Archive for ottobre, 2009

IL GIOCO CHE NON DIVERTE

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Quasi tutto ciò che facciamo o potremmo fare nella vita quotidiana può renderci schiavi: gioco, sesso, televisione, acquisti, lavoro, internet, chat, esercizio fisico e video-giochi possono diventare nostri padroni, dominando la nostra volontà e occupando gran parte del nostro tempo, fino a sottrarci anche le ore del sonno. Mai, come in questi ultimi anni, il rischio di diventare dipendenti da un qualcosa è stato così elevato, sia che si tratti di droghe, sostanze esogene o da comportamenti e azioni.
Si dovrebbe allora, smettere di giocare, fare sesso, guardare la televisione, o addirittura di lavorare per evitare di precipitare nella spirale della dipendenza e perdere così, la nostra libertà e la nostra dignità?
Evidentemente no!. Tuttavia la tendenza alla dipendenza è sempre più frequente nell’uomo contemporaneo. Sulla scia dell’interesse scientifico per le dipendenze “classiche” (alcol, eroina, cocaina, tabacco) si è sviluppato negli ultimi anni un crescente interesse per “alcuni comportamenti, che fungono da diversivi alla monotonia della vita, alla noia, alla solitudine, agli stress o talvolta all’infelicità, e che possono trasformarsi in vere e proprie droghe e in terribili trappole per l’individuo”.
Il disturbo del gioco d’azzardo e i problemi ad esso correlati sono stati a lungo ignorati dal punto di vista scientifico-clinico, relegando questo disturbo di condotta all’esclusivo ambito del vizio.
Ancor meno è stata posta l’attenzione sui costi che questa malattia comporta, essendo uno dei pochi disturbi in cui le conseguenze della patologia dell’individuo coinvolgono direttamente i familiari, non solo riguardo gli aspetti psicopatologici, ma con pesanti ripercussioni sulla vita privata.
Si stima che 1,5-3% della popolazione generale sia colpito da questo disturbo, il cui esordio è spesso frequente già all’età adolescenziale e tende ad essere più raro dopo i 40 anni. Il sesso maschile è più colpito.

ASPETTI GENERALI DELLE DIPENDENZE COMPORTAMENTALI

Esistono molte opinioni discordanti sul concetto di “dipendenze comportamentali”. In generale, per parlare di dipendenza è necessario che vi siano insieme impulso, consumazione avida e passionale, ripetizione e dipendenza. Tali dimensioni cliniche non si ritrovano sistematicamente nei soggetti con dipendenze comportamentali. Bisogna riflettere in primo luogo sull’esistenza delle dipendenze di tipo fisico e quelle di tipo psicologico.
Mentre per la dipendenza fisica possiamo fare riferimento alla necessità di assumere una determinata sostanza per evitare la sofferenza psicologica ed i segni causati dalla sua mancanza (tremori, nausea, diarrea, crampi, convulsioni, etc…), il concetto di dipendenza psicologica è più sfuggente, in quanto fa riferimento a meccanismi difficilmente evidenziabili, per cui il desiderio irrefrenabile di assumere nuovamente una sostanza (ma, come vedremo, anche di trovarsi in una determinata situazione, di “consumare” qualcosa che non sia una sostanza, di non poter fare a meno di qualcosa o qualcuno) non è apparentemente in relazione con le caratteristiche della sostanza stessa ne con le conseguenze biochimiche dell’assunzione.
Il soggetto affetto da una dipendenza comportamentale compie in modo ripetitivo e “obbligato” una precisa sequenza di comportamenti (acquisti, furti, incendi, etc..), cui seguono reazioni di piacere, di disinibizione e/o di euforia.
Nelle dipendenze comportamentali sono presenti numerosi sintomi tipici delle dipendenze da sostanze (chimiche), in particolare un comportamento selettivamente investito con conseguenze negative individuali, familiari, sociali e professionali e una sensazione di ansia o di malessere nel caso in cui tale comportamento venga interrotto.
Oggi tra le dipendenze comportamentali vengono incluse anche le cosiddette “nuove dipendenze”, quali l’acquistare compulsivo, la dipendenza sessuale, la dipendenza dal lavoro, i disturbi bulimici, i comportamenti rischiosi, la dipendenza da Internet o da video-giochi o da gioco d’azzardo.

