Archive for maggio, 2009

Cresce la febbre del gioco d’azzardo

gioco1Negli ultimi mesi sono aumentate in Emilia Romagna le denunce della Guardia di Finanza per gioco d’azzardo, molte le macchinette illegali messe sotto sequestro. L’ultimo caso e’ quello di Porto Garibaldi (FE) dove a chiamare i finanzieri sono state le mogli degli uomini ossessionati dalle slot. Di fronte a questa emergenza di stringente attualita’, non manca l’attenzione degli psicologi per una forma di dipendenza dove schiavitu’, ossessione e ripetitivita’ diventano patologiche.

Secondo delle recenti indagini in Emilia Romagna si stima che una percentuale tra l’1% e il 3% dei giocatori sviluppi problemi di gioco d’azzardo patologico. In particolare nella Provincia di Modena circa 1.800 persone presentano problemi legati al controllo del gioco e difficolta’ economiche, relazionali e psicologiche a questo correlate. “La dimensione del gioco – spiega Manuela Colombari, Presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna – viene alterata e trasformata in un comportamento distruttivo alimentato da una serie di problematiche psicologiche. Il mancato controllo degli impulsi e’ alimentato da un crescente senso di tensione o allarme, tipico prima dell’azione, seguito da un vissuto di piacere, gratificazione e sollievo nel momento stesso in cui si mette in atto l’azione. Il gioco diviene – spiega la Colombari – un bisogno irrefrenabile e incontrollabile al quale si accompagna una forte tensione emotiva ed una incapacita’ di ricorrere ad un pensiero riflessivo e logico”. Le fasce piu’ colpite – sempre secondo gli psicologi – risultano tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori autonomi che hanno un frequente contatto col denaro e con la vendita. A questi si aggiungono altri fattori di rischio che rendono alcune persone piu’ vulnerabili: la presenza di familiari che hanno avuto problemi col gioco; la perdita o la separazione dei genitori con l’eventualmente connessa perdita di rapporto e “sano controllo” sul figlio; l’iniziazione al gioco in eta’ adolescenziale; la scarsa educazione al risparmio da parte della famiglia di origine.

Ad intervenire come fattori di rischio ci sono poi anche alcune caratteristiche di personalita’ come ad esempio la tendenza a ricercare il pericolo e/o le esperienze eccitanti ed una certa irrazionalita’ del pensiero che porta il giocatore a sovrastimare le vincite e dimenticare le perdite. Ma come riconoscere la vera dipendenza? “Attraverso sintomi di astinenza e sintomi di perdita di controllo manifestati dall’incapacita’ di smettere di giocare. I giochi – spiega la Colombari – che sembrano predisporre maggiormente al rischio sono quelli che offrono maggiore vicinanza spazio-temporale tra scommessa e premio, quali le slot-machine, i giochi da casino’ ma anche videopoker e il Bingo. Dal punto di vista psicologico esistono diverse tipologie di approccio al tema. Le piu’ efficaci sono sicuramente i gruppi di auto-aiuto, presenti in moltissime citta’ e basati sulla condivisione di esperienze e storie personali; percorsi individuali e percorsi familiari”.
fonte: Il giornale di Modena

Aida Yespica, la depressione post partum e la voglia di tornare in tv

GENOVA – Aida Yespica confessa al settimanale Panorama la sua depressione post partum che l’ha allontanata dal compagno Matteo Ferrari. Ora che la crisi è passata la show girl rivela i suoi desideri, e il suo amore per il figlio Aron e il fidanzato. Subito dopo la nascita del bambino, la bella venezuelana aveva abbandonato la casa di Genova che condivideva con il campagno e portato il bambino con sè. A causare questo distacco era stata la depressione post partum, che colpisce molte donne dopo la prima gravidanza:” Dopo la nascita di mio figlio ho avuto la depressione post partum, non avevo voglia di vedere nessuno, mi andava di stare da sola. Sono cose che capitano spesso ad una neomamma”. Matteo l’ha supportata, cercando di capire che la fidanzata stava attraversando un momento di difficoltà: “Ha avuto grande rispetto per questo momento difficile che ho attraversato, ma abbiamo vissuto separati per un breve periodo. Matteo è un uomo straordinario, ha tanta pazienza, non cerca la lite a tutti i costi. Io invece ho un bel caratterino, sono testarda e determinata nel prendere le decisioni che ritengo necessarie. Adesso Aron ha quattro mesi, siamo orgogliosi di come sta crescendo e tutti e tre cerchiamo di goderci la serenità familiare nella maniera migliore.” Ora la crisi è stata brillantemente superata ed i due sono tornati a vivere insieme, sono una vera famiglia. Se le cose sul fronte sentimentale si sono risolte, anche per quanto riguarda il lavoro Aida speria rimettersi presto in carreggiata. Il suo obiettivo ora è dimagrire, recuperare la forma perduta a causa della gravidanza, per tornare in tv più in forma e più bella di prima.

