Archive for settembre, 2009

La psicoterapia cambia il cervello

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Aree attivate e spente. Sul lettino modificazioni biologiche simili a quelle dei farmaci. La risonanza magnetica riabilita gli eredi di Freud: “Una svolta che cambierà il modo di concepire la malattia”

C’è un uomo che ha paura dei ragni. Ne ha uno davanti. La fotografia del suo cervello mostra che una parte – l’area pre-frontale laterale destra – si attiva, stimolata dalla sua paura. Qualche tempo dopo lo stesso individuo non ha più alcuna reazione. Guarda un ragno, eppure reagisce in modo «normale», come quello di chi non è assalito da impulsi di terrore.

Il cervello è cambiato: la struttura neuronale si è modificata e tutto senza utilizzare alcun farmaco. Soltanto con la psicoterapia. La risonanza magnetica funzionale può dare la misura di una delle «rivoluzioni» che verranno presentate a Torino da oggi a sabato nella 4 giorni del 20° congresso mondiale di medicina psicosomatica. La terapia della psiche è in grado di far cambiare forma e anche attività al cervello: non solo contrasta ansie e fobie, ma regola anche le risposte agli stress causati dalle malattie. Agisce, infatti, sui circuiti neurobiologici. «Ha lo stesso effetto dei farmaci anti-paura, insomma», spiega Secondo Fassino, direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare dell’ospedale Molinette di Torino che ospita il congresso.

Un processo consolidato negli anni, a partire dagli studi di Til Wykes. Con i suoi collaboratori, già nel 2002 e poi nel 2007, ha dimostrato con una risonanza magnetica che un tipo di psicoterapia – la «Crt» – aveva sui soggetti schizofrenici gli stessi effetti positivi dei farmaci anti-psicotici. «Ecco, quindi, che il modello psicosomatico, valorizzando le terapie psicologiche anche nelle malattie del corpo, può essere la base per una nuova medicina – spiega Fassino -. Nei prossimi anni i trattamenti psichiatrici diventeranno essenziali per migliorare e umanizzare l’assistenza soprattutto nei campi dell’oncologia, dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari». Serve, di conseguenza, un approccio «olistico» alla persona e non solo settoriale all’organo malato: si parte dai disturbi della psiche per curare le malattie più «classiche».

Una prova importante, in questo senso, è la scoperta – grazie a tecniche di «neuroimaging», come la risonanza magnetica funzionale – che la psicoterapia è in grado di modificare l’attivazione di aree specifiche cerebrali, permettendo all’individuo di gestire meglio le emozioni negative: dall’ansia alle paure. Si tratta di evidenze che nascono dalle scoperte del Premio Nobel Eric Kandel, famoso per aver dimostrato l’insorgere di alcune modificazioni sull’espressione dei geni.

Ulteriori prove arrivano dai test all’Università di Montréal: la possibilità di gestire meglio le emozioni legate alla sofferenza è indispensabile per l’affermarsi di una medicina più avanzata. «Spesso, infatti, gli stress si trasformano in disturbi mentali, aggravando la malattia organica», sottolinea Fassino. Non solo. Altre ricerche con il «neuroimaging» hanno fotografato in pazienti depressi la «normalizzazione» dell’attività cerebrale dopo una psicoterapia di qualche mese: l’effetto è paragonabile a quello dei farmaci antidepressivi, con precise basi biologiche.

Uno dei protagonisti di queste scoperte è Claude Robert Cloninger, professore alla Washington University School of Medicine di Saint Louis, Usa, dove dirige il «Laboratorio di biopsicologia della personalità». L’Io – spiega – è costituito da una parte stabile (il temperamento), legato alla genetica, e da un’altra parte (il carattere), che muta a seconda delle circostanze. Ecco perché molte terapie farmacologiche e anche chirurgiche – come la gastroplastica negli obesi – possono essere «modulate» in modo personalizzato, se si studiano i pazienti prima e dopo le cure. Del resto Georg Northoff della Otto-von-Guericke University di Magdeburgo, in Germania, ha dimostrato che l’angoscia che si trasforma in somatizzazione, come nelle paralisi isteriche, non è frutto di suggestione: è il frutto dell’attivazione o dell’inibizione di specifici circuiti cerebrali.