IL GIOCO PATOLOGICO

Il gioco d’azzardo patologico seppur rientra nella categoria dei disturbi ossessivo-compulsivi, ha in realtà una elevata attinenza con le tossicodipendenze, tanto da appartenere all’area delle cosiddette “dipendenze senza sostanze”.
Il giocatore patologico mostra una crescente dipendenza nei confronti del gioco d’azzardo, incrementando sempre più la frequenza e il tempo dedicato al gioco, le somme di denaro spese, investendo spesso oltre le proprie possibilità economiche e trascurando i normali impegni quotidiani.
L’immagine di colui che in preda ad una brama senza fine, si rovina economicamente giocando ai dadi, con le carte, alla roulette, alle slot machines è spesso citata da una ricca letteratura, vale la pena citare “Il giocatore” di F. Dostoeivskij.
Questo tipo di dipendenza già riconosciuta dai primi anni ’80 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) viene definita con termine di gambling e rappresenta una specifica patologia. Nell’era multimediale il giocatore d’azzardo cambia volto: mentre in passato era più facilmente individuabile poichè “segregato” nei luoghi a lui deputati, oggi chiunque sia in possesso di un collegamento a internet e di una carta di credito è un potenziale giocatore compulsivo.
Il gioco on-line è estremamente pericoloso proprio perché, nella solitudine della propria casa, il giocatore si sente libero di poter agire al sicuro da sguardi indiscreti. Viene in questo modo a mancare la funzione socializzante del gioco, che al contrario diviene un rituale solitario e può sfociare in una compulsione. Così come nelle altre net-patologie, si genera un circolo vizioso nel quale il soggetto si ritrova imbrigliato, trascurando di contro quelli che sono i rapporti sociali e familiari.

DIPENDENZA: COME SI MANIFESTA, COME LA SI RICONOSCE
La distinzione fra uso problematico di un’attività di gioco e lo sviluppo di una dipendenza vera e propria merita di essere considerata con un’attenzione particolare. Parliamo di dipendenza vera e propria solo quando ci si trova di fronte a un coinvolgimento totale dell’individuo, a uno stravolgimento completo del suo assetto motivazionale, a una attivazione sistematica e continua verso a ciò che è ormai “l’unico oggetto delle sue brame”. L’uso problematico o “abitudine” si ha quando il soggetto mantiene la capacità di “integrare” l’oggetto del proprio desiderio, con quelle che sono le esigenze della vita reale. La possibilità di passare dall’una all’altra di queste due condizioni, ovviamente, dipende dalla misura in cui chi “gioca” per troppo tempo con abitudini pericolose rischia di diventarne schiavo. Se il soggetto presenta almeno cinque tra i sintomi sottoelencati, viene diagnosticato un quadro di gioco d’azzardo patologico (DSM-IV, 1994). Conoscere questi sintomi è molto importante per rendersi conto ed essere coscienti della situazione se mai si dovesse incorrere nel problema della dipendenze, in modo da riuscire a bloccare la dipendenza stessa sul nascere ed evitare complicazioni ben più gravi.
1. È eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo (per esempio, il soggetto è continuamente intento a rivivere esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, a escogitare i modi per procurarsi denaro con cui giocare).
2. Ha bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione desiderato.
3. Ha ripetutamente tentato di ridurre, controllare o interrompere il gioco d’azzardo, ma senza successo.
4. È irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo.
5. Gioca d’azzardo per sfuggire problemi o per alleviare un umore disforico (per esempio, sentimenti di impotenza, colpa, ansia, depressione).
6. Dopo aver perso al gioco, spesso torna un altro giorno per giocare ancora (rincorrendo le proprie perdite).
7. Mente ai membri della propria famiglia, al terapeuta, o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo.
8. Ha commesso azioni illegali come falsificazione, frode, furto o appropriazione indebita per finanziare il gioco d’azzardo.
9. Ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro, oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo.
10. Fa affidamento sugli altri per reperire il denaro per alleviare una situazione economica
disperata causata dal gioco (una “operazione di salvataggio”).

