Realtà virtuale contro obesità e anoressia
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giugno 27, 2009
Cura per abbuffate compulsive e visione distorta del corpo

(Adnkronos Salute) – Indossare un caschetto e ritrovarsi su un’isola deserta, seduti in riva a un lago, oppure davanti a uno specchio a contemplare la propria immagine riflessa. Sono solo alcuni dei possibili scenari virtuali che i medici dell’Istituto auxologico italiano hanno a disposizione per curare l’ansia dei pazienti ‘oversize’ o per aiutare le giovani anoressiche ad accettare il loro corpo. Filo conduttore: tecnologie da fantascienza che diventano armi per i camici bianchi impegnati nella lotta ai disturbi alimentari. Di realtà virtuale e cyberterapia si parlerà da domenica a martedì a Verbania, in occasione del meeting internazionale ‘Cybertherapy e Cyberpsychology Conference’, organizzato per la prima volta in Italia con 200 ricercatori da tutti i continenti. “La realtà virtuale può fare molto”, dichiara oggi a Milano Giuseppe Riva, psicologo dell’Istituto auxologico italiano e co-organizzatore del meeting con l’americana Brenda Wiederhold. “Aiuta, ad esempio, le ragazze con problemi di anoressia a vedere e accettare la loro immagine reale. Si parte da una visione distorta del corpo, così come appare agli occhi ‘malati’ della paziente. Poi comincia un percorso assistito, che gradualmente corregge l’immagine fino ad avvicinarsi a quella reale”. Stessa tecnologia, ma applicazione diversa, per combattere i disturbi d’ansia che spesso affliggono le persone colpite da obesità. La strategia dell’Istituto auxologico: insegnare tecniche di rilassamento che non hanno il cibo come protagonista. Un’alternativa alle ‘abbuffate compulsive’, unico mezzo da loro conosciuto per gestire l’ansia. I pazienti vengono catapultati in uno scenario da sogno. “Tutto, intorno, ispira relax: l’acqua, mentre il respiro rallenta, smette di incresparsi, il fuoco lentamente si spegne – racconta l’esperto – e il paziente impara a usare altre tecniche di rilassamento come, appunto, intervenire sul respiro. Abbiamo osservato che unire la realtà virtuale alla terapia alimentare aumenta l’efficacia della cura a lungo termine”. La tecnologia è al servizio delle terapie anti-obesità anche per il controllo a distanza dei pazienti. E’ sempre targata Istituto auxologico italiano la strategia che punta sulla telemedicina per aiutare gli ‘oversize’ nella lunga strada verso il peso forma. Dalla webcam alla videoconferenza con l’equipe che li ha seguiti in ospedale. Nell’inventario delle tecnologie impiegate anche un braccialetto per il monitoraggio delle condizioni di salute: i pazienti lo indossano 24 ore su 24 e trasmettono costantemente i dati all’ospedale attraverso la porta Usb di un computer. Il rapporto con i medici si mantiene attraverso Internet e il cellulare, dove via sms arrivano le indicazioni per la dieta. Risultato: il paziente è molto più collaborativo, continua a perdere peso anche fuori dall’ospedale e si riduce anche la spesa per il servizio sanitario, visto che le visite e i giorni di ricovero vengono abbattuti. Finora i trattamenti che usano la realtà virtuale sono stati inseriti in progetti di ricerca, ma non sono diventati routine nella pratica clinica. A usufruirne sono stati circa 250 pazienti obesi. “E’ una questione di finanziamenti – conclude Riva – Non esiste un Drg per la realtà virtuale. Ed è al momento impossibile erogare la terapia a carico del Ssn. Prevedo che passerà ancora qualche anno”.
tags: anoressia, obesità, realtà virtuale
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Anoressia e bulimia: a Modena 200 nuovi casi all’anno
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giugno 27, 2009

Solo nel territorio di Modena si contano 200 nuovi casi all’anno tra anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari. E, mentre si abbassa l’eta’ dei colpiti, tra i maschi spunta una nuova patologia, la “vigoressia”. In provincia di Modena l’Ausl stima circa 110-180 casi di anoressia nervosa, 350-800 casi di bulimia nervosa, e fra i 500 e i 2.000 casi di forme intermedie. E, un fenomeno raro ma in aumento fra i maschi e’ la vigoressia, legata all’eccessiva preoccupazione per l’aspetto del proprio corpo. Si tratta di un atteggiamento che puo’ assumere connotati patologici, portando a un’alimentazione scorretta, all’assunzione inadeguata di integratori e al conseguente manifestarsi di seri problemi di salute.