Amore e intesa aiutano il sesso

Che cosa serve alla buona salute della coppia? La ricetta è semplice: gli alleati più importanti dell’intesa sono la passione, l’amore, la complicità tra i partner e la disponibilità al dialogo. Con questi preziosi ingredienti i partner possono fronteggiare tante situazioni difficili, in primo luogo quelle che possono subentrare nella sfera sessuale. Nel corso di un sondaggio sulle proprie abitudini e aspettative sessuali, oltre tre italiani su quattro hanno risposto che ciò che rende più validi e soddisfacenti i rapporti sessuali è in primo luogo l’amore, seguito dal rispetto per i desideri e le esigenze dell’altro e dalla passione.

Lo studio è stato realizzato da AstraRicerche con il supporto di Lilly nell’ambito   della ricerca “Gli italiani, i rapporti sessuali e la disfunzione erettile”. Sono risultate molto interessanti le risposte date dal campione rappresentativo di 4.100.000 uomini e donne nella fascia d’età tra i 30 e i 60 residenti nell’area geografica che  raccoglie Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna. Alla domanda “Quali condizioni rendono i rapporti sessuali più validi e soddisfacenti” il 77% ha risposto “se i partner si amano”, il 71% “se i partner rispettano le esigenze e i desideri dell’altro” e il 69% “se i partner fanno l’amore con passione”.

Insomma, amore e comprensione fanno la parte del leone, ma la passione e la sfera sessuale hanno un’importanza molto rilevante. Che fare allora se il sesso dovesse subire qualche… battuta d’arresto, ad esempio per la presenza di un disturbo come la disfunzione erettile? “L’amore e la passione che entrambi i partner dichiarano di provare sono emozioni troppo forti e insostituibili per pensare di farne a meno a causa della disfunzione erettile – dichiara il Prof. Aldo Franco De Rose, urologo e andrologo della Clinica Ars Medica di Roma. Secondo i dati presentati dalla ricerca, nel caso si presentino problemi di questo genere, la coppia si è mostrata pronta a fare fronte comune. Ad esempio, alla richiesta su “quali situazioni rendono la coppia più felice” il 52% degli abitanti dell’Italia centro-meridionale ha risposto “ciascun partner conosce bene gli eventuali problemi e difficoltà dell’altro”. E il 59% ha risposto “i partner discutono serenamente degli eventuali problemi e difficoltà dell’altro”.

Il presidente di AstraRicerche Enrico Finzi commenta così questi risultati: “Se lui ha dei problemi, lei se ne interessa. Il problema, cioè, diventa della coppia. Si tratta di un importante passo avanti perché la donna rappresenta un elemento cardine nella gestione della disfunzione erettile. La patologia, infatti, non riguarda solo l’uomo ma entrambi e mina il rapporto di coppia, che necessita di complicità e naturalezza”.