La sindrome premestruale si può controllare con la mente

La sindrome premestruale si può controllare con la menteLa sindrome premestruale che colpisce una larga fetta della popolazione femminile in età fertile, può assumere in certi casi forme invalidanti o comunque difficili da gestire.
Per venire incontro alle esigenze di molte donne che in questi casi non sanno come agire, se non combattere i sintomi con i farmaci che non sempre sono ben tollerati, la dr.ssa Jane Ussher e la dr.ssa Janette Perz psicologhe dell’Università Western Sydney in Australia hanno coordinato uno studio per valutare l’efficacia della gestione dello stress nei casi di sindrome premestruale (PMS).

Al programma ha partecipato un gruppo di donne con PMS di età compresa tra i 20 e i 45 anni a cui è stato offerto un ciclo di trattamenti psicologici e uno specifico programma di autoterapia della durata di tre mesi.
Dai risultati ottenuti si è evidenziato che sia la terapia individuale che quella che promuove l’autoterapia possono migliorare significativamente l’esperienza generale e complessiva delle donne con PMS, nonché migliorarne i sintomi correlati che, come si sa, «comportano significativi cambiamenti psicologici, stress, depressione e incidono sulle relazioni sociali» ricorda Ussher.
La possibilità di conoscere i meccanismi di sviluppo del disturbo così come il lavorare sulle modalità con cui questo si manifesta e sui pensieri e sentimenti collegati, offre alle donne l’opportunità di affrontare meglio la sindrome premestruale e può portare a una riduzione dei sintomi psicologici.
Di fatto, le sessioni di trattamento individuale e i pacchetti di autoterapia hanno offerto alle partecipanti la possibilità di esplorare i sintomi psicologici della PMS, così come imparare un efficace problem-solving, il rilassamento e le tecniche di gestione dello stress, conclude la dr.ssa Ussher.

La sindrome premestruale si può controllare con la mente

Eccessi, sesso, droga I giovani fanno i bulli perché dormono poco

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Fanno la voce grossa con i compagni più timidi, vogliono tutto: telefonino, vestiti firmati, soldi. Guidano senza limiti, bevono senza limiti. E provano pasticche di ogni tipo, senza fermarsi a pensare. Eccoli i bulli di nuova generazione, quelli che parlano in gergo e si bucano ovunque di piercing. Sempre più aggressivi, sempre più giovani. Bulli sempre, non solo all’uscita di scuola. Di loro e dei loro innumerevoli problemi si parlerà domani al convegno «Il bullismo», voluto dal ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini e organizzato all’ospedale Fatebenefratelli, che da sempre si occupa dei disturbi degli adolescenti.
Verrà presentato uno studio secondo il quale meno i giovani dormono la notte, più aumenta il rischio che abusino di droga e alcol. O che guidino come pazzi in autostrada. O ancora che facciano sesso senza usare precauzioni. Insomma, i ragazzi che dormono troppo poco perdono il senso del pericolo, la capacità di scegliere. «Il sonno – spiega Claudio Mencacci, primario dell’unità operativa di psichiatria del Fatebenefratelli, profondo conoscitore delle patologie adolescenziali – è il più grande protettore del cervello. Se si altera questo meccanismo, aumentano i comportamenti a rischio e i disturbi». I giovani non dormono più di sette ore a notte e vanno a letto sempre più tardi: soprattutto durante il fine settimana tirano l’alba o fanno le ore piccole davanti ai videogiochi. «I ragazzi dormono meno – spiega Mencacci – anche perché fanno sempre più uso di sostanze stimolanti: dalla semplice Coca Cola al caffè, dalla nicotina agli stupefacenti». Si crea quindi un circolo vizioso che sfocia in violenza e in disturbi della personalità.
Altro fenomeno da analizzare: l’età dei bulli. Un episodio su due avviene nei corridoi e nelle aule delle elementari. La pratica più diffusa è l’aggressione verbale, ma ci sono anche tanti casi di attacchi fisici o di storie inventate e messe in giro per colpire il compagno più debole. Una violenza psicologica che spesso porta la vittima a gesti estremi. Aumenta il numero dei ragazzini, spesso sotto i dieci anni, che arrivano a tentare il suicidio, un dato preoccupante su cui psichiatri, psicologi e istituzioni stanno riflettendo. «Rispetto al 2007 – spiega Mencacci – il numero dei suicidi è aumentato di circa il 15 per cento. E quello che ci spaventa è che si registrino numerosi casi anche tra i bambini di 8 o 9 anni».
L’allarme bullismo scatta anche nel mondo delle ragazzine. Un tempo a scuola le bambine si limitavano ad escludere la compagna «diversa» da loro o a parlarle alle spalle. Ora arrivano alle mani, non sono estranee alle risse. «Le ragazzine – ci spiega lo psichiatra del Fatebenefratelli – hanno comportamenti sempre più simili a quelli dei maschi. Ragioneremo anche su questa parità, non certamente virtuosa, tra i due sessi». E poi si analizzeranno anche i dati relativi ai disturbi legati all’anoressia o alla bulimia (diffuse anche tra i giovanissimi), alla «scioltezza» nei comportamenti sessuali (sempre più precoce è «la prima volta»), ai casi delle adolescenti che hanno fatto sesso con i compagni di scuola in cambio delle schede telefoniche