fonte: Panorama

Gemelli italiani svelano segreto autostima, è nel Dna

Ottimismo influenzato anche da ambiente

Sicuri di sé e soddisfatti della vita? Bisogna dire grazie ai geni, mentre se il bicchiere è sempre mezzo pieno conta anche l’ambiente in cui siamo cresciuti. Autostima, soddisfazione di vita e ottimismo hanno, infatti, una base genetica comune. Ma nell’ultimo caso l’ambiente sembra avere un peso maggiore rispetto al Dna. Lo rivela uno studio su centinaia di gemelli pubblicato sulla rivista ‘Behavior Genetics’ e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, in collaborazione con i Dipartimenti di psicologia delle Università Sapienza di Roma, Bicocca di Milano e con l’ateneo americano di Stanford (California).

autostima
La ricerca, che ha coinvolto 428 coppie di gemelli, monozigoti e dizigoti, tra i 23 e i 24 anni, iscritte al Registro nazionale gemelli (www.gemelli.iss.it), ha calcolato le stime di ereditabilità di questi tratti del carattere. Ebbene, le percentuali sono risultate del 73% per l’autostima, del 59% per la ‘soddisfazione di vita’ e del 28% per l’ottimismo. Dunque, i dati mostrano che autostima e soddisfazione di vita sono influenzate, in larga misura, da fattori genetici, mentre per l’ottimismo il ruolo dell’ambiente sembra essere preponderante.

“Ciò può essere dovuto al fatto – spiega Maria Antonietta Stazi, coordinatrice del Registro nazionale gemelli all’Iss e coautrice della ricerca – che l’incertezza del futuro, specialmente in una fascia di età giovane adulta come quella dei gemelli esaminati, rende il grado di ottimismo particolarmente soggetto all’effetto di esperienze contingenti. Quali, ad esempio, il completamento degli studi, l’inizio di un nuovo lavoro oppure il raggiungimento di una migliore posizione economica”. Ma il risultato “davvero innovativo dello studio – aggiunge Corrado Fagnani, ricercatore del Registro nazionale gemelli che ha sviluppato i modelli matematici per questo lavoro – è sicuramente rappresentato da un’elevata correlazione genetica e da una bassa correlazione ambientale riscontrata tra autostima, soddisfazione di vita e ottimismo. I fattori genetici, quindi, sembrano essere largamente condivisi da queste attitudini caratteriali, mentre le esposizioni ambientali potrebbero essere specifiche per ciascuno dei tratti. I risultati indicano che interventi di tipo ambientale per promuovere la salute mentale – sottolinea – potrebbero avere una maggiore influenza su specifici aspetti del benessere psicologico”.

I risultati di questo studio possono costituire la base per future ricerche mirate a individuare varianti geniche che predispongono contemporaneamente all’autostima, alla soddisfazione di vita e all’ottimismo. “Questi tratti – conclude la Stazi – potrebbero rappresentare le dimensioni fondamentali di una ‘sindrome da attitudine positiva’, in grado di proteggere dalla depressione, che vede proprio in un atteggiamento negativo verso se stessi, la vita e il mondo le sue caratteristiche peculiari”.

La Banca biologica del Registro gemelli è nata nel 2006 al Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell’Iss. Il progetto prevede l’arruolamento di volontari con la raccolta di sangue, saliva e informazioni sullo stato di salute e gli stili di vita di ciascuno. I risultati, insieme all’analisi dei dati clinici e degli stili di vita, contribuiranno a fornire risposte sulle relazioni tra le nostre caratteristiche biologiche e i nostri geni, gli stili di vita e l’ambiente in cui viviamo. Attualmente la Banca biologica conserva materiale raccolto da 1.200 persone (gemelli e non), di varie età, residenti in diverse aree del Paese, per vari progetti di ricerca.