In generale, comunque, la frequenza di questi disturbi cresce: colpiscono maggiormente pazienti donne e ragazze (ma anche maschi, e in forma piu’ grave), con incidenza maggiore nella fascia di eta’ fra i 14 e i 25 anni, pure se ne sono vittime anche soggetti piu’ piccoli e piu’ anziani, con casi di pazienti di eta’ fino a 60 anni. Anche l’Organizzazione mondiale della sanita’ ormai le considera malattie ed e’ riconosciuto che la loro diffusione e’ favorita da aspetti culturali e mediatici, tra cui la pubblicita’ per la magrezza e modelli di salutismo, miti nello sport, nella danza e nel mondo dello spettacolo. Queste patologie, oltre a causare grande sofferenza fisica e psichica e gravi difficolta’ per le famiglie, portano complicanze mediche e psicologiche rilevanti fino al decesso nel 4-18% dei casi.
Vero e’, spiega l’Ausl modenese, che il percorso dedicato, intensivo e appropriato consente oggi la guarigione fino al 60-70% dei casi, a differenza di 10 anni fa quandi il successo era sotto il 50%. A Modena, non a caso, l’Ausl ha attivato gia’ da tre anni un e’quipe per i disturbi del comportamento alimentare, che ha sede al Nuovo Ospedale S.Agostino-Estense. Ne fanno parte medici e nutrizionisti dell’ospedale e del dipartimento di salute mentale.
Il team si riunisce una volta alla settimana, esamina i casi dei pazienti, effettua la diagnosi e propone il programma terapeutico interdisciplinare. In questo modo fino a oggi sono stati presi in carico circa 70 casi all’anno. Anche in virtu’ di questo, l’azienda ha organizzato un convegno che si terra’ domani e che e’ dedicato all’approccio interdisciplinare di e’quipe a queste malattie. L’iniziativa, oltre all’aggiornamento sugli aspetti clinici, vuole presentare il nuovo modello organizzativo della Regione Emilia Romagna per la diagnosi e la terapia. L’obiettivo infatti e’ attivare in tutte le province uno specifico sistema di cura ispirato a linee guida comuni. Il convegno, che avra’ inizio alle 9 e si concludera’ alle 19 nell’auditorium del Centro Famiglia di Nazareth (in via Formigina 319) sara’ aperto dal direttore generale dell’Ausl di Modena Giuseppe Caroli.
DROGA: BATTAGLIA (FICT), DAL 40% AL 60% ACCESSI A SITI PER VENDITA
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giugno 25, 2009
”Negli ultimi sei mesi dell’anno 2008 si e’ passati dal 40% al 60% di accessi a siti dedicati alla vendita di droga per non parlare della dipendenza da internet, i blog a favore dell’anoressia, le migliaia di pagine dedicate alle droghe che sono solo lo specchio possibile del nostro mondo e del nostro tempo”.

Lo dichiara don Mimmo Battaglia, Presidente della Federazione Comunita’ Terapeutiche, in occasione della Giornata Momdiale contro le droghe.
La ”diatriba manichea tra virtuale e reale – aggiunge- e’ spesso un falso problema, un alibi a chiudersi al riparo dei nostri ”mio figlio sta sempre al computer”: e’ necessario comprendere che se sempre piu’ ci ritroviamo a parlare dietro uno schermo e’ a causa del nostro analfabetismo emotivo e relazionale e che il virtuale e’ un amplificatore del mondo reale”. In questo panorama, ”pero’ puo’ essere anche nostro alleato nella costruzione di relazioni e di consulenza con i giovani che hanno il problema della droga. Il sito droga online del CEIS di Reggio Emilia della FICT ha questa funzione”. Nell’arco di sei mesi (dal dicembre 2008 a maggio 2009) su 4756 domande ricevute: 1099 riguardano le droghe, 698 informazioni su extasi, 536 ricerca di Comunita’ terapeutiche, 443 storie, 428 su allucinogeni, 382 sull’anfetamina, 301 sui cannabinoidi, 300 sulla cocaina, 191 sull’eroina. ”Il web in questo senso – secondo don Battaglia- diventa anche uno strumento per instaurare una relazione reale, fatta di sguardi e soprattutto di ascolto, suscitando nei ragazzi, partendo dalla nostra coerenza tra parole e vita: domande e risposte di senso”.