Manca la serotonina? L’amore è fast

Un farmaco contro eiaculazione precoce

L’amore sotto le lenzuola è troppo “veloce”? Potrebbe essere colpa di una concentrazione troppo ridotta di serotonina nel sangue. Proprio una insufficienza dei livelli di questa sostanza si sta dimostrando un elemento chiave nei processi che causano negli uomini l’eiaculazione precoce, il disturbo  sessuale più frequente nel maschio e presente nel 20% degli italiani tra i 18 e i 70 anni. In questi casi, la patologia è curabile con un nuovo farmaco, la dapoxetina.

Lo hanno reso noto gli esperti riuniti in occasione di un meeting dedicato al tema nell’ambito del progetto “Specialisti nel trattamento dell’eiaculazione precoce”. Secondo alcuni studi, il riflesso eiaculatorio compare in risposta a un’interazione complessa di stimoli fisiologici e psicologici nel cervello e nel sistema nervoso centrale in cui la serotonina riveste un ruolo chiave. Questo neurotrasmettitore infatti è in grado di controllare l’eiaculazione e la risposta sessuale maschile: se i livelli di serotonina a livello del sistema nervoso centrale aumentano, l’eiaculazione risulta inibita, mentre il disturbo è associato a una ridotta concentrazione di questa sostanza. L’”amore veloce”, insomma, non è solo un problema psicologico, ma fisiologico.

La soluzione terapeutica in questi casi punta sulla dapoxetina, un farmaco che agisce sulla serotonina, aumentandone la presenza dove serve, ossia nello spazio intersinaptico, con l’effetto di “allungare” i tempi dell’amore. Il primo farmaco approvato per il trattamento specifico del problema, è disponibile dallo scorso luglio su prescrizione medica nelle farmacie italiane. Il farmaco è stato anche già esaminato dagli specialisti della Società italiana di andrologia (Sia), la Società italiana di andrologia e medicina sessuale (Siams) e la Società italiana di urologia (Siu).

Parlare di eiaculazione precoce è ancora un tabù per molte persone: lo dicono, oltre il senso comune, anche le statistiche: solo il 66% di chi ne soffre ammette di aver avuto problemi con la partner, solo il 44% ammette significativi livelli di frustrazione. L’eiaculazione precoce non è un problema esclusivamente maschile: ”Infatti sia negli uomini sia nelle donne partner di uomini con Ep, questa condizione provoca ansia, rabbia, frustrazione, perdita dell’intimità, sentimenti che possono mettere a rischio la coppia”. Il 31% degli uomini ha una scarsa soddisfazione nei rapporti sessuali, le donne solo nel 38% dei casi si definiscono appagate. Per parlare del problema ha preso il via una campagna nazionale di sensibilizzazione (Eiaculazione precoce. Vogliamo parlarne?) presente anche su internet all’indirizzo www.eiaculazioneprecocestop.it.

