta allo stress, che più è silente più è dannosa, raddoppiando mediamente le possibilità di malattie cardiache.

SFOGARSI FA BENE – Meglio una bella sceneggiata scandita da urla e pugni sul tavolo che covare silenziosamente rancore, simulando una tranquillità fittizia. Meglio la tempesta che la quiete. Insomma, meglio che la rabbia venga incanalata nel modo giusto, ma soprattutto è meglio che venga espressa, anche con decisione. Per contro, un po’ a sorpresa, la ricerca svedese dimostra che, per rimanere alle possibili reazioni, fra lo sviluppo di disturbi psicosomatici e l’attaccare briga fuori dal lavoro (cosa peraltro molto ingiusta), la scelta più nociva è annegare la rabbia in comportamenti nocivi (fumo, alcol), che non fanno che aggravare la situazione.

MA È L’ISTINTO A DECIDERE? – In tutti i casi, come fa notare la dottoressa Constanze Leineweber, che ha guidato lo studio, non è così facile indirizzare le nostre reazioni ai conflitti. «Si tratta di risposte istintive, sui cui è difficilissimo intervenire», fa notare Leineweber. Anche se a volte cercare di pilotare il proprio istinto è possibile e anche i più repressi possono imparare a litigare prima o poi. E capire che può essere anche una soddisfazione.

SALUTE: MALATTIA E SOLITUDINE CAUSE DEPRESSIONE ANZIANI

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La depressione negli anziani e’ scatenata dalla solitudine e dall’impotenza che si avverte quando si e’ ammalati, e non semplicemente dall’avanzare dell’eta’. E’ con questa convinzione che oggi a Milano si sono riuniti diversi esperti di salute mentale, di geriatria, psicologia e neurologia, in una giornata promossa dall’Ospedale San Paolo in collaborazione con il Comune. ”A causare la depressione negli anziani – spiega Costanzo Sala, direttore dell’Unita’ operativa complessa di Psichiatria I del San Paolo – e’ la malattia che riduce l’autonomia e contrae la progettualita’ per il futuro. E’ il senso d’inutilita’ e d’essere fuori dal tempo, scollegati dal gruppo sociale d’appartenenza che spesso colpisce chi va in pensione. E’ la difficolta’ a rielaborare la perdita di amici e congiunti o, ancor peggio, del coniuge. Non e’ certo l’eta’ anziana in se”’. La depressione colpisce tutte le eta’, con un’incidenza dall’1 al 4% della popolazione, che raddoppia nella donna rispetto all’uomo. Negli anziani si arriva anche all’8-16%, dove ”e’ spesso conseguenza di una sensazione d’isolamento – continua l’esperto – e va affrontata con strumenti sociali, con la consapevolezza della ricaduta negativa che puo’ avere sulla salute fisica e psichica della persona. Quando l’anziano cade in depressione, insomma, e’ importante non banalizzare i suoi sintomi: non osservarli cioe’ come una fisiologica conseguenza dell’eta’, ma trattare questa patologia con terapie farmacologiche, psicoterapiche e riabilitative, da sole o congiuntamente. Un approccio, questo, che porta a un altissimo risultato clinico”. Proprio al San Paolo e’ attivo un Centro per la diagnosi e la cura della depressione dell’anziano, un ambulatorio ad accesso diretto (senza impegnativa) e gratuito per tutte le persone che hanno superato i 65 anni di eta’ e soffrono di depressione.

Il bullismo e il futuro negato

bullismo-324Un bambino su 4 è vittima di episodi di bullismo. A scuola o in rete, è sempre più frequente ricevere provocazioni e offese immotivate, o, nei casi più gravi, percosse, furti e minacce. Una piaga che non si frena con il crescere dell’età e che, tra gli adolescenti, mostra, pure, preoccupanti conseguenze psicologiche: dalla perdita della stima di sé (22%), alla depressione (17,8%), alla voglia di abbandonare gli studi (21,3 per cento). Non esita a parlare di “futuro negato” per questa generazione di ragazzi, il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, presentando, al Senato, il 10° rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza, realizzato, assieme, a Telefono Azzurro. Preoccupa, soprattutto, come, di fronte agli abusi e alle prevaricazioni, sempre più ragazzi non chiedano aiuto a insegnanti e genitori, ma tendano a farsi “giustizia da sé” o in branco: il 7% degli adolescenti dichiara, candidamente, di uscire di casa portando un coltello per difendersi e, addirittura, il 37% conosce almeno un ragazzo che ha questa abitudine. Un ragazzo su 5, poi, ha ammesso di aver fumato cannabis o marijuana e il 16,8% dei giovani fuma tra le 10 e 15 sigarette al giorno.