Circa la metà degli intervistati ha precisato poi che le cure specifiche da mettere in caso si presentino difficoltà in ambito sessuale sono più valide se permettono di fare l’amore spontaneamente, quando sorge il desiderio. In un altro studio, pubblicato sul Journal Sex Medicine 2008 si è cercato di capire quale fosse il trattamento preferito e le motivazioni per la preferenza della partner di maschi affetti da disfunzione erettile. Lo studio ha coinvolto 100 coppie stabili nelle quali al partner è stata diagnosticata disfunzione erettile in base ai criteri normalmente utilizzati. Lo studio prevedeva che tutte le coppie potessero provare due principi attivi differenti: Sildenafil, conosciuto con il nome commerciale di Viagra, e Tadalafil, noto come Cialis.  per un periodo di 12 settimane ciascuno. Dai questionari raccolti alla dodicesima e alla ventiquattresima settimana è risultato che il 79.2% delle donne che avevano preso parte allo studio hanno preferito che il proprio compagno venisse trattato con Tadalafil, contro il 15.6% che ha preferito Sildenafil. Tra le opzioni terapeutiche disponibili per la Disfunzione Erettile – continua il Prof. De Rose – Tadalafil permette di scollegare l’assunzione della pillola dall’atto sessuale, sia con il trattamento al bisogno, grazie ad un’efficacia dimostrata fino a 36 ore dopo l’assunzione della compressa, sia con il più recente trattamento giornaliero, grazie al quale il paziente assume il farmaco come per qualsiasi altra terapia quotidiana e dal quinto giorno di assunzione può avere un rapporto sessuale con la proprio compagna quando più lo desidera”.

SESSO: DISFUNZIONE ERETTILE, LA COMPLICITÀ È LA CHIAVE PER LA FELICITÀ DI COPPIA

Passione, amore, complicità e disponibilità al dialogo: ecco il collante che tiene unita la coppia, anche di fronte ai problemi legati alla sessualità come la disfunzione erettile. Ad affermarlo sono gli abitanti del Lazio nell’ambito della ricerca “Gli italiani, i rapporti sessuali e la disfunzione erettile” condotta da AstraRicerche con il supporto di Lilly.

Il sondaggio ha coinvolto 4 milioni di uomini tra i 30 e i 60 anni residenti in Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna. Alla domanda “Quali condizioni rendono i rapporti sessuali più validi e soddisfacenti”, il 77% ha risposto “se i partner si amano”, il 71% “se i partner rispettano le esigenze e i desideri dell’altro” e il 69% “se i partner fanno l’amore con passione”.

Nel Lazio, in particolare, la coppia risulta saldamente unita, e uomini e donne hanno le idee ben chiare anche nel caso in cui si dovesse presentare un disturbo come la disfunzione erettile (DE): da Viterbo a Frosinone passando per Rieti, Roma e Latina, la ricerca presenta l’immagine di una coppia pronta ad affrontare unita i problemi che possono insorgere nella vita sessuale. Alla richiesta di indicare “quali situazioni rendono la coppia più felice”, il 52% ha risposto “se ciascun partner conosce bene gli eventuali problemi e difficoltà dell’altro”, e il 59% ha risposto “se i partner discutono serenamente degli eventuali problemi e difficoltà dell’altro”.

“Se lui ha dei problemi, lei se ne interessa. Il problema, cioè, diventa della coppia – commenta il presidente di AstraRicerche Enrico Finzi -. Si tratta di un importante passo avanti perché la donna rappresenta un elemento cardine nella gestione della disfunzione erettile. La patologia, infatti, non riguarda solo l’uomo bensì entrambi e mina il rapporto di coppia, che necessita di complicità e naturalezza”.

Fonte : ASCA (salute.asca.it)

I problemi di coppia si risolvono ballando il tango

L’hanno chiamato “il sesso verticale”: è Il tango, la danza più erotica del mondo, che si sta rivelando anche uno strumento terapeutico sbaorditivo per il salvataggio di un rapporto. Già in molti paesi del mondo questo ballo ha catturato molti psicoerapeuti.

Il rapporto tra tango e sesso è molto antico: il tango ha le sue origini nei bordelli argentini. Ma il tango è anche un buon modo per guarire le ferite di un rapporto. In uno studio pubblicato il mese scorso dall’Università Goethe di Francoforte, si è scoperto che la danza esalta gli ormoni machili , l’emotività e il sesso delle donne. Il team scientifico guidato da Kinthia Kitoga Murcia, ha esaminato la saliva dei ballerini prima e dopo che avevano ballato il tango per monitorare i livelli di testosterone e cortisolo, un ormone prodotto dalla corteccia surrenale e associata allo stress. I ballerini hanno anche risposto ad un questionario speciale. Si è visto che i movimenti del tango rilassano e fanno esplodere il testosterone. I danzatori che hanno partecipato allo studio hanno dichiarato di sentirsi più calmi, più eccitati e più emotivamente connessi col partner.

