Archive for giugno, 2009

Dolore e depressione vanno trattati insieme Quando i due problemi coesistono, si amplificano a vicenda

MILANO – Che soffrire di un dolore cronico non aiuti il morale, lo direbbe anche monsieur de Lapalisse. E i medici sanno che, al contrario, un mal di schiena che non passa può essere anche un modo subdolo con cui si manifesta una depressione latente. Ecco perché conviene trattare entrambi i disturbi, prima l’uno e poi l’altro, come hanno provato a fare Kurt Kroenke e i suoi colleghi dell’università dell’Indiana .
LO STUDIO – Nel corso dello studio, condotto a Indianapolis, sono stati selezionati 250 pazienti che da almeno tre mesi soffrivano di dolori alla schiena, all’anca o al ginocchio e che a un test specifico avevano dimostrato di avere anche una depressione almeno di grado moderato. Metà dei partecipanti sono stati assegnati alle cure standard, mentre l’altra metà è stata sottoposta a un programma intensivo e integrato in tre fasi: nelle prime 12 settimane ci si è concentrati sulla cura della depressione, cercando il trattamento ideale per ogni determinato paziente; nel corso dei tre mesi successivi i pazienti hanno partecipato a sei incontri nel corso dei quali è stato insegnato loro a gestire nel modo migliore il dolore muscolare e osseo; infine sono stati seguiti per altri sei mesi di terapia di mantenimento. I risultati «Un anno dopo, in questo gruppo» racconta Kroenke, «la percentuale di persone che avevano registrato notevoli miglioramenti nel tono dell’umore era più che doppia rispetto a quella ottenuta tra coloro che erano stati sottoposti alle cure standard (il 37,4 contro il 16,5 per cento). Ancora maggiore poi è stata la differenza nel numero di individui che hanno riferito una riduzione del dolore di almeno il 30 per cento rispetto ai valori iniziali, misurati secondo un’apposita scala». Infine, il vantaggio si è mantenuto tenendo conto di dolore e depressione insieme.
IL CONTESTO – Il dolore e la depressione sono i sintomi più comuni per cui ci si rivolge al medico e in quasi la metà dei casi coesistono. «Non sempre è facile capire se è nato prima l’uovo o la gallina, se cioè la persona è depressa a causa del dolore o il dolore è un sintomo della depressione» commenta Amedeo Costantini, direttore del Centro di fisiopatologia e terapia del dolore del Policlinico di Chieti, «ma nel trattamento non si può prescindere da nessuno dei due aspetti, per cui anche nei nostri protocolli si tiene sempre conto della dimensione psichica. Che dolore e depressione si potenzino a vicenda è ormai un fatto del tutto assodato». Anche senza un approccio per fasi successive come quello descritto dai colleghi statunitensi, l’apporto di psicologi e psichiatri viene chiesto nella valutazione iniziale e nella scelta delle terapie: «Alcune forme gravi di depressione per esempio, possono sconsigliare la scelta di alcuni farmaci o trattamenti» aggiunge l’esperto. Per questo, anche nei casi in cui dello staff del centro di terapia del dolore non faccia parte una figura professionale specifica, ci si rivolge a servizi di psichiatria e di psicoterapia
Fonte: Il Corriere