Ricordando il ventennale della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che ricorrerà il prossimo 20 novembre, il presidente di Telefono Azzurro Ernesto Caffo ha sottolineato come, ancora, oggi, esistono troppe violazioni dei diritti dei bambini e degli adolescenti: dal diritto a non essere maltrattati per via del colore delle pelle (53%), alla richiesta di maggiore protezione dai maltrattamenti (49%), a vedere rispettate le proprie opinioni (47 per cento).

Lo studio mostra, anche, alcuni rischi “collaterali” che possono correre i più piccoli da un uso esagerato delle nuove tecnologie e dalle piccole, grandi mode del momento. Si inizia a usare internet tra 6 e gli 8 anni: si cercano giochi o materiale per fare i compiti e capita molto spesso, invece, di imbattersi in messaggi o foto porno, scene di violenza o richieste di appuntamenti da parte di “orchi cattivi”. Un bambino su 10, una volta a settimana, rinuncia ai più salutari pranzi e merende a casa, per andare al fast-food. Un bambino su 2, ormai, possiede un cellulare, anche, se utilizzato, soprattutto (88,2%) per rassicurare mamma e papà. Si conoscono, poi, benino le lingue (47% l’inglese, 10%, lo spagnolo, 9,1% il francese), ma l’esperienza all’estero rimane pressoché un miraggio. Per gli adolescenti, infine, i miti di oggi sono molto variegati: un discreto 8,4% vorrebbe assomigliare a Barack Obama. Ma solo il 3,2%, al premio nobel Rita Levi Montalcini. Alla studiosa, i ragazzi preferiscono l’asso delle 2 ruote Valentino Rossi (5,3%) e la showgirl argentina Belen Rodriguez (4,9 per cento).

LA PAURA DEL VIRUS O IL VIRUS DELLA PAURA? IL CASO A H1/N1

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Fino a qualche tempo fa, nessuno avrebbe immaginato di portarsi in tasca o in borsa un presidio medico chirurgico antibatterico e disinfettarsi le mani per strada. Ne, tanto meno, che le scuole richiedessero a bambini di non abbracciarsi con i proprio compagni di scuola, come profilassi obbligatoria per questioni cautelari. Eppure, queste sono oggi scene di vita quotidiana, che non solo non ci sorprendono, ma che reputiamo necessarie per la nostra sicurezza. Questo ed altro in tempi di Influenza A H1/N1. Non c’è dubbio che l’argomento sia inflazionato e che chiunque ne abbia sentito già parlare, ma forse, in meno sanno cosa davvero sia questo virus. Senza dover scendere troppo nel tecnico, il che renderebbe la cosa difficilmente comprensibile, si deve sapere che la famosa sigla A H1/N1 non  è altro che  una sorta di codice che permette di classificare il virus. La lettera A ne identifica il tipo, ossia la famiglia di appartenenza, H1 è il recettore della cellula alla quale il virus si attacca e N1 è l’enzima della cellula attaccata, che libera i nuovi prodotti del virus. Anche se inizialmente questa definizione può apparire criptica o complessa, ci permette di evincere che il virus, aggredendo le cellule, fa si che queste producano anticorpi per combatterlo, costringendolo a modificarsi di volta in volta. La sigla quindi ne classifica il tipo e gli annovera determinate proprietà. Sono proprio gli esperti, infatti, a dirci che questo tipo di virus è circoscrivibile in una serie di altri che hanno la stessa – se non minore – pericolosità di un’influenza stagionale.