Internet, la nuova droga: “Ho giocato 17 ore di seguito”
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giugno 25, 2009

Giovani web-dipendenti dimenticati dai propri genitori. I ragazzi raccontano: “Impugno il joystick da quando sono nato”. Il presidente della Federazione delle comunità terapeutiche, Battaglia: ‘E’ la cifra dell’abbandono’
ROMA – Giovani web-dipendenti, “generazione wireless” dimenticata in mansarda dai propri genitori, ma con una vera e propria patologia: internet. E’ questa la nuova dipendenza da combattere e tenere sotto osservazione oggi, secondo Mimmo Battaglia, presidente della Fict, la Federazione delle comunità terapeutiche, che ha introdotto i lavori della tavola rotonda su giovani, internet e nuove dipendenze presso il palazzo dell’Unicef, a Roma. Per Battaglia, “i sedicenni di oggi sono cresciuti in un mondo in cui tutto è rispecchiato nel web, in cui i giochi stanno dietro ad una consolle più che in un cortile, in cui le voci dentro casa provengono dalle tv piuttosto che dalle persone che la vivono. Vuol dire che i sedicenni di oggi di fronte ad un monitor si sentono a proprio agio più di quanto noi potremmo mai immaginare”.
I 16ENNI, A PROPRIO AGIO SOLO DI FRONTE AL MONITOR – Quella fotografata dalla Fict è una rete web come una ragnatela, che cattura e spesso non lascia possibilità di scampo. “La rete- spiega Battaglia – è la terra delle possibilità, delle enormi quantità di informazione ma spesso a scapito dell’approfondimento, delle infinite opportunità d’incontro, ma privo dell’aspetto di fisicita’ e compresenza, scevre pero’ da ogni progettualita’ informativa. E’ lo scenario di una pluralita’ enorme e sconcertante”.
“HO GIOCATO PER UN GIORNO INTERO” – Battaglia porta l’esperienza di alcuni ragazzi, come Sergej, ventenne, che racconta: “Impugno un joystick da quando sono nato. Una volta ho giocato per diciassette ore di seguito”. Anche Bernardo, un coetaneo, non e’ nuovo a queste esperienze: “Anch’io una volta per piu’ di un giorno. Chiusi in mansarda, io, un amico, la playstation e una cassa di Redbull”. E i genitori? La risposta e’ comune: “Nulla”. “Questa risposta- dice Battaglia – e’ la cifra di un abbandono, di una solitudine da riempire con gli eroi armati di un videogame ed una cassa di energizzanti per tenersi su”.
Non tutti i ragazzi si immergono in apnea nella realta’ virtuale, molti sono certi di non essere mai caduti nella rete del mondo virtuale, ma la mancanza di una progettualita’ formativa, come afferma Battaglia, la notano anche loro. Sono le parole di Alessia raccolte da don Battaglia. “Gli adulti si lamentano, ma fanno come noi, non propongono un’alternativa”. (Dires – Redattore Sociale)
Gay; Eurispes: In Italia omosessuali tollerati, ma non troppo
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giugno 24, 2009

Per 52% sono come altri, ma 33% li sopporta solo se non ostentano