Psicologia del tatuaggio: il corpo come un libro da leggere

12 Giugno 2009 – Cosa spinge una persona a decidere di farsi disegnare sul proprio corpo qualcosa di indelebile e che quindi rimarrà impresso per sempre sulle proprie membra? L’arte di decorare il proprio corpo attraverso il tatuaggio ha radici molto antiche ed è rimasta un’attività ancora di moda. Nei tempi antichi il tatuaggio serviva a riconoscere a quale gruppo sociale si apparteneva, ad esorcizzare le paure, a comunicare, ad abbellirsi. In qualche modo anche oggi il tatuaggio assume tali valenze.
Il messaggio – Di fatto un disegno sulla pelle, che si è ben consapevoli rimarrà per la vita (salvo poi decidere di eliminarlo con le tecniche moderne), sicuramente comunica qualcosa di sé, della propria personalità, di un evento che è stato o è ancora significativo nella propria esistenza.
Quale parte del corpo tatuare – La scelta di dove farsi il tatuaggio, come anche il soggetto da imprimere sulla pelle, non è casuale. Secondo gli esperti che studiano la psicologia dei tatuaggi, la persona che sceglie di farsi un disegno indelebile nella parte destra del corpo è aperta, solare, realistica; mentre chi si fa tatuare nella parte sinistra del corpo è una persona con poca stima di sé, pessimista, insicura.
Gambe, petto o braccia? – La persona che si fa tatuare sulle gambe è infantile e impulsiva; mentre chi sceglie la caviglia dimostra carattere combattivo nel caso sia un uomo e gelosia nel caso sia una donna. Prediligere le braccia denota un periodo di vita in fase di maturazione e maggiore consapevolezza di sé al contrario invece di chi sceglie di tatuarsi sul tronco, che dimostra così di avere un carattere forte e deciso. Tatuarsi nelle zone genitali assume un significato erotico e sensuale, in particolare per le donne.
Differenze tra uomini e donne – Importante è anche che tipo di soggetto si decide di imprimere per sempre sulla propria pelle. Solitamente le donne preferiscono soggetti piccoli come farfalle, fiori, delfini, luna, sole e stelle. Gli uomini scelgono maggiormente animali che denotano grande forza come leoni, draghi, oppure guerrieri, vichinghi, disegni celtici, anche in formato piuttosto grande rispetto alle dimensioni predilette dalle donne, come a voler acquisire la forza e il potere del soggetto impresso sulla pelle.
Tribali – Soggetti che invece piacciono sia agli uomini che alle donne sono temi astratti come i disegni tribali. Chi sceglie il tatuaggio tribale è una persona che vuole mettere in risalto la propria individualità rispetto alla massa.
Poesie – Alcuni si fanno imprimere sulla pelle frasi particolarmente significative (anche intere poesie) che diventano un motto per la vita; altri scelgono gli ideogrammi giapponesi. Chi sceglie di tatuarsi scritte in giapponese o poesie in varie lingue è un esteta ed ha un gusto raffinato.
Differenze in base all’età – La motivazione a farsi un tatuaggio cambia con l’età e con il tempo. Un adolescente ad esempio può scegliere di farlo per affermare la propria personalità; un adulto invece potrebbe decidere di farlo per ricordare qualcosa, qualcuno o una fase importante e significativa della propria vita (ad esempio, molti si fanno tatuare il nome dei propri figli).
Prova di coraggio – Di fatto farsi tatuare può essere doloroso, soprattutto rispetto alla sensibilità della zona del corpo scelta: ciò per alcuni rappresenta una prova di coraggio che dà maggior valenza al soggetto tatuato.
Comunicare col corpo – Le occasioni che spingono a scegliere di farsi un tatuaggio possono essere le più disparate. Abbiamo detto ad esempio: la nascita di un figlio, ma anche l’inizio o la fine di un amore, il diciottesimo compleanno o la data del matrimonio. Di solito comunque i giovani si sentono orgogliosi di avere un tatuaggio ed utilizzano il proprio corpo come qualcosa che serve a comunicare con gli altri, come un vessillo di se stessi da mostrare.
Tatuaggi privati – Chi però decide di farsi un tatuaggio in un punto nascosto al contrario non vuole sbandierarlo a chiunque, ma solo alle persone che decide e nel momento in cui vorrà. Alla stessa stregua di quando una persona non vuole raccontare tutto di sé, ma preferisce mantenere riservati i propri segreti o desideri.
Un corpo da leggere – Con il tempo il tatuaggio diventa una parte di sé, tanto da assumere un valore aggiunto a livello comunicativo: esso esprime aspetti di se stessi tenuti nascosti, ma che possono essere “letti” e interpretati da coloro che hanno voglia di capire l’interiorità di chi lo “indossa”.
Mostrare una parte di sé – La persona che esibisce un tatuaggio desidera solitamente comunicare, senza aggiungere parole a ciò che già mostra agli altri, attraverso il linguaggio dei simboli e delle immagini. Quindi da una parte il tatuaggio esposto assume una dimensione pubblica, rispetto al tatuaggio nascosto e visibile solo in determinati momenti e solo da alcune persone prescelte caratterizzato invece da una valenza pur sempre comunicativa ma privata e selezionata. Nonostante queste differenze la principale caratteristica del tatuaggio è proprio il suo intento comunicativo, che sarà tanto più forte quanto più dolorosa sarà stata la pratica per realizzarlo.
Fonte Elisabetta Rotriquenz

Maturità/ Scoppia la febbre da esami: per gli esperti è allarme

ROMA - ESAMI DI MATURITA - PROVA D ITALIANO - PROVA SCRITTA

E’ partito il conto alla rovescia per i 500 mila studenti che fra dieci giorni saranno impegnati con la prima prova dell’esame di maturità e vivono in questo periodo giorni convulsi e densi di stress. Resta poco piu’ di una settimana per prepararsi al meglio, e se qualcuno si concentra sulle tecniche per copiare (dal gadget hi tech alla tradizionale “cartucciera”), tantissimi si preparano a vere e proprie “maratone” di studio. Non si contano quelli che trascorrono ore e ore a studiare in modo ossessivo e senza pause, mangiano in modo scorretto (61%), passano troppo tempo davanti a libri e Pc (74%) e si “dimenticano” di andare a dormire (52%), solo per citare alcuni dei comportamenti da evitare individuati dagli esperti.

I risultati? I danni di questo rush finale sono numerosi: dalle brusche variazioni del peso corporeo (36%), all’insonnia (77%), passando attraverso mal di schiena e cervicali (72%), ma anche sbalzi d’umore e irritabilita’ (61%). E, cosa piu’ grave, secondo gli esperti interpellati dall’Osservatorio Federsalus in molti casi non si tratta di “piccole noie” che scompaiono dopo la maturita’ ma di fastidi che potrebbero far sentire i loro effetti nel tempo.
Ecco allora che per superare indenni il rush finale e non rischiare di rovinarsi le tanto agognate ferie estive, arriva un vero e proprio decalogo: si’ a pasti leggeri e poco elaborati, correggendo eventuali carenze di principi nutritivi con i giusti integratori alimentari, senza dimenticare l’importanza dell’attivita’ fisica. Non solo, anche dal punto di vista della memoria fondamentali sono il relax e la capacita’ di “staccare”.

E’ quanto emerge da uno studio promosso dall’Osservatorio FederSalus (l’associazione che riunisce le principali aziende italiane produttrici di prodotti salutistici) su un campione di 110 esperti fra psicologi, nutrizionisti e dietologi.

ANSIA- Attacchi d’ansia, crisi di panico, notti insonni e metabolismo sfasato: ecco i “sintomi della febbre da maturita’”. Per gli esperti un rischio per l’esito degli esami, ma soprattutto per la salute.

Anche i pù preparati ci sono passati: sotto esame tutte le buone regole per quanto riguarda alimentazione, sport, relax e ore di sonno vanno puntualmente a “farsi benedire”. Secondo il 74% degli esperti nei giorni che precedono l’esame si trascorrono in media troppe ore attaccati ai libri o davanti allo schermo del pc. Se a questo si aggiunge un calo vertiginoso di ogni tipo di attivita’ fisica (come sottolinea il 66%), l’incapacita’ che molti hanno di “staccare” sia dal punto di vista fisico che da quello mentale (54%), i disordini alimentari (61%) e la drastica riduzione delle ore di sonno (52%), il risultato e’ tutt’altro che roseo e lo stile di vita dei maturandi italiani assomiglia piu’ a una gara di sopravvivenza che a una seria preparazione agli esami. Secondo l’87% degli esperti tali comportamenti oltre a non portare nessun reale miglioramento alla preparazione, non ha certo effetti positivi per la salute.