Fonte : Magazine Stile di vita italiano e benessere

Gioco d’azzardo, 1800 dannati a Modena

«Il fenomeno è in crescita. E ci sono famiglie completamente rovinate»

A Modena 1800 schiavi del gioco d’azzardo. Il dato è fornito direttamente dall’ordine degli psicologi. Casi accertati, quindi, si presume. Per altri addetti ai lavori sono di più. E il “sommerso” spaventa. Vito Zironi, della specifica associazione Papa Giovanni: «C’è un mondo nascosto, coperto ancora dalla vergogna, dalla mancanza di informazioni. La nostra associazione è attiva a Reggio da dieci anni, a Modema da sei. L’Usl ha aperto da due anni e mezzo un ambulatorio per giocatori patologici. Ben venga ora l’ordine degli psicologi: l’attenzione è ancora bassa».azzardo
Così Vito Zironi, referente per Modena dell’associazione Papa Giovanni XXIII che si occupa del recupero delle persone malate di gioco, giovani e meno giovani che hanno formato nel tempo una dipendenza dal gioco d’azzardo tale da coprirsi di debiti, una vita devastata economicamente e soprattutto affettivamente, con distruzione dei legami famigliari, perdita del lavoro, perdita delle amicizie. Una distruzione tipica di chi ha sviluppato una dipendenza o da una sostanza, droga o alcol, o dal gioco d’azzardo.
Gioco d’azzardo: non c’è distinzione, se non nella frequenza, tra un tipo di gioco o un altro. Bingo, tombola, schedine di ogni tipo, sala corse, scommesse alla luce del sole oppure clandestine, il poker e il videopoker: sono tutti giochi, sì, ma giochi d’azzardo. Ovunque c’è l’azzardo, ovunque si metta in gioco del denaro, si scommetta qualcosa ecco che scatta il pericolo intrinseco del gioco. Il “brivido” che diventa malattia.
Lo spunto per fare il punto modenese sulla piaga legata all’azzardo è dato dall’intervento, a livello regionale e locale, dell’ordine degli psicologi, a fronte dei segnali inequivocabili che vengono dalle forze dell’ordine su questo problema. Retate della Finanza e denunce per gioco d’azzardo, i sequestri di macchinette perché truccate e il caso avvenuto a Porto Garibaldi dove a chiamare i finanzieri sono state le mogli degli uomini ossessionati dalle slot. «Secondo recenti indagini – sostiene l’ordine regionale degli psicologi – in Emilia Romagna si stima che una percentuale tra l’1 e il 3% dei giocatori sviluppi problemi di gioco d’azzardo patologico. A Modena e provincia di Modena circa 1.800 persone presentano problemi legati al controllo del gioco e difficoltà economiche, relazionali e psicologiche a questo correlate. Le fasce più colpite – sempre secondo gli psicologi – risultano, tra le donne, le casalinghe e le lavoratrici autonome; e, tra gli uomini, i disoccupati o i lavoratori autonomi che hanno un frequente contatto col denaro e con la vendita. A questi si aggiungono altri fattori di rischio che rendono alcune persone più vulnerabili: la presenza di familiari che hanno avuto problemi col gioco; la perdita o la separazione dei genitori con l’eventualmente connessa perdita di rapporto e “sano controllo” sul figlio; l’iniziazione al gioco in età adolescenziale; la scarsa educazione al risparmio da parte della famiglia di origine. Ad intervenire come fattori di rischio ci sono poi anche alcune caratteristiche di personalità come ad esempio la tendenza a ricercare il pericolo e/o le esperienze eccitanti ed una certa irrazionalità del pensiero che porta il giocatore a sovrastimare le vincite e dimenticare le perdite».

«Le fiabe per sviluppare l’autostima»: manuale creativo per genitori e insegnanti
di Redazione

Chi, almeno una volta nella vita, non ha sofferto un complesso di inferiorità? E chi, sempre una volta divenuto genitore, non desidera infondere nei propri figli la sicurezza in sé e l’amor proprio? Ma l’autostima non è di frequente un dono innato. Piuttosto è una conquista. Lo sanno bene Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, la prima psicologa e psicoterapeuta esperta nella formazione di insegnanti e genitori e docente di Psicopatologia nelle professioni di aiuto, il secondo dirigente scolastico e professore di Psicologia Sociale che tra le molteplici attività che svolgono – in coppia nel lavoro e nella vita – hanno trovato il tempo di scrivere il libro «Le fiabe per aumentare l’autostima. Un aiuto per grandi e piccini», riproponendo per la seconda volta la fortunata intuizione di far scivolare sulle ali della fantasia contenuti importanti per la formazione individuale. Così dopo «Le fiabe per affrontare i distacchi della vita» sul dolore da elaborare di fronte alla morte o all’abbandono, arriva un nuovo volume dove il racconto è ancora lo stratagemma per un approfondimento sistematico di temi quali l’incontro con l’altro, i complessi, lo sguardo altrui, i pregiudizi.
Ogni racconto è preceduto e seguito da capitoli di spiegazione che analizzano i personaggi e ne rivelano l’archetipo rimandando quindi ad altre situazioni della vita. Sia Elvezia sia Giancarlo sanno come affrontare la tensione di chi si percepisce imperfetto, e perciò non si accetta. La bellezza delle fiabe, delle loro fiabe in particolare, è che si possono leggere a vari livelli e chiunque può coglierne un insegnamento. E si può apprezzare il meglio della propria esistenza come ne «Il coniglio di peluche», o sapere che tutti hanno un ruolo importante come per «La scimmietta che si succhiava il pollice» per essere più veri. E più sereni. Il testo è corredato da illustrazioni della pittrice Lia Foggetti e da un’appendice con esercizi di potenziamento dell’autostima.
«Le fiabe per sviluppare l’autostima» di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra Franco Angeli Le Comete, 163 pagine