Senza ulteriormente caricare di tediosità la descrizione, va considerato quindi, che tutti i virus hanno per proprietà intrinseca la mutevolezza e che per questo, sono tutti egualmente contraibili con facilità. Un ulteriore passo renderebbe il tutto troppo tecnico ma la domanda latente che attanaglia tutti nel dubbio è : quanto rischio si corre? La risposta è poco, molto poco. La vera domanda da porsi è: perché è così tangibile nell’aria la paura per il virus dell’influenza suina. Ci sono varie scuole di pensiero a riguardo, di cui la principale è quella dei cospirazionisti. A loro detta, produrre paura è un modo per far produrre – e quindi vendere -  vaccini (costosi e superflui) per rimpinguare le casse delle case farmaceutiche. Per quanto probabile, sarebbe troppo pretenzioso, pretendere di discuterne in questa sede e tanto più arrogarsi il diritto di saperlo.”Le mamme non fanno altro che parlare di questo” dice la proprietaria di un noto negozio per bambini del centro; ” hanno i figli con l’influenza e sono preoccupatissime”. Aldilà delle normali premure che ogni madre nutre verso la propria prole, però, l’allarmismo generato dai canali  di informazione, sta provocando una sorta di isteria collettiva che non produce niente se non ansia ingiustificata.

Professori, medici, ministeri e organizzazioni internazionali fanno da spola nel rimbalzo di informazioni allarmiste e sottese al mero sensazionalismo. Come possono allora genitori, bambini, insegnanti e nonni non creder loro?!. Ovvio è che lo faranno. E’ così che si entra in quel circolo vizioso, per cui la vera viralità, più che al virus, va attribuita alla malainformazione. Così un disinfettante antibatterico per le mani diventa la panacea assoluta da erigere in difesa del contagio – che tra l’altro, eventualmente, necessiterebbe di antivirale per essere debellato -. La normale profilassi è più che sufficiente per non incappare nel contagio e anche laddove venisse contratto, può essere curato. I morti dell’influenza Suina sono solo 43, quando le cifre dei decessi per le comuni influenze stagionali, sono di gran lunga superiori. Quello che non viene considerato allora, è che la vera pericolosità del virus A H1/N1 è quella di aver contagiato di paura tantissime più persone di quelle che in realtà ha fatto ammalare veramente.

L’aspetto aiuta la carriera ma non dà la felicità

Chi è bello guadagna di più, ma rischia una delusione. Due studi analizzano il ruolo e gli effetti dell’apparenza

MILANO – Timothy Judge non lo sa, ma il suo studio appena usci­to su Journal of Applied Phy­siology potrebbe diventare il manifesto di tutti gli italiani (e sono tanti) pronti a fare qualsiasi cosa pur di diventa­re un po’ più attraenti. «Chi è bello guadagna di più, indipendentemente da intelligenza e preparazione» scrive infatti il ricercatore dell’Università della Florida che, studiando uomini e don­ne fra i 25 e i 75 anni, ha di­mostrato come esser belli sia realmente una marcia in più, a ogni età. Perché aumenta l’autostima e consente di otte­nere più attenzione e ascolto dagli altri: sul lavoro e, come è già emerso da altri studi, pure a scuola, o in politica. Gli italiani, che si sottopon­gono a trattamenti estetici di ogni tipo (nell’uso di filler, ad esempio, siamo secondi solo agli Stati Uniti), devono averlo intuito. Emiliano Bar­toletti, segretario della Sime, la Società italiana di medici­na estetica, spiega: «Molti in­sicuri diventano aperti e sola­ri se ottengono un aspetto fi­sico che li soddisfa attraver­so piccoli o grandi interventi estetici: sentirsi a proprio agio con se stessi influenza in modo positivo comporta­mento e carattere. L’impor­tante è non credere che tutti i problemi si risolvano miglio­rando l’aspetto, altrimenti il rischio è di scivolare in un circolo vizioso di ritocchi continui».