LE CONSEGUENZE- Quali potrebbero essere le conseguenze sulla salute di questo stile di vita, estremamente intenso, anche se concentrato in un limitato lasso di tempo? Solo il 9% ritiene che la limitatezza del periodo in cui i maturandi si sottopongono a questo concentrato di comportamenti sbagliati abbia effetti negativi di breve durata. La maggior parte degli esperti ritiene che i rischi non solo ci siano (76%), ma che talvolta possano portare a delle conseguenze e degli effetti che si faranno sentire anche nel medio periodo (48%).

Ma quali sono, in concreto, i rischi derivanti dall’insieme di comportamenti scorretti che si assumono in periodi come quello della maturita’? Secondo il 32% sono soprattutto di natura fisica, ma il 56% e’ convinto che coinvolgano sia la sfera fisica che quella psicologica. Ben il 61% teme i danni provocati da comportamenti alimentari scorretti: dal saltare uno o piu’ pasti (62%), all’aumento di caffeina per stare svegli (54%), passando per chi, nelle lunghe ore di studio, mangia continuamente “schifezze” (59%) o per chi sceglie proprio questo periodo per prepararsi al costume da bagno, minando il proprio fisico con diete ipocaloriche (42%). Le conseguenze di questo regime alimentare sballato possono avere ripercussioni sul fegato (43%) e gli effetti vanno dalle repentine variazioni di peso (36%), al venir meno nell’organismo di sostanze importanti per la salute e il benessere psicofisico (28%), passando per il gonfiore e il continuo senso di spossatezza (19%) e l’abbassamento delle difese immunitarie (13%). A tutto questo si aggiunge la drastica riduzione di ogni attivita’ fisica e la postura scorretta, con mal di schiena e attacchi di cervicale (72%).

LA PRESTAZIONE- E per quanto riguarda la sfera psicologica? Alla base c’e’ certamente “l’ansia da prestazione” e le troppe ore concentrati sullo studio, piegati malamente sul libro o davanti ad un monitor, possono portare maggiore difficolta’ di concentrazione (41%), proprio quando se ne avrebbe piu’ bisogno. L’ansia e lo stress accumulate in questo periodo devono trovare una valvola di sfogo altrimenti possono trasformarsi in veri e propri attacchi di panico (25%). Sottoporsi ad un tour de force fra libri, appunti e quaderni eliminando ogni forma di contatto sociale e’ un errore che provoca insonnia (77%), sbalzi d’umore e irritabilita’ (61%) cui si aggiungono improvvisi attacchi di mal di testa (32%), ma anche inappetenza (o al contrario un bisogno compulsivo di cibo), come indica il 21%.

IL DECALOGO DEI CONSIGLI- Fare almeno 30 minuti di leggera attivita’ fisica al giorno. Basta anche una semplice passeggiata o un po’ di stretching. Al mattino aiuta a liberare la mente, predisponendola alle successive ore di studio e concentrazione. Alla sera scarica la tensione nervosa e muscolare favorendo il sonno. Alternare lo studio a momenti di pausa e relax. L’organizzazione della giornata deve includere i pasti principali e il riposo. Specialmente per chi studia al pc, e’ bene allontanare gli occhi dal monitor almeno ogni mezz’ora. Prediligere la mattina per le attivita’ che richiedono maggiore concentrazione, perche’ il cervello e’ piu’ ricettivo.
Scegliere con cura la zona della casa riservata allo studio. E’ importante che sia silenziosa, fresca e luminosa. Oltre a favorire la concentrazione, stimola le energie positive e favorisce la concentrazione.
Studiare in compagnia di amici aumenta il senso di sicurezza sulle nozioni acquisite e anche ad allentare la tensione.
Assicurarsi un ambiente circostante sereno e incoraggiante. Favorisce l’ottimismo e la sicurezza nelle proprie capacita’. In questo caso e’ bene non ridurre drasticamente le occasioni di vita sociale. Aiutano a distrarsi e a vivere con piu’ serenita’ questa esperienza.

No a follie alimentari. Guai a saltare i pasti per recuperare ore di studio: indebolisce e rallenta la concentrazione. Meglio alternare pasti leggeri ma frequenti, ricchi di frutta e verdura (piu’ digeribili), prediligendo quelli cotti al vapore o alla griglia. Per dolcificare e’ ottimo e piu’ funzionale il fruttosio, perche’ naturale, digeribile ed energetico.
Non eccedere nel consumo di caffe’. Arrivare al massimo a 4 tazzine al giorno: in dosi corrette puo’ avere degli effetti benefici. Oltre a contrastare la sonnolenza, puo’ aiutare a mantenere alto il tono dell’umore.
Utili gli integratori alimentari per integrare eventuali carenze dovute ad un’alimentazione poco ricca o squilibrata. Indicati vitamine e sali minerali, anche per reidratare in caso di eccessiva sudorazione dovuta al caldo eccessivo in questo periodo. Ginseng e pappa reale come energizzanti per tenersi su. Ginkgo biloba per la circolazione cerebrale e per favorire la concentrazione.
Abolire gli alcolici e il fumo. I primi hanno effetti negativi sul sistema nervoso centrale, impedendo di restare svegli e lucidi durante il giorno; il secondo provoca tachicardia.
Banditi i sedativi per facilitare il sonno. In assenza di reale necessita’ e controllo medico, possono essere dannosi. In questi casi possono bastare valeriana, passiflora e biancospino.