Gazzetta di Modena Stefano Totaro

Sesso: cala il desiderio nelle giovani donne

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Sempre più donne hanno un calo del desiderio. Un generale malessere causato dall’errata convinzione di doversi adeguare a modelli sociali e sessuali non corrispondenti alla loro esperienza. Si stanno sperimentando soluzioni mirate per combattere il problema

Ahi ahi ahi! Sempre più donne e sempre più giovani, perdono il desiderio sessuale e non godono a pieno i piaceri del sesso. Secondo i dati dell’ambulatorio di sessuologia clinica e ginecologia psicosomatica dell’ospedale ginecologico Sant’Anna di Torino, un numero sempre maggiore di donne con meno di 35 anni chiede aiuto al medico per disturbi sessuali, dal calo del desiderio alla mancanza di orgasmo.

Il 67% delle 300 donne che, nel 2007, si sono rivolte al servizio aveva un’età compresa tra i 19 e i 35 anni. Nel 2000 le under 35 erano il 59%. In crescita anche la percentuale delle immigrate: l’anno scorso sono state il 24%, sei anni prima erano il 9%.

Cala il desiderio nelle giovani donne, dunque. Chiara Benedetto, che dirige il dipartimento di Discipline ginecologiche e ostetriche dell’Università di Torino, racconta tra le donne di “un generale malessere causato dall’errata convinzione di doversi adeguare a modelli sociali e sessuali non corrispondenti alla loro esperienza”.
Ma, se la maggior parte delle donne con disfunzioni sessuali lamenta un calo del desiderio, ora dagli esperti è stata introdotta nella classificazione dei disturbi dell’eccitazione femminile anche una nuova patologia. E’ il disturbo dell’eccitazione sessuale persistente. La donna che ne è affetta ha un’eccitazione fisica intensa e continua.

Per Marco Massobrio, direttore del dipartimento universitario dell’ospedale ginecologico Sant’Anna di Torino, “solo un terzo delle donne con calo del desiderio vive questo fenomeno come patologico e non lo accetta”. Ma c’è qualche novità: “Sono particolarmente incoraggianti – afferma Massobrio – i primi risultati del nuovo cerotto a base di testosterone. Lo impieghiamo soprattutto nelle donne alle quali siano state asportate le ovaie”. Di più ampia diffusione, invece, potrebbe essere la “pillola di Biancaneve”, a base di flibanserina.
La flibanserina, già in uso come antidepressivo, agisce sui recettori della serotonina e della dopamina, neurotrasmettitori sui centri cerebrali del desiderio. L’ospedale di Torino è uno dei quattro italiani (con Pisa, Catania e Pavia) a partecipare alla sperimentazione europea della “pillola di Biancaneve” ed è in corso il reclutamento di 45 volontarie.

fonte: blog

infoescola

Sbarca in sala Feisbum, il primo film sul fenomeno Facebook

Presentato a Roma Feisbum, il divertente film mosaico tutto italiano non tanto imperniato sul ‘mezzo’ telematico quanto sulla ‘gente’ che frequenta il social network più affollato del mondo e le sue nevrastenie