Roma, 12 giu. (Apcom) – Tollerati, ma non troppo. E’ la situazione dei gay in Italia, secondo il rapporto pubblicato oggi dall’Eurispes sulla condizione omosessuale nel nostro Paese. Secondo il dossier un italiano su due (il 52,5%) considera l’omosessualità una forma di amore come l’eterosessualità. Ma uno su tre (33,3%) non la tollera se ostentata, mentre quasi uno su dieci (9,3%) la considera addirittura immorale. Un quadro che si conferma anche sul tema del riconoscimento delle unioni omosessuali: la maggior parte degli italiani (58,9%) considera ormai necessaria una forma di riconoscimento giuridico, anche se solo il 40,4% pensa al matrimonio. Contrario a qualsiasi tipo di riconoscimento rimane, però, più di un italiano su tre, il 35,9%. Dal rapporto emerge un’Italia ferma su questi temi, rispetto alla precedente indagine, svolta nel 2003. Se è leggermente aumentata infatti la quota di chi equipara l’amore omosessuale a quello eterosessuale (dal 49,2% al 52,5%), sono rimaste sostanzialmente stabili le percentuali riferite a quanti sopportano l’omosessualità solo se non espressa (32,8% nel 2003) e di chi la ritiene immorale (10,3% nel 2003). Confermata anche la maggiore apertura di alcune categorie rispetto ad altre: più tolleranti le donne, le persone con un titolo di studio più elevato e gli elettori di sinistra. Più propense infatti risultano le donne, rispetto agli uomini, ad accettare incondizionatamente l’omosessualità: il 55% la ritiene una forma d’amore come l’eterosessualità, contro il 50,1% dei maschi. Maggiore la tolleranza di chi ha un titolo di studio più elevato: il 19% fra chi possiede la licenza elementare o è privo di titolo la considera al pari dell’omosessualità, contro il 40,8% di chi ha la licenza media, il 54,4% dei diplomati, e il 60,3% dei laureati. Viceversa a considerarla immorale è il 32,8% di chi ha la licenza elementare, il 13% di chi ha la licenza media, il 9,1% di chi ha il diploma di maturità e solo il 4,6% dei laureati. La larga maggioranza dei cittadini di sinistra (74,2%) considera in ugual modo l’amore eterosessuale e quello omosessuale; lo stesso si osserva in più della metà di quanti si definiscono di centro-sinistra (58,5%), a fronte di percentuali decisamente più contenute di quelli di centro (41,7%) e, soprattutto, di centro-destra (32,7%) e di destra (31,1%). Viceversa l’omosessualità viene tollerata soltanto se non ostentata nel 49,5% dei casi a centro-destra, nel 44,8% al centro, nel 36,5% a destra. Fra coloro che si riconoscono politicamente nella destra risulta nettamente superiore alla media la percentuale di chi considera immorale l’omosessualità (29,7%), a fronte del 4,8% del centro-sinistra e del 5,5% della sinistra. Ma l’indagine ha esaminato anche, rispetto all’orientamento sessuale, il rapporto tra genitori e figli. Se il proprio figlio rivelasse di essere omosessuale il 53,5% degli italiani, dopo una prima reazione di sorpresa, accetterebbe la circostanza senza problemi. Il 13,7% tollererebbe il fatto, ma chiederebbe al figlio di non parlarne più, il 12,7% non riuscirebbe ad accettarlo. Solo una minoranza (2,2%) porterebbe il figlio da un medico pensando che si tratti di un problema momentaneo. Sul versante opporto, quello dell’adozione di figli, da parte di coppie gay, vince il fronte del no. Solo una minoranza si dice favorevole, 19%, mentre il 69,1% è contrario. Un fronte contrario che si sta allargando, sottolinea il rapporto, se nella precedente indagine del 2003, la quota dei favorevoli era del 27%. Un ritorno, sottolinea il dossier, di parte dell’opinione pubblica su posizioni più conservatrici.