Scoppia la “febbre da esami”

Tra allarmanti digiuni e notti insonni sui libri, in arrivo alcune strategie per superare al meglio la prova finale

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ROMA
Attacchi d’ansia, crisi di panico, notti insonni e metabolismo sfasato: ecco i «sintomi della febbre da maturità». Secondo il parere degli esperti, un rischio per l’esito degli esami, ma soprattutto per la salute degli studenti, che tendono a trascurare tutte le «buone regole» per quanto riguarda alimentazione, sport, relax e ore di sonno. È, infatti, partito il conto alla rovescia per i 500 mila giovani che fra dieci giorni saranno impegnati con la prima prova dell’esame di Stato e vivono in questo periodo giorni convulsi e densi di stress. Resta poco più di una settimana per prepararsi al meglio, e se qualcuno si concentra sulle tecniche per copiare (dal gadget hi tech alla tradizionale «cartucciera»), tantissimi si preparano a vere e proprie «maratone» di studio.

I rischi
Non si contano quelli che trascorrono ore e ore a studiare in modo ossessivo e senza pause, mangiano in modo scorretto (61%), passano troppo tempo davanti a libri e Pc (74%) e si «dimenticano» di andare a dormire (52%), solo per citare alcuni dei comportamenti da evitare individuati dagli esperti. Se a questo si aggiunge un calo vertiginoso di ogni tipo di attività fisica (come sottolinea il 66%) e l’incapacità che molti hanno di «staccare» sia dal punto di vista fisico che da quello mentale (54%), il risultato è tutt’altro che roseo e lo stile di vita dei maturandi italiani assomiglia più a una gara di sopravvivenza che a una seria preparazione agli esami. E i conseguenti danni di questo rush finale sono numerosi: dalle brusche variazioni del peso corporeo (36%), all’insonnia (77%), passando attraverso mal di schiena e cervicali (72%), ma anche sbalzi d’umore e irritabilità (61%). Inoltre, cosa più grave, secondo gli esperti interpellati dall’Osservatorio Federsalus in molti casi non si tratta di «piccole noie» che scompaiono dopo la maturità ma di fastidi che potrebbero far sentire i loro effetti nel tempo.

E per quanto riguarda la sfera psicologica? Alla base c’è certamente «l’ansia da prestazione» e le troppe ore concentrati sullo studio, piegati malamente sul libro o davanti ad un monitor, possono portare maggiore difficoltà di concentrazione, proprio quando se ne avrebbe più bisogno. Sottoporsi ad un tour de force fra libri, appunti e quaderni eliminando ogni forma di contatto sociale può rivelarsi un errore, in quanto l’ansia e lo stress accumulate in questo periodo devono trovare una valvola di sfogo, altrimenti possono trasformarsi in veri e propri attacchi di panico.

I consigli
Per superare indenni gli esami, gli esperti di Federsalus propongono, dunque, un decalogo fatto di pasti leggeri e poco elaborati, senza dimenticare l’importanza dell’attività fisica, praticata per almeno 30 minuti al giorno, alternando magari una semplice passeggiata con un po’ di stretching. Per quanto l’alimentazione, sarebbe necessario variare il più possibile e distribuire il cibo in cinque pasti al giorno, dando spazio a pane, pasta, riso e cereali, che forniscono il giusto apporto di glucosio e favoriscono la digestione. L’assunzione di selenio e zinco, contenute nei vegetali, carne e pesce, può rivelarsi un valido aiuto per la mente e, infine, le vitamine e i minerali di cui la frutta è ricca aiutano a sopportare meglio il caldo e la stanchezza, contribuendo anche a regolare il sonno. Inoltre, sotto esame è opportuno non cenare troppo tardi ed evitare l’abuso di alcool e di sostanze eccitanti come tè, caffè, cioccolata, che intorpidiscono e comportano un introito calorico non indifferente.

Occhio a pillole, energy drink, beveroni, integratori e altri aiuti chimici o «naturali» per studiare meglio o più a lungo in vista della prova. «Questi prodotti o non fanno niente, o peggio fanno male: in molti casi la loro efficacia non è dimostrata, in altri invece si tratta di veri e propri medicinali che interferiscono con il sistema nervoso centrale. Oltretutto abituano il ragazzo all’idea di un “aiuto” artificiale per risolvere i problemi». A mettere in guardia gli studenti e i loro genitori è Italo Farnetani, pediatra e docente a contratto dell’Università di Milano-Bicocca, che si dice stupito perchè oggi, a cercare una «spinta» in farmacia, dal medico o in erboristeria non sono solo i ragazzi alle prese con gli ultimi ripassi, ma anche i loro genitori.

«In parte sottovalutano il potenziale pericolo di queste sostanze, in parte sono spinti dalle eccessive aspettative nei confronti della performance scolastica dei figli. Si tratta comunque di un fenomeno reale e preoccupante, che oltretutto ha una valenza negativa dal punto di vista psicologico: il ragazzo – spiega l’esperto – si abitua a modificare la propria prestazione con sostanze esterne». «In realtà un adolescente sano non ha bisogno di farmaci, integratori o prodotti ‘naturalì per studiare meglio. I genitori – raccomanda Farnetani – farebbero bene piuttosto a garantire al ragazzo un ambiente tranquillo, portando in tavola in questi giorni i suoi piatti preferiti. E soprattutto allentando la tensione in vista delle prove».

Fonte: La Stampa

Ora anche i papà si «ammalano» quando nasce un figlio

Ora anche i papà si «ammalano»
quando nasce un figlio
Depressione post parto, i sintomi: mariti assenti, soggetti a sbalzi d’umore, scattano per nulla

MILANO – E ora a Milano ci sono an­che i «Gruppi psico-educazio­nali alla depressione post-par­tum per i padri», incontri mensili con uno psichiatra e una psicologa dedicati allo stress da paternità. Cinque neo papà milanesi su cento, infatti, si trovano a fare i con­ti con la depressione post par­to. Lo dimostra l’ultimo stu­dio condotto dallo psichiatra Claudio Mencacci, alla guida del Dipartimento di Salute mentale dell’azienda ospeda­liera Fatebenefratelli-Macedo­nio Melloni. Per le neoammme è soprat­tutto una questione di ormo­ni: il baby blues nei padri, in­vece, è scatenato dall’ansia da responsabilità.