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Uscirà l’8 maggio prossimo l’instant-movie italiano diviso in 8 episodi e 4 minuscole pillole di celluloide interamente incentrato su vizi e virtù della virtual community più popolosa del mondo (8 milioni di iscritti solo in Italia), sui i comportamenti deviati e devianti degli internauti, sulla rivoluzione nelle modalità di contatto tra le persone e sui cambiamenti che l’uso di internet ha scatenato nelle nostre relazioni interpersonali.
Graffiante, grottesco e molto movimentato, Feisbum è stato realizzato a titolo gratuito da tutto il cast tecnico e artistico con un ruolino di marcia veramente da record: otto film in otto giorni girati a febbraio per un totale di due mesi di lavorazione per poi giungere in sala a maggio. Il film nasce da un’idea del produttore Marco Scaffardi (con la collaborazione di Serafino Murri, ex-critico cinematografico ora anche regista di uno degli episodi) che da buon osservatore e praticante della religione di Facebook ha raccolto nel web testimonianze, aneddoti e piccoli spaccati di vita vissuta e riunito un folto cast di attori e registi dai volti più o meno noti dando vita al film d’esordio della sua casa di produzione, la Just Us Film Production. Distribuito dalla neonata Full Moon Distribution Feisbum segna al’esordio dietro la macchina da presa per buona parte degli otto registi coinvolti nel progetto (tra i quali c’è anche Dino Giarrusso, aiuto regista di grandi nomi come Risi, Tognazzi e Scola) ed invaderà le sale con ben 200 copie.

Volti famosi come quelli di del regista Alessandro Capone degli attori Mita Medici, Giorgio Colangeli, Pietro Taricone, Cecilia Dazzi e Monica Scattini che si ‘mischiano’ sapientemente a quelli delle giovani promesse del nostro cinema per realizzare un originale collage di piccoli docu-film che nella sua globalità delinea un impietoso ritratto dei nostri tecnologici ed alienanti tempi moderni. “Quelle raccontate in Feisbum sono storie interamente ispirate a fatti realmente accaduti” – ha dichiarato l’ideatore di questo bizzarro e innovativo progetto cinematografico Marco Scaffardi – “certo tutto è notevolmente amplificato e portato all’eccesso, potremmo definire il film come un moderno esperimento di neo-neo-neo realismo“. Truffe di ogni tipo, sesso virtuale, furti d’identità e di contatti, chattatori fedifraghi, violazioni della privacy con foto e filmati, dipendenza patologica da internet, manie di persecuzione, amici perduti e compagni di scuola ritrovati, insomma un gran calderone telematico che negli ultimi anni, grazie a (o per colpa di) Facebook, ha cambiato radicalmente la nostra società. “Grazie a Facebook e a internet in generale riusciamo oggi ad entrare in contatto con persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto” – ha sottolineato argutamente Serafino Murri, uno degli otto registi di Feibum e co-ideatore del film – “poi quando ci si conosce dal vivo si subisce una sorta di metamorfosi, ci si guarda negli occhi e spesso non si ha più niente da dire all’altra persona, tutto improvvisamente cambia agganciando in maniera brusca e talvolta traumatica gli eventi alla realtà“.

Assurdo come il fenomeno Facebook sia entrato ormai nella quotidianità di milioni e milioni di persone, in un momento delicato come quello attuale in cui tutti sembrano invece ossessionati dall’integrità della propria privacy e dagli sguardi indiscreti delle migliaia di videocamere sparpagliate in ogni angolo del mondo pronte ad immortalare chiunque e dovunque: “Quando ho iniziato ad usare Facebook ho perso immediatamente il contatto con la realtà” – ha dichiarato l’attrice Camilla Filippi, protagonista della pillola Finchè morte non ci separi, che apre il film – “mi sembrava veramente troppo condividere con milioni di persone i fatti propri, da foto private ad esperienze di vita passando per le amicizie e le conoscenze più o meno strette. Per questo alla fine mi sono ‘suicidata’ da Facebook e ho scelto di cancellarmi“.

Era tantissimo il materiale che i realizzatori avevano in mano per la costruzione di Feisbum, ma tra le centinaia di possibili sceneggiature sono state scelte queste dodici piccole storie che sviscerano più o meno tutti gli argomenti più sfiziosi. “Sono molto felice di aver partecipato a questo film e di aver potuto collaborare con tanti bravi professionisti e di aver potuto in qualche modo contribuire a dare una possibilità a tanti nuovi talenti” – ha dichiarato Mita Medici, che nel film interpreta una barista che grazie ad una coincidenza e ovviamente a Facebook ritrova una sua vecchia fiamma – “lavorare in un ambiente giovane e creativo mi ha fatto bene, credo molto in questo film, speriamo che il pubblico premi il nostro lavoro e ci regali grandi soddisfazioni”.