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FELICITÀ – Anche perché la bellezza non fa (necessariamente) la felicità: almeno lo sostiene un’indagine in uscita a giu­gno su Journal of Research in Personality, secondo cui otte­nere ciò che si è tanto deside­rato non rende per forza più sereni se l’obiettivo era mate­riale ed esteriore, come di­ventar più belli. Anzi, è assai probabile finire in preda a emozioni negative e ritrovar­si con disturbi psicosomati­ci, come mal di testa e mal di stomaco. Succede perché la vera realizzazione di ognuno di noi è legata, in realtà, ad aspirazioni e bisogni che han­no a che fare con l’io e l’inte­riorità, dicono gli autori. «E perché molti, soprattut­to coloro che hanno poco sen­so della realtà e coloro che non hanno un’organizzazio­ne emotiva solida, affidano ai risultati degli interventi e anche dei semplici trattamen­ti estetici o dei prodotti co­smetici fantasie ben più pro­fonde – aggiunge Nicolino Rossi, psicologo dell’Univer­sità di Bologna -. In questi casi il rischio di delusione e malessere è alto». Forse un po’ gli italiani l’hanno capito: secondo un’indagine della Si­me, la nuova tendenza è il «ri­tocchino invisibile» per di­mostrare bene la propria età.

La rivincita del bamboccione: i suoi capricci scacciano la crisi

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Si sentono ancora così giovani che quando staccano dal lavoro fanno prima la serata con gli amici e poi tornano a casa da mamma e papà. Adolescenti tardivi, rassegnati e precari, con in tasca il sogno bucato di un posto fisso. Sono i bamboccioni, gli eterni Peter Pan, i kidults in Inghilterra, da kid, bambino, e adulto, Generazione post x per i sociologi. Come un’incognita, come un rebus; sono arrivati a trent’anni e hanno un futuro ancora tutto da scrivere. Sanno poco o niente di quello che succederà nella loro vita, eppure saranno proprio loro a salvare tutti dalla crisi. Con i loro consumi superflui e superficiali, i trentenni instabili e infelici, salveranno l’economia mondiale. Non lo faranno con strategie imprenditoriali o teorie economiche applicate. Semplicemente seguendo la loro più grande inclinazione: soddisfare i capricci. Come eroi inconsapevoli, sono i consumatori perfetti. Un esercito di lavoratori a tempo determinato che ha smesso di credere nel risparmio e che investe nei desideri. Trasgressori moderni di priorità antiche, superate. I valori dei vecchi sono stati invertiti. Qui il tempo libero, il divertimento, sono un valore assoluto. Una questione di appartenenza. Una fede. Le ferie non sono più un eldorado. Oggi ci sono i weekend low cost da prenotare su internet, ci sono le terme, i pacchetti relax. «Non aver più vent’anni non ha prezzo, ci sono cose che non si possono comprare. Per tutto il resto ci sono le carte di credito», come dice la pubblicità. Tutto il resto non c’è e non importa. Se questa è la generazione del tutto e subito, allora meglio non lasciarsi sfuggire niente, vivere al top e al massimo. Il successo per saghe come Guerre stellari, i cartoni di Walt Disney, la Play Station, X box. In Spagna il bambolotto «Baby mocosete» va a ruba, anche se costa 200 euro. E le clienti sono in maggioranza trentenni.
Poi si vedrà, come si vedrà per il lavoro, la casa, una famiglia. I figli. Ora ci sono le emozioni da colmare, da ascoltare, da assecondare. Secondo le statistiche di mercato il consumo dei trentenni è tutto orientato verso il ritorno e la nostalgia della gioventù. È il cambio dei valori che entra in gioco. «Prima era negativo essere considerata una persona infantile, ora è diverso, dicono i sociologi. I trentenni consumano di più e lo fanno senza sensi di colpa. La sindrome da Peter Pan è la garanzia di sentirsi liberi di spendere. Secondo una ricerca inglese i giovani del terzo millennio spendono dodici volte quello che i loro coetanei sborsavano nel 1975. Per Giampaolo Fabris, professore di sociologia dei consumi al San Raffaele di Milano: «È fin dalla nascita dei figli che i genitori hanno un bassissimo grado di sopportazione di fronte ai capricci».
A trent’anni partono per l’estero, alcuni hanno tentato di andare a vivere da soli e poi tornano a casa. Troppo caro l’affitto, insostenibile la rata del mutuo. E poi la rata della palestra, quella della macchina, i weekend fuori giusto per non rimanere fossilizzati a casa. Secondo uno studio americano i trentenni sono i primi nella storia a guadagnare meno dei genitori. In Italia i celibi che hanno tra i 18 e i 34 anni che vivono con almeno un genitore hanno oltrepassato il 60 per cento già dal 2006. Primi in molte cose i trentenni di oggi. Sono i figli di una generazione di separati. Si sono ritrovati adolescenti ad affrontare problemi da adulti, adulti che li hanno trattati da grandi. Oggi si trovano con una gran paura di sbagliare, vorrebbero una famiglia ma si guardano indietro e vedono troppe macerie. «È la prima generazione nella storia dell’umanità che non ha dovuto fare quello che facevano i genitori, e questo crea incertezza», spiega Fabris. E allora tornare nella cameretta che mamma ha tenuto a disposizione non ha prezzo. Meglio chiudere un occhio e far finta di essere felici anche così. Domani è un altro giorno, va bene, ma intanto che fretta c’è?