La tangoterapia è diffusa in Argentina, Francia e Italia.

Secondo un gruppo di psicologi provenienti dall’ Argentina, “il tango combina elementi di nostalgia, di tristezza e di solitudine, con la rivalità padre-figlio, il conflitto con la madre assente, il rapporto di uguaglianza, la passione erotica, l’identità, la paura della morte e la rinascita di una nuova vita.

La “selva dei suicidi” nell’Arma: 300 in venti anni

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Una questione ardua da affrontare, casi spinosi da risolvere. I suicidi nei comparti di Pubblica Sicurezza tendono inesorabilmente ad aumentare. Un’incredibile ondata di morti violente si è abbattuta sulla nostra penisola e a far scalpore, sulle pagine della cronaca nera, non sono comuni cittadini ma uomini della polizia, carabinieri e Gdf.

Il richiamo del titolo al Canto dedicato da Dante a “La selva dei suicidi”, (Inferno, Canto XIII ) è un’aperta provocazione nei confronti di coloro che, spinti da varie ragioni, sono pronti ad etichettare un suicidio di appartenenti alle forze di pubblica sicurezza, come una semplice fuga da problemi di ordine familiare e mai critici nel ricondurlo a qualsivoglia forma di tensione all’interno dell’ambiente lavorativo.

DISTURBI PSICHICI – Migliaia di uomini, appartenenti a questi settori del pubblico impiego, soffrono di disturbi nervosi e sono costretti a ricorrere a cure di specialisti per alleviare il peso di fratture psicologiche difficilmente sanabili nel silenzio della propria intimità.

Il riserbo rispetto ai singoli casi e ai dati statistici è fitto poiché, nel caso di morti sospette, si procede sul filo del rasoio col timore di scoprire qualche misterioso altarino ma anche con la consapevolezza che le famiglie degli scomparsi chiedono ragioni attendibili e non verità di comodo.

La cronaca di febbraio testimonia un’ulteriore perdita all’interno di questa escalation luttuosa: un poliziotto di quarantuno anni si suicida all’interno della scuola allievi agenti di via Casal Lumbroso a Roma, sparandosi un colpo alla tempia con la pistola d’ordinanza. Unico motivo ipotizzato: “possibile depressione per motivi personali”. I casi di questo genere negli ultimi anni sono davvero numerosi, i luoghi quanto mai disparati, i suicidi legati al mondo militare o quello delle altre forze armate ma quali sono i motivi addotti a causa scatenante?: “possibile depressione per motivi personali”.

Forse è proprio qui che qualcosa vacilla…Come è possibile che non ci si interroghi più profondamente sulle cause dei suicidi, nonostante in polizia siano 600-700 gli agenti con diagnosi psichiche, tra i carabinieri siano almeno 3.500 (come afferma un dossier ad uso interno dell’arma) e stime varie contemplino un altrettanto cospicuo numero di finanzieri?.

La domanda naturalmente è retorica. Il perché delle vane inchieste messe subito a tacere lo conosciamo bene e sappiamo anche che termini come prevaricazione, abuso, sopruso, angheria hanno molto spesso un drammatico collegamento con reazioni estreme come il suicidio. Infatti in vari casi di morte violenta molti individuano episodi di “mobbing” quali espressioni di violenza psicologica attuati deliberatamente in un ambiente lavorativo, a scapito di uno o più soggetti.

Konrad Lawrence, psicologo svedese fu il primo a parlare di “mobbing” e nei suoi studi di etologia espose la possibilità che esso si estendesse ad ogni settore della nostra vita. Così è stato anche per le forze armate. Carlo Lucarelli, scrittore ed autore Tv, nel suo ultimo romanzo crea una cruda similitudine tra le sei morti di operatori di polizia verificatesi in Versilia ed i suicidi che avvenivano tra i legionari segregati negli avamposti in Marocco.