fonte: Telecom Media News
Tutti gli animali hanno relazioni omosessuali
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giugno 24, 2009

Secondo una nuova ricerca l’omosessualità esiste in quasi tutto il regno animale e può perfino essere vitale per la sopravvivenza delle specie. Accoppiamenti con lo stesso sesso sono stati in precedenza osservati in più di 1.000 specie inclusi i delfini e i pinguini ma ora gli scienziati affermano che accada anche tra i vermi, le rane, gli uccelli e molti altri animali. Queste scoperte sono una specie di “guanto di sfida” per quei punti di vista convenzionali sul comportamento delle specie animali e per coloro che sostengono che l’omosessualità sia innaturale. Il dottor Nathan Bailey, biologo evoluzionista, ha dichiarato che è evidente che il comportamento sessuale con lo stesso sesso si estende molto al di là degli esempi ben noti che dominano sia la letteratura popolare che quella scientifica, per esempio i bonobo, i delfini, i pinguini e le mosche della frutta; quasi un terzo degli albatros Laysan sull’isola hawaiana di Oahu sono stati allevati da due femmine che si sono messe insieme per allevare la prole perché c’è stata una diminuzione di albatros maschi. Una coppia di pinguini maschi ha recentemente “covato” un uovo allo zoo Bremerhaven nella Germania settentrionale dopo che i suoi genitori biologici l’avevano rifiutato. Metà del tempo che i delfini “a naso di bottiglia” maschi fanno sesso lo fanno con altri maschi mentre per gli avvoltoi “barbuti” maschi gli incontri con individui dello stesso sesso sono un quarto di tutti gli incontri. L’esistenza dell’omosessualità tra gli animali ha ispirato, tre anni fa, un mostra in un museo a Oslo in Norvegia in cui venivano mostrate fotografie di “azioni sessuali” tra maschi di balene e di giraffe ma gli scienziati sostengono, in questo nuovo studio, che le ragioni per gli accoppiamenti con lo stesso sesso possano variare da specie a specie e hanno aggiunto anche che sono necessari altri studi per capire quanto l’omosessualità negli animali sia un fattore ereditario e per determinare quali siano le sue ragioni genetiche.
Fonte. Italia notizie
Il terrore di volare
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giugno 23, 2009

La tragedia dell’Airbus inabissatosi nell’Atlantico condizionerà gli italiani nella scelta del mezzo di trasporto e delle mete vacanziere. Due su tre hanno paura di volare. Una fobia che si può superare: ecco come
Abbiamo tutti seguito col cuore in gola la terribile vicenda dell’Airbus Air France partito da Rio de Janeiro alla volta di Parigi, inabissatosi nelle acque dell’oceano Atlantico a largo delle coste del Senegal. Una disgrazia che condizionerà gli italiani nella scelta del mezzo di trasporto nel corso delle vacanze estive, e di conseguenza nella scelta delle mete turistiche. Lo dichiara la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell’Euroda (Associazione Europea Disturbi e Attacchi di Panico).
Due italiani su tre hanno il terrore di volare. Si va da chi nutre una vera e propria fobia per il mezzo a chi lo prende solo se costretto. Per questi ultimi, che rappresentano la maggioranza di chi teme dell’aereo, aumenterà ulteriormente la paura in seguito all’ultima tragedia dei cieli. «Rafforzeranno le loro convinzioni secondo le quali volare mette la vita in pericolo – spiega la psicoterapeuta – non a caso nei nostri centri, ogni volta che si registra una tragedia nei cieli, le richieste di aiuto per chi soffre di ansia e paura dell’aereo aumentano». «Ogni cosa che noi evitiamo per paura – aggiunge l’esperta – indebolisce il rapporto di fiducia con noi stessi portando alla conseguenza che nel tempo le cose che ci fanno paura possono aumentare e il disagio psichico propagarsi a varie situazioni».
Ma questa paura ha delle fondamenta reali? Secondo le statistiche no, perché l’aereo si conferma il mezzo di trasporto più sicuro, col minor numero di decessi. Le vittime di incidenti aerei nel mondo l’anno scorso sono state 502, contro i 1.258 morti su rotaie (dati del 2006), 1,3 milioni di decessi sulle strade. Si consideri poi che sui treni viaggia circa la metà dei passeggeri che prendono aerei di linea, ma la mortalità è più che doppia. La strada si conferma essere di gran lunga la più pericolosa.
L’aerofobia (o aviofobia) è tra le fobie più diffuse, insieme all’agorafobia e la claustrofobia. L’ansia si manifesta alcuni giorni prima della partenza e aumenta sempre più con l’avvicinarsi del fatidico momento. I sintomi che accompagnano l’ansia vanno dall’eccessiva sudorazione alla tachicardia, ma anche nausea, diarrea, affanno e tensione muscolare, che arrivano a sfociare addirittura in veri e propri attacchi di panico. Alcune volte l’aerofobia si manifesta in seguito a esperienze negative vissute nel corso di un volo, ma capita molto spesso di no. In questo spesso è determinata dal terrore di non poter controllare direttamente la situazione e affidarsi a un altro (il pilota).