di Manilla Alfano – il Giornale

La fame compulsiva, l’ultima frontiera dei disturbi alimentari

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Una vera e propria pandemia, secondo lo psichiatra Michele Rugo, può essere definita la diffusione dei malesseri legati al cibo. Il rapporto patologico con l’alimentazione viene oggi considerato frutto di uno squilibrio mentale per cui è la psichiatria che si fa carico di questi pazienti.
Un tempo erano soprattutto le govani rampolle di famiglie bene che sfogavano nel cibo il loro malessere e la voglia di imporre una silhouette perfetta per non sfigurare.
Oggi, la cultura dell’immagine si è talmente estesa e generalizzata che vittime dell’immagine si trovano in ogni ceto sociale, in ogni età, in ogni cultura: « Si comincia da adolescenti – spiega la responsabile del progetto di Todi e supervisore clinico di Villa Mira Lago Laura Dalla Ragione - e l’età si abbassa sempre più: ci sono anche casi di ragazzine di 12 anni e persino di otto. Ma abbiamo anche pazienti di 40 e 50′anni, magari recidive o casi tardivi».

Dall’anoressia, in genere, si guarisce in maniera definitiva: quando si ritrova l’equilibrio, si ricomincia a mangiare e il rapporto con il cibo diventa stabile.
Possono capitare ricadute, invece, con i bulimici, persone che si lasciano andare ad eccessi ma che subito dopo si chiudono in bagno per rimettere tutto: in questi casi l’inquietudine che porta alla fame e al  conseguente senso di colpa può ripresentarsi davanti allo stress di scelte difficili.

La nuova frontiera del disturbo alimentare, però, è rappresentanto da una voracità smodata ed eccessiva a cui non segue senso di colpa e, quindi, l’esplusione volontaria del cibo ingerito:            «Stiamo parlando di persone che sono colte da improvviso e irrefrenabile desiderio di cibo – spiega la dottoressa Dalla Ragione – Arrivano a ingerire anche 30.000 calorie, circa otto colombe pasquali in un sol colpo. È un bisogno che non si riesce a contenere: si svuota la dispensa e, in mancanza, si passa al congelatore, ingurgitando cibi ancora surgelati, o il cibo per animali e persino i rifiuti. Solo dopo aver ingerito una gran quantità di alimenti si placa l’ansia che si accompagna alla vergogna per un gesto che si riconosce anomalo. Questa è una malattia grave perchè può portare alla rottura dello stomaco».
Anche in questo caso, la terapia fa leva sulla psiche e sul bisogno smodato di cibo: la terapia si basa sullo stesso principio della disintossicazione dalla droga perchè entrambe le situazioni si fondano sul principio dell’assuefazione.