«Si tratta di uomini che hanno difficol­tà ad accettare i cambiamenti e non riescono ad adattarsi al­le novità – spiega lo psichia­tra -. Di qui la crescita del­l’ansia che può portare a una vera depressione». Nell’or­mai celebre pellicola di Luca Lucini Solo un padre, il prota­gonista Luca Argentero alias Carlo-il-dermatologo-di-suc­cesso deve crescere da solo Sofia, la figlia di dieci mesi; e le difficoltà non mancano. Nella vita di tutti i giorni è an­che peggio: notti insonni per le coliche, ore con il neonato in braccio per farlo smettere di piangere, faccende dome­stiche per aiutare la mo­glie/ compagna fanno avere crisi di nervi al 5% dei neopa­pà. Addio appetito, benvenu­ta insonnia. Di più: i partner si ritrovano a essere distacca­ti, assenti, lontani emotiva­mente, soggetti a sbalzi d’umore, assaliti da pensieri negativi e dalla convinzione di non farcela, scattano per nulla e si sentono lasciati so­li.

Uomini impreparati alla pa­ternità e ad accettare le modi­fiche che si verificano nella vi­ta di coppia. L’indagine del Fatebenefratelli ha preso in considerazione un campione di 120 neopapà, 35 anni l’età media, italiani, titolo di stu­dio medio- alto. Finora il feno­meno del baby blues era lega­to a doppio filo soprattutto al­le donne, colpite dalla depres­sione post parto in un caso su dieci. «Ma anche i padri si possono ammalare – spiega Mencacci, vicepresidente del­la Società italiana di psichia­tria -. I problemi compaio­no mediamente dopo 2 mesi dalla nascita del figlio. La cri­si può durare un anno». Per gli esperti i disturbi af­fettivi dei papà possono ave­re anche un’incidenza impor­tante sullo sviluppo emotivo dei figli (e in particolare dei figli maschi). Mai sottovaluta­re i sintomi, dunque. «Abbia­mo sempre più uomini che dopo la nascita di un figlio de­cidono di sottoporsi a sedute di psicoterapia cognitiva e op­pure a interventi di psicotera­pia di gruppo – ammette Mencacci -. Spesso sono ne­cessarie anche cure con anti­d epressivi». Sul sito www. centropsichedonna.it, voluto dal Fatebenefratelli e dall’assessorato alla Salute di Palazzo Marino, adesso ci si occupa anche di papà in crisi. Sono stati studiati test apposi­ti di autovalutazione – con 40 domande – che permetto­no a ciascuno di valutare il proprio grado di ansia da re­sponsabilità e le capacità di adattamento.

Corriere della sera

Pet therapy per guarire da anoressia, bulimia e depressione

Prendere un animale in casa aiuta a combattere anoressia, bulimia e depressione, questo è quanto dicono gli esperti riguardo “La pet therapy casalinga”.I disturbi dell’alimentazione, quindi anoressia e bulimia sono disturbi che possono spesso si manifestano in età adolescenziale. Stare con un animale può aiutare perché spinge la persona ad interessarsi al nutrimento del cucciolo ed ad essere puntuale quando è ora della pappa. Questo fatto, oltre a responsabilizzare la persona, sembra favorire lo sviluppo di un nuovo rapporto anche con l’alimentazione.Scegliamo l’animale in base alle nostre esigenze e impegni, infatti una volta accolto in casa dobbiamo trattarlo come un ospite gradito e non abbandonarlo o affidarlo ad un’altra famiglia, perchè potrebbe turbare i bambini che vivono con noi o lo stesso paziente anoressico o bulimico ne potrebbe risentire.
Avere un cucciolo di cui prendersi cura fa sentire anche più amati: ogni volta che si accarezza il manto, i migliaia di recettori tattili di cui è coperto il nostro corpo vengono stimolati positivamente e trasmettono una sensazione di calore e affetto. Inoltre grazie alle emozioni positive che gli animali suscitano, il cervello produce endorfine, gli ormoni del buon umore.
La compagnia di un animale aiuta anche a crescere: affidare un cucciolo ad bambino lo responsabilizza e gli permette di acquisire autostima inoltre lo fa sentire meno solo quando i genitori sono impegnati.
Un animale aiuta a superare l’adolescenza e tutti i problemi correlati. Perdere l’animale può essere un vero trauma, perchè è come perdere un vero amico.
Avere un animale in casa può aiutare anche le persone depresse, o le persone che hanno subito la perdita di un familiare: infatti aver qualcuno di cui doversi prendere cura può dare una “scossa” ed aiutare così ad uscire da queste situazioni. Inoltre l’affetto e il rapporto che si instaura con il cucciolo possono essere dei nuovi stimoli anche per le coppie in crisi.
Quale animale scegliere?
Generalmente si preferiscono i piccoli mammiferi e tra questi i cani o i gatti.

I gatti per combattere i disturbi nervosi e l’ipertensione
I gatti, viste le loro dimensioni, sono particolarmente adatti ad essere tenuti in grembo e coccolati: questo contatto, secondo studi americani, diminuisce la frequenza cardiaca e respiratoria. Inoltre il gatto non suda, perciò il contatto con il pelo stimola positivamente i recettori che ricoprono la nostra pelle. Senza dimenticare che accarezzandolo mentre fa le fusa si rallenta la pressione sanguigna e ci si rilassa (con il suo respiro dà, infatti, “ritmo”), per questo è consigliato per l’anoressia e la bulimia nervosa e per la depressione.
Il gatto è preferibile per chi vive in appartamento e per chi ha poco tempo perchè molto facile da gestire e richiede una manutenzione minima.