Di certo non sarà facile per Feisbum barcamenarsi nell’affollatissimo calderone delle uscite di questo periodo, ma l’elevato numero di copie distribuite, il titolo furbetto e invitante e le infinite risorse di Facebook potrebbero regalare la famosa marcia in più a questo piccolo frizzante film nostrano senza grilli per la testa.

a cura di Luciana Morelli

Disturbo da Internet Dipendenza

Le forme di dipendenza da Internet sono in aumento e destano un notevole allarme sociale: si rifiuta la vita socio-relazionale e ci si isola da tutto. L’unica forma di comunicazione avviene mediante l’utilizzo di dispositivi elettronici.

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Quando ti svegli la notte per controllare l’e-mail, quando si rompe il computer e quasi impazzisci, quando non ti va più di uscire di casa perchè vuoi stare davanti al computer… a questo punto forse è arrivato il momento di farsi curare, perché quelli sopra descritti sono i sintomi dell’Internet Addiction Disorder, ossia del Disturbo da Internet Dipendenza.

Un po’ di storia

L’espressione IAD, Internet Addiction Disorder, viene introdotta nel 1995 dal dottor Ivan Goldberg, psichiatra americano, il quale, con la parola addiction, si riferiva ad una dipendenza patologica, ossia ad una ricerca reiterata di una forma di piacere che crea disagio per dipendenza. Il dottor Ivan Goldberg riteneva che l’errato uso di Internet causasse danni clinicamente significativi.

In Italia si è iniziato a parlare di dipendenza da Internet nel 1997, quando è stata introdotta l’espressione IRP, Internet Related Psychopathology, che il Dottor Tonino Cantelmi definisce come una serie di disturbi che appartengono ad una più ampia categoria di patologie. Tra questi disturbi, ricordiamo la dipendenza dal gioco d’azzardo on-line, la dipendenza da cyber-relazioni e la dipendenza da una quantità eccessiva di informazioni.

Cantelmi segnala due tappe del percorso che conduce alla Rete-dipendenza:

  • Fase Tossicofila: è caratterizzata dall’aumento delle ore di collegamento ad Internet, con conseguente perdita di ore di sonno, controlli ripetuti di e-mail e siti preferiti, elevata frequenza di chat e gruppi di discussione, idee e fantasie ricorrenti su Internet quando si è off-line;
  • Fase Tossicomanica: ad essa sono riconducibili collegamenti ad Internet estremamente prolungati, al punto da mettere a rischio la propria vita sociale, affettiva, relazionale, lavorativa o di studio.

Predisposizione

I soggetti a rischio hanno un’età compresa tra i 15 e i 40 anni, hanno una buona conoscenza dell’informatica, spesso sono isolati per ragioni lavorative (es. turni notturni di lavoro) o geografiche e solitamente presentano problemi psicologici, psichiatrici o familiari preesistenti alla Rete-dipendenza (tra questi problemi spiccano solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al lavoro, depressione, problemi finanziari, insicurezza dovuta all’aspetto fisico, ansia, lotta per uscire da altre dipendenze, vita sociale limitata, etc…)

Sintomatologia

I sintomi più frequenti: ansia, insonnia, depressione, alterazione del ritmo sonno-veglia, distorsione del tempo, alterata percezione di se stessi, disturbi della personalità, riduzione della capacità di relazione e del contatto con la realtà, la sfera affettiva e il lavoro, perdita della capacità di limitare il tempo trascorso in Rete, a danno di ogni altro impegno.

Tre fondamentali componenti della dipendenza da Internet

Tolleranza:

  • Aumento significativo del tempo trascorso in Internet per ottenere soddisfazione;
  • Riduzione significativa degli effetti derivanti dall’uso continuo delle medesime quantità di tempo trascorso in Internet.

Astinenza:

  • Agitazione psicomotoria;
  • Ansia;
  • Pensieri ossessivi focalizzati su cosa sta succedendo in Internet;
  • Fantasie e sogni su Internet
  • Movimenti volontari e involontari di typing con le dita.

Craving o smania

  • Accesso a Internet sempre più frequente o per periodi di tempo più prolungati rispetto all’intenzione iniziale;
  • Desiderio persistente o sforzo infruttuoso di interrompere o tenere sotto controllo l’uso di Internet;
  • Dispendio della maggior parte del proprio tempo in attività correlate all’uso di Internet (acquisto di libri on-line, ricerca di nuovi siti, organizzazione di file, etc…) ;
  • Deprivazione di sonno, difficoltà coniugali, ritardo agli appuntamenti, trascuratezza nei confronti dei propri doveri occupazionali, sensazione di abbandono da parte dei propri cari.

