La fatica di voltare pagina
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maggio 27, 2009
Nella conversazione si tende ad usare la parola lutto anche per l’ interruzione di una relazione affettiva o per la perdita del posto di lavoro.
Di fatto la perdita c’ è anche in questi casi, ma possiamo pensare che abbia una risonanza emotiva così forte da essere equiparabile alla morte di una persona cara oppure è una facile generalizzazione che ci consente di drammatizzare una realtà comunque spiacevole, amplificandone la risonanza e consentendoci di minimizzare lo sforzo per superarla?
«Qualsiasi perdita comporta effettivamente un lutto cioè una sofferenza e richiede un percorso per gestire le proprie reazioni emotive e adattarsi alla nuova situazione – chiarisce Sforza - naturalmente c’ è differenza nella gravità delle varie perdite ma i processi elaborativi sono gli stessi».
«Quello che in ogni caso aiuta è il poter affrontare ed esprimere il proprio dolore, mantenersi in contatto con i propri familiari, con gli amici e con tutte le persone che fanno parte della propria vita quotidiana». «Minimizzare o drammatizzare la “perdita” sono difese che funzionano solo nei primi momenti perché aiutano a ridurre l’ impatto emozionale del trauma, ma devono poi lasciare il passo ai meccanismi più funzionali delle fasi successive». adm
De Micheli Angelo
Corriere della Sera
Coppia: il bello sta negli opposti
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maggio 27, 2009
Si sceglie con il cuore e…con il naso
Ci sono coppie in cui i due partner sono così diversi uno dall’altro da far chiedere a chi li osserva come facciano i due a stare insieme. Eppure, si sa, spesso gli opposti si attraggono. Lo dice la saggezza popolare, ma ora anche la scienza lo conferma, come rimostra una ricerca che ha indagato a fondo i meccanismi nascosti che entrano in gioco quando scegliamo un compagno e ci innamoriamo. Un gruppo di genetisti brasiliani ha scoperto che alla base della reciproca attrazione stanno alcuni fattori genetici, ma anche… di naso.
Il team di Maria de Graca Bicalho, responsabile del Laboratorio di immunogenetica dell’University of Parana, spiega che al centro della calamita che regola l’attrazione sessuale c’è il “complesso maggiore di istocompatibilità”, indicato anche con la sigla Mhc: si tratta di una parte del Dna fondamentale per il sistema immunitario.
La ricercatrice ha spiegato a Vienna, in occasione della conferenza annuale dell’European Society of Human Genetics, di aver scoperto che le persone con diversi complessi di istocompatibilità sono più inclini a scegliersi l’un l’altra. Si tratta di un “trucco” messo in atto da Madre Natura per assicurare alla coppia una prole più sana, spiegano gli studiosi brasiliani.
Quando al modo in cui si nascondono gli indizi per scegliere con sicurezza l’altra metà della mela, la scelta avverrebbe in base all’odore corporeo. In pratica, “annusiamo” il miglior possibile compagno, rilevando le tracce cruciali nascoste nel suo odore, oppure anche “leggendo” i segni nascosti nella struttura del suo volto.
Gli esperti sono giunti a questa conclusione dopo aver confrontato i profili genetici di 90 coppie sposate con quelli di 152 coppie “fasulle”, create a caso. Gli studiosi hanno così scoperto che i geni del Mhc delle coppie reali erano molto più dissimili tra loro di quanto non fossero le coppie casuali. Quindi, secondo gli scienziati brasiliani, quando scegliamo un partner, la nostra natura ci spinge a scegliere chi ci garantisce una futura prole con il sistema immunitario il più efficiente possibile. E in questo, il segreto sta nella diversità.
Il Mhc si colloca in una regione genetica situata sul cromosoma 6, e ha un ruolo chiave sia nel sistema immunitario che nella riproduzione. Alcuni studi precedenti hanno, infatti, dimostrato che le coppie con un Mhc simile presentano un rischio molto maggiore di non portare a termine una gravidanza.