Lucarelli riconduce entrambe i tipi di suicidi al motivo comune del “cafard ” quale insieme di disperazione causata da varie ragioni, noia, stress e spirito di auto distruzione che spinge irresistibilmente a dare un taglio alla vita. In realtà la sua analisi è una vera pulce nell’orecchio poiché anche se non si tratta dei fortini della Legione straniera, in Italia si muore, o meglio ci si suicida come hanno fatto vari poliziotti di stanza a Forte dei Marmi, a Firenze, a Roma e altrove.

Ora, al di là dei casi specifici che popolano le nostre cronache, ci troviamo di fronte ad un fenomeno diffusissimo e le statistiche sono (quando consultabili) un utile strumento di analisi di questo flagello.

I DATI UFFICIALI – Dati ufficiali del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri chiariscono quanto sia drammatica la questione dei suicidi nell’Arma: dal 1978 al gennaio 2000 ben 293 militari si sono uccisi in ambienti appesantiti da comportamenti opprimenti e vessatori .

Purtroppo le morti col tempo perdono il loro volto ma fortunatamente, di questi eventi tragici, rimane il valore simbolico quale monito di una costante ricerca che dovrebbe essere intrapresa per interrogarci criticamente sulle cause che hanno determinato tali gesti definitivi.

Per tale ragione e vista la gravità della situazione sarebbe necessario che tutti gli operatori del comparto di Pubblica Sicurezza convergessero sulla reale necessità di inserire nell’organico numerosi psicologi che, rispettando le leggi sanitarie e sulla privacy, possano predisporre cure efficaci per tutti quei lavoratori affetti da patologie neurologiche e depressive.

Per ricondurci a Dante che molti di noi hanno abbandonato sui banchi del liceo non possiamo non citarlo quale uno dei più antichi testimoni di un particolare caso di “mobbing“: Pier della Vigna che visse fra il 1190 ed il 1294, proprio come molti poliziotti, carabinieri e finanzieri fu spinto al suicidio a causa delle pressioni psicologiche cui venne sottoposto dopo esser stato accusato ingiustamente di congiura e tradimento nei confronti di Federico II, presso la cui corte prestava servizio. Così, in realtà, Pier delle Vigne non fu altro che una vittima innocente, simbolo della giustizia oppressa e vilipesa proprio come molti lavoratori di Pubblica Sicurezza che hanno perso la vita a causa del silenzio e dell’omertà che li attorniava.


Cancellare i ricordi traumatici

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Un nuovo tassello si aggiunge alla comprensione di fenomeni legati alla memoria. E’ noto che le esperienze traumatiche lasciano un segno, spesso indelebile, proprio a causa della grande emozione provocata dall’evento. I ricordi piacevoli non presentano l’intrusività e l’ossessività che caratterizzano quelli connessi a situazioni emotivamente stressanti. L’ipermemoria e l’ipervigilanza costituiscono un tratto distintivo della personalità dei soggetti traumatizzati, cosicché i ricordi dolorosi possono riattivarsi al minimo segnale associato al trauma, o ripresentarsi spontaneamente, in forma ricorrente, come flashback durante la veglia o incubi nel sonno.

Un deficit nell’estinzione di memorie spiacevoli è particolarmente importante riguardo alla paura e limita gli effetti dei trattamenti dei disturbi d’ansia. L’estinzione della paura implica le influenze inibitorie della corteccia prefrontale sull’amigdala (struttura del sistema limbico che rappresenta la sentinella delle emozioni, capace di rispondere prima della neocorteccia, ed eventualmente, di effettuare una sorta di “sequestro emozionale”). Proprio sulla struttura dell’amigdala si è concentrata l’attenzione di un gruppo di studio guidato da Nadine Gogolla, ricercatrice presso il Dipartimento di biologia cellulare e molecolare della Harvard University, individuando un processo che concorre alla permanenza dei ricordi paurosi. I risultati preliminari dello studio, condotto sui topi, sono stati pubblicati sulla rivista “Science”, con un approfondimento curato da Tommaso Pizzorusso, ricercatore all’Istituto di Neuroscienze del CNR di Pisa.