Internet: 8% italiani schiavi di cybersex e web, seminario su dipendenza

sessoArmati di mouse e pc, a caccia di sesso virtuale tra chat erotiche, blog, social network e altre ‘piazze’ virtuali della Rete. “L’8% degli italiani e’ ‘drogato’ di Internet, e fra questi spiccano i dipendenti dal cybersex, il sesso virtuale”, spiega all’ADNKRONOS SALUTE Valentina Cosmi, sessuologa e psicologa dell’Istituto di sessuologia clinica di Roma, alla vigilia del seminario su ‘Cybersex: forme attuali di dipendenza sessuale’. Un appuntamento in programma domani nella Capitale (presso l’Istituto in via Savoia 78, alle 17), in occasione del Mese del benessere psicologico organizzato a Roma e provincia dalla Sipap (Societa’ psicologi area professionale). Un incontro aperto al pubblico, ma anche agli studenti di psicologia, “per fare il punto sulle caratteristiche di chi cade in questa forma di dipendenza”. Per tutto il mese di ottobre gli psicologi della Capitale offriranno consulenze gratuite, e si terranno 75 convegni in tutti i municipi di Roma, durante i quali verranno affrontate varie forme di problemi o disagi, come stalking, disabilita’, immigrazione, crisi economica, mobbing, problemi di coppia, rapporto genitori-figli, depressione, crisi di panico, disturbi alimentari. E, appunto, la mania per il cybersex. “Si tratta di un fenomeno che riguarda prevalentemente i maschi, eterosessuali, dai 33 ai 55 anni. Ma – aggiunge la Cosmi – stiamo ricevendo sempre piu’ richieste di aiuto da parte dei giovani dai 18 ai 35 anni”. Dall’identikit dei ‘malati di cybersex’ e del piu’ generico popolo dei drogati di Internet, emerge anche che “nel 76% si tratta di uomini, sposati nel 60% dei casi e separati nel 13%, capaci di passare da 11 a 35 ore a settimana incollati al pc. Ci si connette spesso durante le ore lavorative – aggiunge la Cosmi – ma i file di interesse vengono scaricati di notte, a casa. Inoltre, per lui il 33% delle relazioni virtuali sfocia in incontri reali. Una percentuale molto inferiore a quella totalizzata dalle donne”, precisa la sessuologa.

Depressi, stanchi e irritabili? Siete vittime dell’autunno

Si chiama Sad – Seasonal affective disorder – ed è una vera e propria forma di depressione stagionale. Inizia alla metà di ottobre e finisce in primavera. A causa della diminuzione delle ore di luce diminuiscono, si altera il bioritmo e ne risente il tono dell’umore. Colpiti soprattutto i giovani, e in particolare le donne tra i 20 e i 40 anni. Ecco cosa succede a chi ne soffre

TRISTI

L’estate è finita, i giorni diventano più corti, le temperature si abbassano. Questo incide negativamente sul tono dell’umore. La minore quantità di luce, tipica delle giornate invernali o di quelle con maltempo, riduce anche la ‘cascata’ di stimolazione neurologica che attiva il sistema nervoso. La luce, soprattutto, influenza la produzione di serotonina: la sostanza che regola il tono dell’umore. Contemporaneamente viene bloccata la produzione di melatonina, l’ormone sensibile all’alternanza di luce e buio

ASSONNATI, INSONNI E AFFATICATI

Chi soffre a causa della Sad tende anche a dormire più ore. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Psychosomatic Research, il paziente affetto dalla depressione stagionale dorme mediamente 7,5 ore durante l’estate, 8,5 durante l’autunno e la primavera, 10 nelle giornate inverali. Ma, secondo alcuni studi, il ritmo sonno veglia si altera anche provocando l’insonnia