Drogati di internet in cura al Gemelli di Roma

internet-malato-uomo-dentro-pc-imago--324x230Intere giornate intrappolati nella rete, tra chat e social network, come Facebook e Msn. Al Policlinico Gemelli di Roma è nato un centro di cura per la dipendenza da internet, che nei casi più gravi può diventare davvero una patologia. L’ambulatorio, dedicato all’«Internet Addiction Disorder», comincia oggi le sue attività, all’interno del Day hospital psichiatrico del Gemelli, dove vengono curate anche altre dipendenze più “tradizionali”, come quelle dal gioco d’azzardo, dall’alcol e dalle droghe. Secondo gli esperti del policlinico, l’utilizzo patologico di internet provoca sintomi fisici molto simili a quelli manifestati dai tossicodipendenti in crisi di astinenza: ansia, depressione e paura di perdere il controllo di sè e di ciò che si sta facendo.
L’ambulatorio è attivo dal lunedì al venerdì dalle 9,30 alle 13,30 e il protocollo di intervento della cura della dipendenza da internet prevede tre fasi: un colloquio iniziale, incontri successivi per individuare la psicopatologia sottostante – eventualmente contenuta con un’appropriata terapia farmacologia – e l’inserimento progressivo in gruppi di riabilitazione. Una terapia per tornare alla realtà e uscire dal giro, a volte “tossico”, del mondo virtuale.

Secondo lo psichiatra Federico Tonioni, coordinatore dell’ambulatorio del policlinico Gemelli di Roma, «almeno due iscritti a Facebok su 10 ne sono dipendenti mentre, secondo i dati di uno studio dell’università di Perugia, su 10 persone quattro possono sviluppare abusi o dipendenza da internet, la maggior parte delle volte inconsapevolmente». «Si potrebbe dire – continua Tonioni – che questo tipo di patologie di dipendenza da internet si stia diffondendo a livello epidemico. Sono sempre più frequenti i casi di impiegati interdetti da internet perchè connessi soprattutto ai social network, in particolare Facebook. Per questo basta riflettere sul fatto che che sei aziende su 10 in Italia hanno introdotto limitazioni alla rete internet aziendale».

Non sono solo i social network, però, a creare uno stato di dipendenza da internet: secondo gli esperti esistono anche forme di schiavitù da sesso virtuale e pornografia via web, gioco d’azzardo, shopping e commercio online, ricerca ossessiva di informazioni, coinvolgimento eccessivo in giochi virtuali o di ruolo. Di tutti questi problemi si occuperà da oggi in poi, il servizio dell’ambulatorio del Gemelli.

Il pensiero di un futuro incerto anticipa l’età dello stress

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Diciotto, vent’anni. L’età della spensieratezza, fino a qualche tempo fa. Cambiano i tempi, soffia il vento della crisi economica e nel 2009 questa è l’età dell’ansia: due under 25 su tre si sentono stressati e ansiosi almeno una volta alla settimana, rivela un’indagine condotta dal Rethink National Young Person’s Programme inglese. Un fenomeno di proporzioni ancor più preoccupanti nelle donne: una ragazza su tre dice di essere ansiosa per la maggior parte della settimana, o addirittura tutti i giorni. Perché con la disoccupazione che galoppa, la «generazione mille euro» dei precari a vita si scopre perfino più fragile: il 45% dei giovani fra 18 e 24 anni si preoccupa della carenza di soldi, uno su tre si sente sotto pressione al pensiero del lavoro che non c’è o è difficile da mantenere. Dati confermati dalla Sip, la Società Italiana di Psichiatria, che dedica al «mal di crisi» due eventi speciali durante il congresso nazionale che si apre oggi a Roma: secondo gli esperti, incertezza e precarietà aumentano del 30% l’incidenza dell’ansia.