La paura può essere indotta sperimentalmente in animali da laboratorio. L’ansia che viene appresa associando uno stimolo neutro che produce una sensazione inoffensiva (stimolo condizionato, ad esempio, il suono di un campanello o una gabbia bianca) con un rinforzo negativo (stimolo incondizionato, come una breve e leggera scossa elettrica a cui l’animale non può sottrarsi in alcun modo), è detta “paura condizionata”. Il processo opposto, l’estinzione della paura, è una tecnica che si basa sul decremento delle risposte alla paura quando si interrompe l’associazione tra lo stimolo condizionato e quello incondizionato, presentando ripetutamente lo stimolo condizionato senza farlo seguire dallo shock. E’ adesso comunemente accettata l’idea che l’estinzione rappresenti un nuovo apprendimento e non eradichi la preesistente memoria. Al contrario, la memoria originaria può ritornare spontaneamente, o può essere ripresa, se lo stimolo condiziononato viene presentato in contesti differenti da quello in cui il protocollo di estinzione è stato effettuato.

Le ricerche sugli animali hanno mostrato chiaramente che l’efficacia dell’apprendimento legato al processo di estinzione dipende dall’età. Nei soggetti giovani le memorie di eventi paurosi possono essere cancellate in maniera definitiva, mentre negli adulti il condizionamento alla paura induce la formazione di memorie resistenti al trattamento di estinzione. Queste osservazioni hanno suggerito l’ipotesi che le memorie di emozioni spaventose siano attivamente protette negli adulti. Il gruppo di ricerca ha dimostrato che la protezione è conferita dai proteoglicani di condroitin solfato (CSPGs) presenti nella rete perineuronale (una forma altamente strutturata di matrice extracellulare attorno ai neuroni inibitori) che costituisce l’impalcatura dell’amigdala.

Gli esperimenti sono stati condotti nei topi, durante il periodo postnatale (a 16 giorni e a 23 giorni dopo la nascita), e su topi adulti di tre mesi di vita. L’organizzazione dei CSPGs all’interno della rete perineuronale coincide con il periodo cruciale che segna il passaggio alla fase dello sviluppo (dall’età giovanile a quella adulta, intorno alla terza settimana di vita) in cui la memoria della paura diventa persistente. Se la matrice extracellulare è rimossa nell’amigdala di topi adulti tramite un enzima specifico, viene facilitata l’estinzione delle risposte alla paura condizionata, indicando che una rete perineuronale intatta media la formazione di memorie commesse alla paura resistenti all’eradicazione. Nadine Gogolla ha notato altresì che la degradazione chimica della matrice funziona nel cancellare i ricordi spiacevoli solo se viene effettuata prima del condizionamento alla paura e non agisce su quelli già esistenti. Ciò indica la possibilità che la presenza della rete protettiva modifichi il processo attraverso il quale i ricordi dolorosi vengono immagazzinati nel cervello. E’ un piccolo passo in avanti nella conoscenza della neurobiologia della paura, e potrà condurre alla messa a punto di farmaci utili a prevenire, se non a curare, i disturbi d’ansia, nei soggetti più vulnerabili.

Depressione da rientro: è boom per il 50% dei vacanzieri in ritorno

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Roma - Per chi non ha fatto le vacanze il problema non si pone. Chi invece è imbrigliato nel traffico da ritono, dopo lo stress da viaggio dovrà fare in conti anche con una sindrome particolare: la sindrome da ripresa. E’ una sorta di depressione mista a malinconia che coglie molti italiani al termine delle vacanze, quella che faceva piangere una coppietta nostalgica al termine di uno spot pubblicitario di una famosa compagnie di crociera. Da lunedì, quindi, le grandi città torneranno a riempirsi e per molti queste sono le ultime ore di “libertà” prima del rientro, prima di dovere affrontare il tran tran quotidiano fatto di lavoro e appuntamenti da rispettare.