IRRITABILI

Rabbia e irritabilità molto diffusi tra chi soffre di Sad. Tra il 1981 e il 1985, il National Institute of Mental Health americano ha esaminato oltre millecinquecento casi e ha sviluppato un profilo statistico del disturbo. Il 94% ha affermato che durante i mesi invernali si verificano problemi interpersonali nei rapporti con coniugi, innamorati, membri della famiglia, amici e colleghi

AUMENTO DELL’APPETITO

Il 65% delle persone affette da Sad ha più fame durante i freddi. È una conseguenza della mancanza di serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’umore e aiuta a controllare la fame. Secondo il National Institute of Mental Health il 75% di chi soffre di depressione stagionale aumenta di peso in inverno

VOGLIA DI CARBOIDRATI

Si aumenta di peso anche perché chi è affetto da Sad desidera molti carboidrati complessi: pane e pasta. Un sintomo che colpisce sette persone su dieci. Mangiare carboidrati incrementa la presenza di un aminoacido chiamato triptofano. Questo, una volta arrivato nel cervello, provoca il rilascio di serotonina, che aumenta il tono dell’umore. In pratica, la pasta o il pane diventano una sorta di farmaco contro la depressione

DIFFICOLTÀ DI CONCENTRAZIONE

L’88% dei pazienti analizzati dal National Institute of Mental Health ha riferito di avere difficoltà sul lavoro. La depressione infatti compromette anche le attività cerebrali, come la concentrazione, la capacità di parlare e la memoria. Uno studio pubblicato sull’American Journal of Psychiatry ha sottolineato come il deficit cognitivo sia più diffuso nelle persone affette da Sad che nei depressi normali. Chi ne soffriva ha dichiarato di avere difficoltà a ricordare i nomi, gli appuntamenti e di distarsi facilmente

CALO DEL DESIDERIO SESSUALE

Più di sei pazienti su dieci hanno riferito una diminuzione delle pulsioni sessuali. La depressione non fa sentire sexy e determina una perdita di interesse per il sesso

CARLA BRUNI IN UN FILM, 8 ANNI SPESI IN PSICOTERAPIA

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Parigi, 12 ott. – Carla Bruni “senza veli” in Tv. Ma questa volta non si tratta delle solite pose di nudo, bensi’ della sua vita intima e della sua esperienza in analisi. Il tutto sara’ in un film che uscira’ prossimamente su France3 con la regia di Gerard Miller, famoso psicanalista televisivo francese che ha firmato per anni la trasmissione su France 2 “On a tout essayee”. Il film si chiamera’ “La premiere seance”, la prima seduta (di psicoterapia, ndr.) e, per la prima volta, la “premiere dame” parlera’ di come sia stata cresciuta da un uomo che non era suo padre, della perdita di suo fratello, ma soprattutto di come e’ diventata la moglie di Sarkozy in meno di quattro mesi. Nel film saranno raccontate le “prime sedute” di altri francesi celebri come il regista Jacques Weber, l’attore Charles Berling, il presentatore Marc-Olivier Fogiel

Contro l’ansia non solo pillole: funzionano anche cure più dolci

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Per alcuni disturbi psichici si fa strada la possibilità di usare terapie «alternative» nelle forme lievi

Sono in tanti a storcere il naso sulle medicine complementari: molti ne criticano i dati poco convincenti, ottenuti da studi con qualche pecca di metodo. Stavolta però un intervento «alternativo» si confronta testa a testa con le terapie tradizionali in una sperimentazione rigorosa: succede, sulle pagine di PloS One, nel primo studio clinico controllato sulla cura dell’ansia con la naturopatia, un approccio che prevede l’impiego contemporaneo di vari metodi naturali. Un gruppo di ricercatori canadesi ha seguito per otto settimane 75 persone, assegnate a caso al trattamento naturopatico (colloqui settimanali di mezz’ora per stimolare a uno stile di vita sano, più assunzione di un integratore vitaminico e di un estratto dell’erba Withania somnifera), o alla terapia “occidentale” (psicoterapia cognitiva-comportamentale, più un placebo). In entrambi i casi i sintomi ansiosi sono diminuiti, ma con la naturopatia l’effetto è stato più marcato. «Più del risultato positivo conta aver dato prova che il metodo scientifico può e deve essere applicato alla verifica delle medicine complementari — commenta Fabio Firenzuoli, direttore del Centro di medicina naturale dell’Ospedale di Empoli —. Le piante con effetti anti-ansia dimostrati scientificamente sono poche: le evidenze maggiori ci sono per kava-kava, non più in commercio però dopo alcuni casi di epatite, e iperico, usato per l’ansia a sfondo depressivo. Oggi si aggiunge la Withania, o ginseng asiatico, da non confondere con quello coreano che ha tutt’altre azioni».