Questi tratti, propriamente tipici della tossicodipendenza, dell’alcolismo, del gioco d’azzardo patologico (GAP), dell’attività sessuale maniacale e dell’anoressia, sono oggi riconoscibili anche in quei soggetti che fanno un uso eccessivo di Internet, per soddisfare, sul piano virtuale, quello che non riescono ad ottenere sul piano della realtà. Chi è affetto da tale forma di psicopatologia tende a percepire il mondo reale come un vero e proprio impedimento all’esercizio della propria onnipotenza, che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.

I soggetti che utilizzano la rete, oltre a non percepire l’ammontare di ore già trascorse davanti al monitor, tendono ad adirarsi facilmente con chi li distoglie dal loro “viaggio”; situazione, quest’ultima, che può essere paragonata alla risposta che un alcolista dà ad un amico trovandosi ad una festa: “soltanto un bicchierino!“, o a quella del fumatore che dice a se stesso “solo un’ultima sigaretta e andrò a dormire!“; lo stesso processo mentale viene messo in atto dai dipendenti da Internet, che risponderanno irritati, a chi gli chiede di disconnettersi, “ancora un minuto e spengo!“, oppure diranno a se stessi, razionalizzando, “un altro minuto non farà molta differenza…“, mentre invece rimarranno connessi ancora per ore e ore.

Tuttavia, a mio modesto avviso, Internet non è né alcool, né nicotina, pertanto, una volta compreso come tutto ciò possa trasformarsi in una grande perdita di tempo, dovrebbe essere possibile controllare l’utilizzo del computer e ritornare ad attività più produttive.

Hikikomori: l’ossessione degli “isolati”

Il termine hikikomori ha origini nipponiche e letteralmente significa ” isolarsi“, “rannicchiarsi in se stessi“, “stare in disparte“. Sembra il nome di un uragano o di una qualche calamità naturale, ma l’hikikomori non è niente di tutto questo, sebbene gli effetti che esso produce siano metaforicamente paragonabili a quelli di uno tsunami.

L’accezione sta ad indicare un fenomeno comportamentale piuttosto inquietante, che induce giovani e adolescenti (prevalentemente di sesso maschile) a rifiutare la vita pubblica e le relazioni interpersonali, per rifugiarsi tra le quattro mura domestiche. Unico contatto con il mondo esterno: l’utilizzo di dispositivi elettronici (TV, cellulare, PC, videogiochi…), che filtrano una realtà solo virtuale.

Per la precisione, il termine hikikomori si riferisce sia alla patologia sopra descritta, sia alle vittime di tale fenomeno.

L’hikikomori nasce nel Giappone contemporaneo, realtà in cui il livello di avanzamento tecnologico non ha eguali. C’era da aspettarselo… la tecnologia e l’informatizzazione hanno anche un lato oscuro!

Tuttavia, il fenomeno, spauracchio del Ministero Sanità giapponese, è oramai dilagato ovunque regni il progresso tecnologico. Gli hikikomori made in Italy formano un esercito ben nutrito e i racconti degli exisolati” sono davvero disarmanti: si abbandona la scuola, il lavoro, la vita sociale, e si vive davanti ad uno schermo. Pause saltuarie, giusto per dormire e sbocconcellare un panino (spesso in solitudine, quasi sempre davanti a quel monitor, da cui non si vorrebbero mai staccare gli occhi). Non si riesce a smettere di pensare a quello che è accaduto on-line. Si cerca sempre un PC per connettersi ad Internet, droga virtuale senza paragoni. Una dipendenza in senso stretto, dunque.

Si evade dalla realtà a causa di fallimenti scolastici o lavorativi, delusioni sentimentali e, più in generale, eventi che causano, nei soggetti in questione, senso di inadeguatezza e difficoltà nelle relazioni sociali.

Grazie ad Internet, coloro che nella vita reale si sentono falliti o inadeguati possono costruirsi una vita parallela, nella quale tutto è più piacevole. Ciò accade prevalentemente nei giochi di ruolo on-line, ma anche nelle chat.

Per meglio comprendere l’angosciosa esistenza degli hikikomori, vi consiglio la visione del filmAo no to“, “La torre blu” (anno 2000). “Blu” che, nella lingua inglese (blue), non indica solo il colore azzurro o turchino, ma anche uno stato psicologico di malinconia e depressione.

Il regista Katsumi Sakaguchi ha avuto la brillante idea di affidare il ruolo dell’attore protagonista ad un vero ex hikikomori. Egli è Yusuke Nakamura, che nel film (come nella sua trascorsa vita reale) si rinchiude a chiave nella sua stanza, lasciando fuori l’intero universo.