I cani per combattere la sedentarietà.
Portare a spasso il cane o giocare con lui favorisce il moto e obbliga a una vita meno sedentaria, e socievole. Il cane, è consigliato a chi ha spazi aperti e molto tempo e cure da dedicargli.

fonte via dietologica

Una vita senza sesso

Una vita senza sesso, per anni o addirittura per sempre. Vi sembra impossibile? Eppure, nella nostra carrellata sull’eros in compagnia della sessuologa Tania Bianchi, abbiamo scoperto che il fenomeno non solo esiste, ma è anche in costante aumento. Per capire meglio di cosa si tratta, bisogna prima imparare a distinguere gli asessuali dai “sexless”. Quali sono le differenze?

Un asessuale è qualcuno che non prova e non ha mai provato in vita sua attrazione sessuale. Da non confondere con l’astinenza del celibato, che è una scelta. La definizione di “sexless”, invece, riguarda un fenomeno in aumento: l’assenza cronica di atti sessuali nella vita di chi, invece, prima aveva pulsioni e rapporti. La mancanza di voglia può essere dovuta a stress, ansia da prestazione, superlavoro, debilitazione fisica, assunzione di medicinali o sostanze, depressione, ansia, scarso desiderio del partner, sublimazione in altri interessi, intense attività sportive e hobby… per periodi prolungati e anche per anni.

Quali sono i numeri del fenomeno?

Un’indagine condotta da Abacus su 1.100 italiani, uomini e donne tra i 25 e i 70 anni, rivela che più di una coppia su tre ha sofferto o soffre di problemi legati alla sessualità. Stress, ritmi di lavoro intensi, mancanza di tempo da dedicare all’intimità, mortificano l’eros e i rapporti possono andare in crisi.

Chi sono i più colpiti dal problema?

Pare i giapponesi: i dati indicano che sono ottimi lavoratori, ma pessimi amanti. Quando rientrano a casa, dopo turni lunghi e massacranti, cadono nelle braccia di Morfeo. Il 30% della popolazione tra 16 e 49 anni non lo fa per oltre un mese e nel 2007 una coppia su quattro non ha avuto alcun rapporto sessuale. Ce lo conferma uno studio della casa di contraccettivi “Durex”: il Giappone è relegato all’ultimo posto sulla frequenza dei rapporti (circa 45 all’anno), mentre l’Italia si piazza al ventesimo posto (con 106).

Gli asessuali, invece, quanti sono?
Non lo si può dire con esattezza, perché non esistono ancora dati statistici attendibili. Fino a pochi anni fa, queste persone si sentivano isolate: la nostra cultura non presenta modelli di questo genere. Solo adesso, anche grazie a Internet e a siti come AVEN (Asexual Visibility and Education Network) con le relative comunità internazionali, tra cui l’italiana (www.asexuality.org/it), gli asessuali stanno cominciando a trovarsi e a dichiarare la loro asessualità ad amici, parenti e al mondo intero.

Si può rinunciare al sesso e avere comunque una vita di coppia?
Gli asessuali hanno gli stessi bisogni emotivi di chiunque altro e, come nella “comunità sessuale”, soddisfano queste esigenze in modi diversi. Molti asessuali possono provare attrazione, anche forte, per un’altra persona, ma non avvertono il bisogno d’agirla col sesso. Sentono, invece, il desiderio di conoscere qualcuno e di “coinvolgersi” in qualsiasi maniera funzioni meglio per loro. Alcuni sono contenti di stare in una cerchia di amici stretti. Altri sentono il bisogno di formare delle relazioni romantiche più intime. Si prendono delle cotte e s’innamorano. Stanno in coppia in modo tradizionale, convivono o si sposano. Sono monogami oppure “poliamorosi”, si sentono attratti in modo emotivo, romantico, estetico, intellettuale… ma non sessuale. Lo sono spesso per un genere ben specifico e s’identificano quindi, nella “pura attrazione”, come etero, gay o lesbiche. E nell’intimità cosa succede?

Le possibilità rimangono vaste: si può godere della vicinanza fisica, stare con qualcuno in modo speciale, essere il partner esclusivo. “Mi piacciono le coccole, tenersi per mano, baciarsi dolcemente, accarezzarsi.”, scrive un’asessuale: “Per me, non sono il preludio a fare l’amore. Quello è fare l’amore.” L’intimità si esprime anche col parlare, manifestare le proprie gioie, timori, segreti, ridere assieme. Si possono condividere intensamente interessi o lavorare verso obiettivi comuni. Le relazioni, sessuali o non sessuali, sono fatte delle medesime cose di base: comprensione, impegno, fiducia, comunicazione…

L’amore senza sesso, quindi, è più profondo?

Non è detto. Nemmeno l’asessualità garantisce l’amore romantico, eterno o l’evitare le sofferenze provocate da gelosia, tradimenti, giochi di potere anche inconsci, e le delusioni delle incomprensioni e dell’incompatibilità.

E con il desiderio e l’eccitazione, come la mettiamo?

Per alcuni asessuali, l’eccitazione è una manifestazione piuttosto regolare. Possono occasionalmente masturbarsi, anche solo come forma di rilassamento, ma l’eccitazione non è associata al desiderio di trovare dei partner sessuali. Altri, invece, ne provano poca o niente del tutto. Altri ancora, possono persino partecipare ad atti e giochi erotici. Tra i motivi, a parte la curiosità di sperimentare, c’è anche il gusto di far godere il partner (non asessuale), senza bisogno di una reciproca gratificazione in questo senso.

Una vita senza sesso: pro e contro

Chi è asessuale vive le relazioni, l’attrazione e l’eccitazione come gli individui sessuali. Ha la stessa varietà d’espressione di qualunque altro genere, identità ed orientamento sessuale e la sua vita privata, ricreativa e lavorativa non è né migliore, né peggiore. Dal momento che agli asessuali non interessa il sesso, non vedono la mancanza di desiderio sessuale come un problema da correggere e focalizzano la loro energia nel godere altri tipi di eccitazione e piacere. Certo, però, è che gli asessuali possono sentirsi alienati in una società che dà per scontato che tutti siano interessati sessualmente a qualcun altro. In un mondo dove la sessualità è promossa come la norma, molti asessuali crescono pensando di essere in qualche modo malati, disfunzionali o incompleti. Interiorizzano delle paure e lo nascondono. E questo può avere ripercussioni sulla loro psiche.