«I ventenni sono più esposti perché vivono un momento fisiologico di insicurezza e ricerca dell’identità, che la crisi acuisce minando le certezze sul futuro e aumentando la competizione e il senso di inadeguatezza di chi si affaccia al mondo del lavoro» spiega Alberto Siracusano, presidente Sip e direttore del Dipartimento di neuroscienze al Policlinico Tor Vergata di Roma. E chi ha più di 25 anni non ha da stare allegro: le coppie di trenta-quarantenni con figli piccoli sono prede facili dell’ansia. Soprattutto le giovani mamme: si preoccupano del futuro dei bimbi, percepiscono di più le necessità familiari, tendono a trascurare i bisogni personali, così l’equilibrio psichico viene messo a dura prova. Col portafoglio che si svuota in un lampo, molti vivono sentendosi sul filo del rasoio: se questo disagio diventa cronico, il pericolo di conseguenze dannose per la salute mentale è concreto. Tanto che non è raro finire per ammalarsi di depressione con un rischio che sale quanto più a lungo si resta fuori dal mercato del lavoro. «Purtroppo i giovani non ammettono facilmente i disturbi, li considerano una debolezza — dice Siracusano —. Invece, riconoscendo il problema e cercando di risolverlo subito, la crisi e l’ansia che ne deriva possono essere un’opportunità di crescita per prendere in mano il proprio destino e cambiarlo: una psicoterapia in giovane età, ad esempio, può dare gli strumenti per affrontare la vita con maggior consapevolezza». Anche perché negando l’evidenza c’è il rischio di scivolare sempre più nella patologia. Non a caso in tempi di crisi aumentano i suicidi e le morti per abuso di alcol.

L’identità di genere è innata o condizionata? La comunità scientifica si interroga e si aggiorna.

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Genere maschile o femminile? Ha già due anni ma nessuno lo sa, a parte s’intende i genitori, nonni e babysitter. Pop, come lo chiamano in famiglia, è figlio di una coppia di giovanissimi svedesi, che fin dalla sua nascita hanno deciso di andare controcorrente e “lasciare che cresca libero/a dagli stereotipi”.

Così ogni mattina Pop può scegliere se mettersi, prima di andare all’asilo, un paio di pantaloncini o invece un vestitino con fiocchi e nastri.  E ogni pomeriggio, quando torna a casa, può giocare con il camion dei pompieri o con la Barbie.

La storia, finita sulle prime pagine in Svezia già a fine giugno, ha fatto ben presto il giro del mondo. Sui blog americani si è quasi scatenata una rissa, verbale, tra chi considera l’esperimento una vera follia e chi applaude. Qualcuno saggiamente sdrammatizza, come fa una mamma che, sotto lo pseudonimo di Miss Kitten, pensa che il bambino “graviterà spontaneamente verso i coetanei del suo stesso sesso. Perchè la differenza di genere non è solo un fatto sociale, in gran parte è innata.”

Ma questo è davvero il punto chiave, e non solo della vita di Pop. Proprio in queste settimane in America è uscito un libro intitolato Cervello rosa o azzurro? Come una piccola differenza può creare turbamento e cosa possiamo fare noi genitori.   L’Autrice,   Lise Eliot, una neurobiologa, mamma di tre bambini, due maschietti e una femminuccia, analizza il tema dal punto di vista scientifico.  E scrive che le differenze ci sono anche se in realtà non così grandi come ci si potrebbe aspettare. I maschietti per esempio hanno un cervello più grande (ma anche il loro corpo all’inizio  è più grande), mentre quello delle femminucce  completa prima la sua fase di crescita (e non a caso visto che la pubertà per loro arriva prima).

Nemica degli stereotipi, la Eliot non si preoccupa di schierarsi nel gran dibattito tra “natura e cultura”.    Le interessa di più cercare di capire come avviene nei piccoli la scoperta della propria identità di genere.

Un passo importante, già dai primi anni, quando del resto la loro visione del mondo è decisamente manichea, fatta solo di “buono o cattivo”, “bello o brutto” .    Ma anche, perché no, di “maschio o femmina”.    In America, in Italia ma anche nel resto del mondo.    Insomma, se la vostra bambina a tre anni già vuole fare la vezzosa, o suo fratello va matto per i camion, non è solo perché così fanno tutti all’asilo.    Probabilmente tra poco succederà lo stesso anche a Pop.   Ma almeno lui avrà avuto il privilegio di sperimentare fin dall’inizio la bellezza delle due metà del cielo.