“Anche se può essere intrigante pensare che gli esseri umani scelgano i propri partner per via delle loro somiglianze, la nostra ricerca – assicura l’esperta – ha dimostrato chiaramente che sono le differenze il segreto del successo della riproduzione e che la spinta del subconscio verso figli sani è importante per la scelta del partner. Vogliamo andare avanti con il nostro studio, indagando sulle influenze sociali e culturali, ma anche quelle biologiche, che entrano in gioco nella scelta del partner”. I ricercatori si aspettavano infatti che gli aspetti culturali svolgessero un ruolo importante nella scelta del partner, ma sono rimasti stupiti nello scoprire quanto peso ha il ruolo esercitato dai fattori genetici.
“Certamente non sottoscrivo la teoria che una variante genetica di una persona possa guidare il suo comportamento. Ma pensiamo anche che non deve essere sottovalutato l’aspetto evoluzionistico dell’inconscio nella scelta del partner. Questo – conclude la scienziata – ha un ruolo importante da svolgere nel garantire una sana riproduzione, contribuendo a garantire che i bambini nascano con un sistema immunitario forte in grado di far fronte alle infezioni.”
Come si può «dimenticare ricordando»
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maggio 27, 2009
Riuscire ad esprimere le emozioni permette di tornare a guardare avanti Le quattro fasi Un lutto passa attraverso l’ accettazione, l’ elaborazione delle emozioni, il riadattamento alla realtà e la capacità di accogliere dentro di noi la persona persa I tempi È umano desiderare d’ accorciare l’ ora della sofferenza, ma bisogna rispettare i propri tempi e seguire per intero il cammino di elaborazione del lutto

Un grande silenzio avvolge, nella nostra società, i temi della morte e del lutto. Sono argomenti tabù, oggetto di una grande rimozione collettiva, se ne parla solo quando non se ne può fare a meno: davanti a tragedie come terremoti, alluvioni, guerre o episodi di terrorismo, oppure se si discute di testamento biologico o eutanasia.Eppure tutti facciamo l’ esperienza del lutto e cerchiamo di uscirne, presi tra mille dubbi e domande.
Due psichiatri e psicoanalisti, l’ italiano Michele Sforza e lo spagnolo Jorge Tizon, hanno cercato di darci qualche risposta nel loro Giorni di dolore (editore Mondadori). Tra tante domande possibili, la prima può essere: quando il “normale” dolore per la perdita di una persona diventa patologia? «Il dolore di un lutto sconvolge il nostro modo di sentire e di essere, modifica le nostre reazioni emotive e perfino le nostre reazioni fisiche: immunologiche, endocrinologiche, metaboliche – risponde Sforza - e questo è ancora “normale”, ma lutti ripetuti o, come diciamo noi psichiatri, “non elaborati” possono portare a veri e propri disturbi fisici o psichici».
Con lutto “non elaborato” che cosa si intende? Quello non espresso, non manifestato … «Un antico proverbio spagnolo dice che “un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce“. Poter esprimere le emozioni, gestendole adeguatamente, rappresenta un aiuto perché permette di attenuare il dolore, e, allo stesso tempo, di rendersi conto di ciò che si prova, e della realtà di quanto è accaduto».
Allora, dobbiamo imparare a non mettere un freno alle nostre emozioni? «C’ è chi ha più facilità nell’ esprimerle e chi meno, molto dipende dalla cultura della famiglia e del gruppo sociale in cui si vive. In generale, possiamo però dire che soffocare le emozioni non è salutare perché ostacola la consapevolezza. Senza dimenticare che le emozioni taciute spesso “ritornano” sotto altre forme e a volte in modo patologico. Un lutto deve essere elaborato passando attraverso diverse fasi: l’ accettazione della perdita, l’ elaborazione della turbolenza emotiva, il riadattamento alla nuova realtà ed, infine, la capacità di trovare un posto, nella propria interiorità, per la persona perduta.