Ecco qualche consiglio per affrontare la paura:
- Nelle ore precedenti alla partenza evitate bevande contenenti caffeina e alcolici
- Se possibile chiedete a un amico o un parente di volare con voi
- Arrivate in aeroporto riposati e possibilmente non all’ultimo minuto, così avrete modo di familiarizzare con l’ambiente
- Parlate agli assistenti di volo dei vostri timori: sono abituati a fronteggiare questo genere di situazioni
- Cercate di distrarvi durante il volo, portandovi delle riviste, un libro, ascoltate la musica che più vi piace
Se tutto questo non fosse sufficiente potrete rivolgervi al medico curante che vi prescriverà dei farmaci tranquillanti da assumere prima dell’imbarco. Esistono inoltre seminari e gruppi di supporto (spesso organizzati dalle stesse compagnie aeree) per vincere l’ansia e ricominciare a volare in tutti i sensi. (Libero News)
fonte: Libero News
Cure cyber per le fobie e il sesso
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giugno 23, 2009

I mondi virtuali che ci guariscono
Un mondo ghiacciato per dare sollievo al dolore di un’ustione, una metropolitana affollata per mettersi alla prova quando si ha la fobia della gente, scenari di guerra in cui i veterani possono affrontare lo stress post-traumatico, ma anche un mondi virtuale in cui guarire da anoressia, impotenza e addirittura morbo di Parkinson. Insomma, sono le nuove frontiere della cyberterapia, pronta a scendere in campo contro la fobia da insetti o per rieducare un arto paralizzato dopo un ictus.
Realtà virtuale, caschetti e guanti hi-tech sono protagonisti del meeting internazionale di “Cybertherapy e Cyberpsychology Conference” in corso in questi giorni a Verbania, L’evento è nato a San Diego nel 1991 come incontro fra centri Usa, per aprire poi le porte a europei, giapponesi e coreani dal 1995. L’Italia è all’avanguardia in questo campo, grazie al lavoro di ricerca svolto da alcune università (Cattolica e Padova) e al lavoro clinico di Irccs come l’Istituto auxologico, la Fondazione Don Gnocchi, la Fondazione Santa Lucia e l’ospedale San Camillo di Roma.
Le nuove tecnologie potranno potenziare le terapie tradizionali in molti campi. “E’ possibile aiutare una persona alla quale è stato amputato il braccio ad accettare la perdita dell’arto e a superare le sensazioni immaginarie che prova, trasferendole su quello sano”, spiega Giuseppe Riva, psicologo e ricercatore dell’Istituto auxologico italiano e dell’università Cattolica, “O ancora permettere a un malato di Parkinson di migliorare la capacità di movimento, immergendolo in un ambiente virtuale in cui si trova a superare ostacoli immaginari e rallentando i movimenti per spingerlo ad aumentarne la velocità e l’intensità”.
Utilizzando una tecnologia che porta i pazienti ad osservare una simulazione generata al computer, è possibile aiutare una persona colpita da ictus a recuperare la funzionalità di un arto colpito da paresi, attraverso una sorta di “training mentale”.
In ambito psicologico, invece, la cybercura trova utilizzi proficui nei casi di anoressia, nella quale il paziente ha un’immagine distorta di sé. ”Qui – dice Riva – si usa la realtà virtuale per cercare di correggere questa percezione sbagliata con esercizi di tipo corporeo, che permettono al malato di riappropriarsi della sua giusta dimensione”. In pratica, si rieduca il paziente a “vedersi sano”, cosa che la malattia gli impedisce. Lo stesso approccio permette di curare i disturbi di ansia, le fobie e lo stress dei veterani di guerra, ricreando con la realtà virtuale ambienti che abituino il paziente a superare gradualmente le sue paure.
Un viaggio virtuale può anche portare alla ricerca della virilità perduta, in cui il paziente impara a vedere se stesso come un guerriero che ha rotto la sua spada. Il paziente ripercorre in chiave simbolica le fasi della sua vita, dall’infanzia all’adolescenza fino all’età adulta, in cui ha costruito la sua identità sessuale, e ricorda fatti ed eventi anche sgradevoli, ricostruendoli poi con lo psicoterapeuta. Il cuore della sperimentazione sulla realtà virtuale per curare i disturbi sessuali maschili è Mestre, dove un gruppo di ricercatori guidati da Gabriele Optale, medico psicoterapeuta e ginecologo, ha messo caschi hi-tech sulle teste dei pazienti e, armati di computer e joystick, li ha accompagnati con buoni risultati in un percorso alla ricerca dello scoglio psicologico che generava in loro problemi come impotenza ed eiaculazione precoce”.