Asessuali si nasce o si diventa?

Per gli asessuali, l’asessualità è un orientamento sessuale. Nella nostra società, purtroppo, c’è ancora chi considera l’orientamento sessuale una scelta, modificabile. Come se si potesse scegliere di essere gay, lesbiche, trans, bisessuali o eterosessuali e cambiare. Tra gli asessuali, chi non ha motivo di dover menzionare il sesso può vivere sereno. Chi, invece, si ritrova a dover fornire dimostrazioni sessuali, può sentirsi pressato a fingere un desiderio sessuale per “conformità”, per evitare l’imbarazzo o la vergogna o, semplicemente, per il quieto vivere. Con lo stesso (o forse più grande) dilemma comune a gay, ed altri generi ritenuti diversi dalla maggioranza, gli asessuali trovano liberatorio dichiararlo apertamente. La parte più difficile è convincere gli altri che non c’è niente di sbagliato in loro e che si sentono bene così! Diversa è la situazione dei “sexless” col loro calo di desiderio, affaticamento, debilitazione, stress, depressione… A tutto ciò si può cercare rimedio, mentre per l’asessualità no. Perché è un orientamento sessuale e, quindi… problema NON è.

Silvia Nava

Scrivere per consolarsi non è certo una novità, ma adesso è diventato un metodo

Ce ne siamo accorti tutti: in libreria si moltiplicano i libri in cui l’autore spiega tutto della sua anoressia, piuttosto che della sua depressione, o della vittoria su una grave malattia. E i libri vendono. Per non parlare dei tanti salotti televisivi affollati di gente intenta a raccontarsi e delle «piazze informatiche», i blob, in cui si parla di sé a un pubblico invitato a rispondere. Cos’è tutta questa voglia di esporsi? Ci sarà certo chi vuole i suoi cinque minuti di notorietà, ma questo basta a spiegare il fenomeno? E se tutto questo narrarsi fosse anche un modo per superare i propri problemi, per «curarsi»? Ne è convinto Duccio Demetrio, docente di filosofia dell’educazione all’Università di Milano Bicocca, autore del recente La scrittura Clinica – Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali (Ed.Raffaello Cortina).

LUNGA TRADIZIONE – «Da secoli – ricorda Demetrio – si scrive per superare i momenti di sconforto, per ritrovare se stessi. La scrittura, se adottata con metodo e regolarità, come ha chiarito per primo Freud, è uno straordinario mezzo di riparazione, di ricucitura simbolica di quanto si è lacerato e rotto dentro di noi.

Un mezzo, fra l’altro, sempre a portata di mano». «Per quasi vent’ anni – continua Demetrio – ho aiutato e guidato donne e uomini intenzionati a scrivere di se stessi per reagire alla sofferenza. Si trattava di persone vittime di disagi, che ho voluto definire “esistenziali”, per distinguerli da ben più gravi e vere patologie. Sto parlando di stress, insuccessi professionali, perdite, abbandoni, lutti, malattie, invecchiamento. E di queste esperienze, varie e molteplici, racconto nel mio ultimo libro». Che cosa accade a chi affronta un percorso di scrittura «guidata»?

MAGGIORE RICCHEZZA INTELLETTUALE – «Le persone non diventano altre, ma riprendono la loro vita normale più ricche intellettualmente. La scrittura stimola sempre l’intelligenza e favorisce un recupero di interesse per la vita». Ma perché così spesso si sente il bisogno di scrivere della propria sofferenza? «Ciascuno, se ha la fortuna di non essere del tutto analfabeta, posto di fronte a una solitudine non cercata, all’isolamento, all’incomprensione, scopre in modo naturale che la scrittura mitiga il dolore della distanza, dell’esclusione, della lontananza, della diversità.

La penna diviene una risorsa, spesso l’unica, per non perdere il contatto col mondo. Il solo gesto di por mano alla penna, o alla tastiera, genera una reazione psichica salutare. Dinanzi all’impossibilità di comunicare con gli altri, ci si inventa una controfigura nella quale rispecchiarsi, con la quale dialogare. La scrittura, attività solitaria, diventa un’occasione per ristabilire una relazione con gli altri: prima immaginaria, poi sempre più reale. Specie se, oltre ad affidarsi alla scrittura per libero impulso, si può contare su un aiuto terapeutico tradizionale o sulla presenza di specialisti, di accompagnatori, che presso la nostra università, formiamo da tempo».

IL RISCHIO «PENTIMENTO»- Ci sono persone che si pentono di essersi raccontate? O che si sottraggono alle sollecitazioni del metodo autobiografico? «All’inizio le resistenze possono essere molte. Si evita di cercarsi, di esprimere il vero se stesso. Ma la “cura” della scrittura inizia quando si arriva a scoprire tutta la bellezza e l’entusiasmo (terapeutico) connessi al riuscire – contro ogni paura ed aspettativa negativa – a scrivere: racconti, poesie, diari, capitoli della propria autobiografia, memorie di viaggio, lettere, biografie di persone conosciute.