AL DI LÀ DEI FARMACI - La cura dell’ansia guarda spesso al di là dei farmaci: la «regina» delle terapie senza pillole è la psicoterapia, sulla cui efficacia non ci sono dubbi. «Con le sue varianti, è utile nei casi di ansia importante; se i sintomi sono leggeri anche altri approcci possono essere d’aiuto» dice Alberto Siracusano, presidente della Società italiana di Psichiatria. Proprio durante il congresso della Sip, che si apre oggi a Roma, si terrà un simposio sui metodi non farmacologici contro ansia e non solo. Massimo Di Giannantonio, che coordina l’incontro, spiega perché gli psichiatri sono aperti a nuove terapie: «Esistono prove scientifiche della connessione fra meccanismi neurobiologici e affettivo-relazionali: l’ansia si cura coi farmaci, agendo sulla base biologica, ma anche con interventi che coinvolgono la sfera emotiva. Un esempio è l’arte-terapia, con cui il paziente porta a galla parti di sé pre-verbali, talmente intime da essere inaccessibili perfino con la psicoterapia». Saranno discusse a Roma anche nuove possibilità allo studio, come il massaggio ritmico di matrice ayurvedica, che promuove il benessere di corpo e mente, e l’euritmia terapeutica, che agisce sui bioritmi. Degli effetti di altre terapie si sa di più: è il caso dell’agopuntura, dell’omeopatia e dello yoga, usati in caso di ansia, anche con buoni risultati. Su nessuno di questi metodi però c’è il verdetto definitivo dei medici, secondo i canoni della medicina occidentale. «Tutto ciò che mantiene e migliora il benessere psicofisico può avere un ruolo contro l’ansia — osserva Di Giannantonio —. Le cure alternative vanno però usate nel contesto di una diagnosi attenta: in chi ha un disagio o un disturbo psicopatologico gli interventi devono essere mirati e incisivi».

In 500 dallo psicologo di quartiere

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Consulenze gratis, un esperto in 24 farmacie per curare ansia, depressione e mobbing

Milano- Il medicinale contro l’in­fluenza di stagione, un’oc­chiatina alla pressione e poi, perché no?, una chiacchierata con lo psicologo. Sotto casa, nella farmacia di quartiere. Partito in via sperimentale qualche mese fa, due farma­cie comunali con box riserva­ti ai colloqui, il progetto dal 10 ottobre si allargherà. Venti­quattro punti d’ascolto, con servizio (gratuito) di psicolo­go annesso, destinati a diven­tare «le antenne del disagio sociale» della città. A costo (quasi) zero per il Comune e parcella dello specialista (più o meno 3mila euro al mese) a carico della singola farmacia. «I nostri associati hanno ac­cettato la proposta con entu­siasmo», garantisce Annaro­sa Racca, presidente di Feder­farma. Le richieste di adesio­ne, assicurano, sarebbero sta­te anche di più. «Ma in alcu­ne farmacie non c’era spazio per ricavare un box separato dal locale». Richiesta boccia­ta, allora, «perché l’analisi ne­cessita di spazi e strutture adeguate».