Post vacanzieri: sarano annoiati e stressati Stato d’ansia, noia, apatia, insonnia e aggressività: sono questi i sintomi classici di questo tipo di sindrome che colpisce circa il 20% della popolazione adulta anche se studi effettuati dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) hanno dimostrato che questa patologia può arrivare a colpire anche il 50% dei vacanzieri. Gli psicologi mettono in guardia affermando che se non affrontata in maniera giusta questa reazione da fine estate può tramutarsi in una vera e propria depressione scatenata dal dover riprendere una routine che lascia insoddisfatti.

Consigli: tornare in città qualche giorno prima Come affrontare le prossime settimane? Come evitare che lo spleen da spiagge assolate diventi un leit motiv per le prossime settimane? In primo luogo, consigliano gli psicologi, è consigliabile tornare in città 3 o 4 giorni prima della ripresa in ufficio, in modo tale da riambientarsi. Fondamentale, comunque, è educarsi alla vacanza 12 mesi l’anno concedendosi pause e spazi per se stessi ogni settimana, come i week end fuori porta, per staccare la spina dopo una settimana di lavoro. Altra strategia utile contro il mal di fine estate è legata ai ritmi di lavoro: i medici sconsigliano di ributtarsi a capofitto nel lavoro ma è utile affrontare con gradualità la ripresa ad esempio programmando gli impegni in modo scaglionato fino ad un carico massimo da raggiungere dopo un periodo di 1-2 settimane.

Dieta leggera per chi ha chili di troppo Un aspetto non trascurabile è quello dell’alimentazione: in molti, in queste settimane, non hanno badato alla linea lasciandosi trascinare in pranzi e bevute. Il 60% dei soggetti che rientrano dalle vacanze, osservano i dietologi, si trova a dover fare i conti con 2-3 chilogrammi più del dovuto. Il consiglio generale dei nutrizionisti è di privilegiare un’alimentazione leggera che permetta una facile digestione: questo farà perdere il peso in più e garantirà, tornati al lavoro, una maggiore efficienza tenendo lontana la delusione da bilancia e la  ‘depressione da rientro’.

Scarlett Johansson e panico da palcoscenico

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La neo-cantante e attrice Scarlett Johansson nasconde forzatamente un fobia molto accentuata, ma in prossimità dell’uscita del nuovo singolo “Break Up”, apppena inciso con l’aiuto di Pete Yorn, si racconta confessando i suoi malesseri silenziosi, probabilmente per esorcizzare le paure recondite e buttarsi alle spalle panico e perplessità.
Dice Scarlettt, “Ha un segreto che non tutti si aspettavano. Ho una terribile paura del palco. Non ho mai voluto cantare davanti a un pubblico dal vivo, ad eccezione di qualche serata o esibizione tra amici. Sembra incredibile per una come me sempre davanti ai flash. Se ci penso mi viene il panico. È molto diverso da una passeggiata sul red carpet, lì riesco a mascherare la mia insicurezza”.
Nonostante tutto, la bellissima star sta cercando con tutte le sue forze di debellare questo male psicologico che le divora costantemente l’animo intraprendente, soprattutto grazie all’ausilio degli amici più cari e del suo devoto marito, i quali continuamente incitano positivamente le sue qualità spingendola verso una piena consapevolezza di se.
Infine sostiene, “Se dovessi davvero salire sul palco e cantare davanti a centinaia di persone, allora mi vestirò come un personaggio di “The Dark Crystal” per alleviare la tensione”.
E noi saremo pronti ad applaudire l’intera interpretazione che sicuramente risulterà un gran successo.