Gli ostacoli maggiori a queste applicazioni vengono dal fattore costi. La spesa non è tanto legata alle apparecchiature, quanto al fatto che il Sistema sanitario nazionale non prevede ancora alcun rimborso per le cure che si basano sulla realtà virtuale.
Rimossi tatuaggi da ragazza-tattoo
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giugno 19, 2009
Belgio,operazione a spese del tatuatore
Il tatuatore che ha disegnato 56 stelle sulla faccia di una 18enne belga che ne voleva solo tre, pagherà oltre 11mila euro per gli interventi che li elimineranno. Non parla il fiammingo, e questa sarebbe una delle cause dell’incidente, secondo quanto sostiene la ragazza. Lui invece continua a ribadire di aver disegnato quanto richiesto. Pagherà perché “non voglio che le persone siano infelici a causa del mio lavoro”.
Rouslan Toumaniantz è un 37enne tatuatore parigino che dall’inizio dell’anno vive e lavora a Kortrijk nelle Fiandre (a nord del Belgio). Non parla il fiammingo, e questa sarebbe una delle cause dell’incidente, secondo quanto sostiene la ragazza. Secondo Tattoo Bert, uno dei più famosi tatuatori del Belgio, “la ragazza è stata stupida, ma il tatuatore ancora di più”.
Intanto Kimberley è già diventata una stella su internet. Dai fotomontaggi delle locandine di film come “Starmageddon” o “Starface”, fino ai gruppi di fan su Facebook, tutti pazzi per la ragazza dalle 56 stelle.
tags: facebook
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Paletta e secchiello per curare anoressia, bulimia e traumi nei bambini.
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giugno 19, 2009
È la Sand Play Therapy: giocare con la sabbia per guarire Ancora poco conosciuta in Italia, ma più diffusa all’estero. È la “Sand Play Therapy” (terapia del gioco della sabbia), la psicoterapia che usa la sabbia e il gioco per individuare e curare i traumi nei bambini vittime di abusi o violenze, i disturbi alimentari come anoressia e bulimia, le tossicodipendenze.
Il metodo fu elaborato verso la fine degli anni Cinquanta da Dora Maria Kalff (1904 – 1990), psicologa junghiana e allieva di Margaret Lowenfeld.
La Sand Play Therapy unisce due metodologie basate su: la “tecnica del mondo” (World Technique) di Margaret Lowenfeld e sulla psicologia analitica di C.G. Jung.
Margaret Lowenfeld, la pediatra che fondò una delle prime cliniche psicologiche in Inghilterra, elaborò gli strumenti adottati oggi dalla terapia: una cassetta piena di sabbia, o sabbiera, e vari oggetti in miniatura. L’utilizzo di questi strumenti permette di esprimere l’interiorità facendo affiorare elementi inconsci grazie al linguaggio simbolico del gioco. La possibilità di manipolare la sabbia creando un mondo immaginario, ma tridimensionale, permette di far riemergere anche esperienze traumatiche sepolte inconsciamente o volutamente. Esperienze a volte drammatiche che non si possono raccontare, che si ha paura di ricordare.
Anche se inizialmente indirizzata ai bambini, la terapia con la sabbia, si è evoluta per offrire un supporto anche agli adulti con problemi psicologici.
Il gioco con la sabbia offre un metodo terapeutico semplice, ma efficace, che dimezza in alcuni casi i tempi rispetto a una terapia analitica classica. In più, giocando con la sabbia il bambino è più disponibile nei confronti dell’adulto (terapeuta) e si riesce più facilmente a superare le barriere di diffidenza erette nei confronti del mondo e delle persone. Dopo alcuni mesi di terapia la maggioranza dei pazienti vede riaffiorare ricordi sepolti o rimossi dando la possibilità concreta di essere aiutati nel superamento dei traumi o dei blocchi.
Nel 1985, venne ufficializzata la terapia con il supporto di numerosi medici e terapeuti internazionali (tra cui anche due italiani: dr. Paola Carducci e dr. Andreina Navone) i quali fondarono la Società Internazionale per la Sandplay Therapy (ISST).