I numeri, intanto. Il proget­to pilota ha raccolto in cin­que mesi 158 utenti e un tota­le di 516 visite. Utenza privile­giata, le donne, quasi il 70 per cento del totale. L’iden­tikit racconta un(a) milanese di mezz’età, alle prese con an­sia, depressione, fobie, attac­chi di panico. Ma anche con maltrattamenti, problemi di coppia, mobbing lavorativo. Una gamma di disagi tipica­mente metropolitani, spiega­no gli esperti. «Il bilancio — giura l’assessore alla Salute Giampaolo Landi di Chiaven­na — è largamente positivo. I dati parlano chiaro: 78 casi ‘risolti’, 27 rinvii ai centri psi­co- sociali, altrettanti ai con­sultori famigliari, una dozzi­na negli ospedali, cinque alle associazioni che si occupano di donne maltrattate». La me­tafora esatta è quella del «grande orecchio». «In ascol­to costante e vigile rispetto al disagio di chi vive la metropo­li», spiega l’assessore. L’esem­pio più lampante sono le per­sone soggette a trattamento sanitario obbligatorio. «Lo psicologo potrà servire anche a questo: garantire un’assi­stenza continuativa sul terri­torio alle persone alle prese con costanti e conclamati di­sagi psichici». Poi c’è il tema immigrazione. Quel dieci per cento di utenza straniera «è un dato incoraggiante».

Lo psicologo in servizio in farma­cia sarà allora un poliglotta. Inglese e spagnolo sono espressamente richiesti, vi­sto che il progetto immagina sempre più stranieri a collo­quio sul lettino. «Intercettare la fragilità della popolazione immigrata è fondamentale. Una sana integrazione deve passare anche da qui». Secondo le stime del Comu­ne, con 24 farmacie attive il potenziale di «ascolto» po­trebbe superare i 450 «clien­ti» al mese. Prossima tappa, la scuola. Lo dice l’assessore e lo dice anche il pool di spe­cialisti che al progetto dello psicologo di prossimità ha la­vorato. In calendario allora c’è già un incontro con il di­rettore scolastico regionale Giuseppe Colosio: «La presen­za di una persona che sappia ascoltare i problemi dei giova­ni è di drammatica urgenza».

Gli psicologi affermano: ”Win for Life è come una droga pesante”

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Win for Life l’ultimo gioco di casa Sisal sta riscuotendo sicuramente un successo clamoroso dimostrato dagli incassi giornalieri.

Ma c’è il rovescio della medaglia, un gioco che sembra innocuo, “tanto spendo un euro”!

Daniela Capitanucci, psicologa e psicoterapeuta, nonché presidente dell’associazione And (Azzardo e nuove dipendenze),dice “Cosa c’è di peggio di un ‘gioco pericoloso’? Un gioco che si presenta come innocuo, positivo, perfino tranquillizzante, e poi non lo è. Di fronte al quale si abbassano le difese”.

Un gioco geniale per chi lo ha ideato, ma disastroso per chi vi partecipa.

L’alettante vincita di un vitalizio di 4000 euro, la beneficenza per i terremotati d’Abruzzo, l’apparente piccola spesa per una giocata, il pensiero di non dover gestire una somma esorbitante in caso di vincita, lo fanno sembrare un gioco “buono”, ma

“Non esistono giochi d’azzardo “buoni”, ma solo giochi d’azzardo più o meno “pesanti”, proprio come le droghe, e Win for life ha tutte le caratteristiche per essere catalogato tra le più pericolose”. continua la psicologa Daniela Capitanucci

“Prima di tutto c’è il meccanismo dell’estrazione oraria. Ripetitività e feedback immediato creano dipendenza e favoriscono un atteggiamento compulsivo al gioco. Se posso sapere ogni ora se ho vinto o perso, sono portato a ‘riprovarci’ subito. Perfino se ho vinto una somma più bassa del montepremi, perché scatta il desiderio di ‘reinvestire’ la cifra istantaneamente. È un meccanismo tra i più ‘subdoli, in più c’è la facilità delle regole, che può capire anche un bambino, e il grande numero di ricevitorie in cui si può andare a giocare”

Ci avevano detto che L’Abruzzo sarebbe stato ricostruito senza far pagare un euro di tasse ai cittadini? Hanno quindi inventato un intelligentissimo modo per spremerci senza accorgecene.

Allora cos’è Win for life se non “una tassa mascherata” oltre a essere una droga?