La scrittura non guarisce dal male di vivere, ma è una sorta di “reintegratore” psicologico, intellettuale, morale». Tra questo approccio e lo psicodramma c’è qualche affinità? «Lo psicodramma è una terapia che si fonda sulla narrazione orale, sulla messa in scena – dinanzi ad altri – di alcune circostanze della propria vita rimosse o controllate. Si entra in un sosia, per buttar fuori quello che non si aveva il coraggio di dire. Il metodo della scrittura, che si avvale di criteri sia anamnestici che diagnostici per studiare insieme agli autori le loro resistenze a ricordare e a scrivere, è invece un’attività solitaria che proietta sul foglio evocazioni del passato e momenti del presente. Il consulente scrive a sua volta di sé mentre accompagna la persona che gli si affida, in uno scambio umano, oltre che clinico, profondo. La soddisfazione che vive un autore nel consegnare al consulente la propria storia terminata è tra i momenti più significativi di questo metodo». Quale sostegno possono offrire le nuove tecnologie della scrittura (blog, You tube, mail, web camera) e a chi? «Le scritture on line, nelle loro diverse forme, risolvono senz’altro alcuni problemi inerenti al bisogno di comunicare.

Reinseriscono in una rete sociale, seppur virtuale. Il metodo che presento nel mio libro segue però tutt’altra filosofia perché vuole aiutare le persone a stare soprattutto (e bene) con se stesse, a crescere e a migliorarsi imparando a fare a meno degli altri fin dove è possibile. La scrittura di sé risveglia però anche la voglia di dedicarsi all’ascolto degli altri e il suo potere curativo sta anche in questo».

Fonte: CorrieredellaSera.it – 26/10/2008

L’aspetto aiuta la carriera ma non dà la felicità

Chi è bello guadagna di più, ma rischia una delusione. Due studi analizzano il ruolo e gli effetti dell’apparenza

MILANO - Timothy Judge non lo sa, ma il suo studio appena usci­to su Journal of Applied Phy­siology potrebbe diventare il manifesto di tutti gli italiani (e sono tanti) pronti a fare qualsiasi cosa pur di diventa­re un po’ più attraenti. «Chi è bello guadagna di più, indipendentemente da intelligenza e preparazione» scrive infatti il ricercatore dell’Università della Florida che, studiando uomini e don­ne fra i 25 e i 75 anni, ha di­mostrato come esser belli sia realmente una marcia in più, a ogni età. Perché aumenta l’autostima e consente di otte­nere più attenzione e ascolto dagli altri: sul lavoro e, come è già emerso da altri studi, pure a scuola, o in politica. Gli italiani, che si sottopon­gono a trattamenti estetici di ogni tipo (nell’uso di filler, ad esempio, siamo secondi solo agli Stati Uniti), devono averlo intuito. Emiliano Bar­toletti, segretario della Sime, la Società italiana di medici­na estetica, spiega: «Molti in­sicuri diventano aperti e sola­ri se ottengono un aspetto fi­sico che li soddisfa attraver­so piccoli o grandi interventi estetici: sentirsi a proprio agio con se stessi influenza in modo positivo comporta­mento e carattere. L’impor­tante è non credere che tutti i problemi si risolvano miglio­rando l’aspetto, altrimenti il rischio è di scivolare in un circolo vizioso di ritocchi continui».

FELICITÀ - Anche perché la bellezza non fa (necessariamente) la felicità: almeno lo sostiene un’indagine in uscita a giu­gno su Journal of Research in Personality, secondo cui otte­nere ciò che si è tanto deside­rato non rende per forza più sereni se l’obiettivo era mate­riale ed esteriore, come di­ventar più belli. Anzi, è assai probabile finire in preda a emozioni negative e ritrovar­si con disturbi psicosomati­ci, come mal di testa e mal di stomaco. Succede perché la vera realizzazione di ognuno di noi è legata, in realtà, ad aspirazioni e bisogni che han­no a che fare con l’io e l’inte­riorità, dicono gli autori. «E perché molti, soprattut­to coloro che hanno poco sen­so della realtà e coloro che non hanno un’organizzazio­ne emotiva solida, affidano ai risultati degli interventi e anche dei semplici trattamen­ti estetici o dei prodotti co­smetici fantasie ben più pro­fonde – aggiunge Nicolino Rossi, psicologo dell’Univer­sità di Bologna -. In questi casi il rischio di delusione e malessere è alto». Forse un po’ gli italiani l’hanno capito: secondo un’indagine della Si­me, la nuova tendenza è il «ri­tocchino invisibile» per di­mostrare bene la propria età.

Disturbo borderline, Diagnosi sbagliata in un terzo dei casi

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Il disturbo borderline di personalità sembra essere troppo spesso sottodiagnosticato dagli psichiatri, che tenderebbero a classificare questa patologia come disturbo bipolare o a effettuare la corretta diagnosi soltanto a distanza di anni dalle prime manifestazioni del quadro psicopatologico. A dichiararlo è una ricerca presentata al meeting annuale dell’American Psychiatric Association.
In un’analisi compiuta da David Meyerson e dai colleghi della University of Chicago su un campione di 70 adulti affetti da disturbo borderline, è emerso che circa il 34% di questi aveva ricevuto in passato una diagnosi inaccurata, corrispondente nel 17% dei casi a disturbo bipolare, nel 13% dei casi a depressione maggiore, nel 10% a disturbi d’ansia, e nell’1% dei casi a disturbi alimentari. La conseguenza principale delle diagnosi non corrette, sottolinea il coordinatore dello studio, si tradurrebbe in un ricorso eccessivo a trattamenti farmacologici che non rappresentano il trattamento più efficace contro il disturbo borderline della personalità. Dalla ricerca è emerso inoltre che nel 26% dei casi, la diagnosi di questa patologia viene effettuata correttamente soltanto dopo un tempo pari a quasi 5 anni dal probabile “tempo zero”, che indica l’inizio del quadro patologico.
Secondo il DSM-IV, il disturbo borderline di personalità è una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, e di marcata impulsività, comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti. Una corretta diagnosi di questa patologia, concludono gli autori dello studio, è molto più probabile quando lo psichiatra ricorre a un’intervista semi-strutturata sul paziente.

Fonte: Meyerson D et al. Is Borderline Personality Disorder Under Diagnosed? American Psychiatric Association 2009;