E tutto ciò, tra le mille apprensioni di una madre, che vede il figlio consumarsi nel dramma di una paradossale forma di dipendenza.

a cura di IW8RSH, Francesca Buraschi

«Ho passato un periodo di depressione. Pensavo: ti sei impegnata a vuoto»

Jing Jing Huang è arrivata in Italia quando aveva tredici anni. Si è diplomata con 110 e lode e poi ha deciso di iscriversi alla Bocconi. Oggi studia a Forlì: «Non so se potrò tornare a Milano, dipende da quanti esami mi verranno riconosciuti»

depressione

Oggi ha 22 anni e frequenta il corso di Economia all’università di Forlì. Paga poco più di mille euro di tasse e studia con profitto: nove esami in un anno e mezzo con la media del 28. Ne mancano due per essere in pari, ma va detto che nel frattempo ha frequentato anche un corso di formazione (gratuito) per «tecniche commerciali e di marketing nel mercato cinese». E’una scheggia Jing Jing Huang, arrivata in Italia quando aveva tredici anni per ricongiungersi con la sua famiglia che ha una piccola ditta tessile a Bologna. Frequentare l’università commerciale Luigi Bocconi di Milano per lei era un sogno, e che delusione quando le hanno presentato un conto di più di 8 mila euro.

Quando hai scelto la Bocconi? Stavo preparando la maturità all’Istituto commerciale Rosa Luxemburg. Non è stato facile prendere quella decisione. Le tasse sono alte: con la mia fascia di reddito, la più bassa, avrei dovuto pagare comunque più di 3 mila euro l’anno. E poi c’era il test di ingresso. Appena dato l’esame di Stato, che è andato bene, mi sono diplomata con 100 e lode, ho iniziato a studiare come una pazza.

E’ stata dura?
Più che altro bisogna essere veloci.

Insomma, una passeggiata
No, è solo che avevo studiato.

I tuoi genitori sono stati subito d’accordo con la tua scelta?
All’inizio preferivano che dopo il diploma iniziassi subito a lavorare. Ma io ho spiegato che volevo andare all’università. Poi li ho convinti anche sulla Bocconi. Gli ho spiegato che si tratta di un’università famosa in tutto il mondo, e che se ti laurei lì è molto facile trovare lavoro.

E quando è uscita fuori la storia dell’iscrizione?Ci sono rimasti male quanto me.

Ma non ti eri accorta di nulla?
Avevo visto questa clausola per gli studenti stranieri. Ma ero sicura si riferisse a chi arriva dall’estero per studiare alla Bocconi. Mi hanno sempre detto che chi si diploma in Italia è uguale agli italiani.

Quale corso avevi scelto?
Economia aziendale. Per due settimane ho frequentato le lezioni, perché le tasse andavano versate dopo l’inizio dei corsi. Ero molto emozionata e mi era piaciuto tutto: ci sono strutture fantastiche, i professori sono molto bravi, gli studenti tranquilli, mi sembrava davvero il posto ideale dove studiare.

Poi la doccia fredda
E’ stato uno choc. Ci è voluto un po’ di tempo per uscire dalla depressione: non mi andava di fare niente, mi sembrava di essermi impegnata a vuoto. E’ brutto dopo tutti questi anni essere discriminata, dopo tutti gli sforzi che hai fatto per imparare la lingua, per studiare. Per fortuna c’erano le mie amiche, la nostra associazione «Crossing».

Hai subito pensato di fare ricorso?No, per niente.

Avevi paura di metterti conto un colosso come la Bocconi?No, è che non avevo i soldi per pagare caso mai avessi perso. Poi ho conosciuto per caso l’avvocato Roberto Faure. Ha ascoltato la mia storia, e mi ha detto: «Facciamo causa, se perdiamo non paghi nulla». Così ho deciso di provare.

L’università ha fatto presente al giudice che ci sono delle borse di studio. Perché non ne hai usufruito?
Perché le borse di studio sono soltanto per chi dichiara meno di 17 mila euro. E il reddito annuo della mia famiglia è di 20 mila.

Il giudice ha stabilito che l’università deve darti il diritto di frequentare i corsi e riconoscere gli esami che hai sostenuto presso l’università pubblica. Quando torni a Milano?
Veramente devo ancora decidere. L’ordinanza dice che devono riconoscere gli esami, ma secondo le procedure dell’università. Se riconosceranno solo pochi esami, rischio di perdere troppo tempo. E non me lo posso permettere.

24 marzo 2007 – Cinzia Gubbini

Fonte: Il Manifesto