Questo “percorso” è uguale per ognuno di noi? «Fatte salve tutte le differenze individuali, il percorso elaborativo è una strada obbligata che intraprendiamo spontaneamente al termine della quale si trovano nuovi equilibri per riprendere a vivere in modo più sereno».
C’ è chi dice che davanti a un lutto si è sempre soli, che lo si può superare solo facendosi forza da sè, è d’ accordo? «Anche in questo caso c’ è grande variabilità. Ma non c’ è dubbio che la famiglia, in primo luogo, e tutte le altre nostre “reti” sociali , siano invece un aiuto, un sostegno per superare più facilmente, e con esiti migliori, il processo dell’ elaborazione. Alcune persone reagiscono al lutto mettendo la persona scomparsa al centro dei loro pensieri, rendendola quasi più presente di quanto non lo fosse in vita… «Per alcuni il dolore dell’ assenza si trasforma in una ricerca ossessiva di contatto, a volte così intensa ed esasperata da impedire la ripresa della vita. E’ una reazione molto frequente nelle prime fasi del lutto, ma in seguito, gradualmente, compaiono meccanismi più sani che consentono di tenere “dentro” di sé la persona perduta attraverso quel meccanismo che abbiamo definito il “dimenticare ricordando”».
E possibile far sì che tutto il percorso del lutto avvenga in tempi più veloci, non per favorire l’ oblio, ma per ridurre la sofferenza? «Ogni percorso elaborativo ha tempi e modalità strettamente legate alla persona, alla cultura della sua famiglia e della società in cui vive. È comprensibile che si desideri accorciare l’ ora della sofferenza, ma è bene ricordare che bisogna rispettare i propri tempi e seguire il proprio cammino per fare un cammino elaborativo sano, evitando pericolose scorciatoie che possono portare a problemi più gravi in seguito».
Ci sono coppie in cui chi resta che non sa rassegnarsi alla perdita del compagno? È una forma di fedeltà estrema o è la paura di affrontare da soli la vita che amplifica il lutto? «Non è facile rassegnarsi ad una perdita quando il legame affettivo è forte. Molti coniugi si privano perfino di piccole soddisfazioni per timore che questo significhi tradire la memoria del proprio caro perduto finendo così per vivere in un mondo arido e “congelato”. Altre volte aggrapparsi ossessivamente al ricordo della persona perduta può essere l’ espressione del timore di non essere in grado di affrontare la vita da soli. L’ incertezza e le paure aggiungono ulteriore sofferenza a quella della perdita».
Come affrontare il terribile lutto per un figlio? «La perdita di un figlio viene vissuta come incolmabile perché dietro il dolore del lutto c’ è l’ ombra del fallimento della propria esistenza che appare improvvisamente privata di ogni prospettiva. In un figlio i genitori ripongono, oltre che il proprio amore, molte aspettative che, con la sua scomparsa, vengono irrimediabilmente perdute. È un lutto che comporta l’ insieme di più perdite contemporaneamente».
De Micheli Angelo
Corriere della Sera
Maturità : boom di smart drugs per studiare
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maggio 26, 2009
Si avvicinano gli esami di maturità e fra i giovani aumenta il consumo delle cosiddette “droghe-furbe”, sostanze legali in grado di aumentare le capacità cognitive. Sono droghe low-cost vendute in compresse (nell’incontrollabile mercato di internet e negli smart-shop), “sballo” preferito sotto le luci delle discoteche, ma anche “aiuto” per chi si appresta a sostenere l’esame di maturità.
«In questo periodo – spiega Simona Pichini, dottoressa dell’Istituto superiore di sanità – c’è un aumento dei consumi perché si avvicinano gli esami di Stato. Gli studenti pensano che assumendo delle sostanze si possa resistere di più e studiare più a lungo. Il consumo cresce grazie al passaparola tra i banchi o sul web». Anna Lisa Muntoni dell’Istituto di neuroscienze del Cnr di Cagliari avverte che la situazione in Italia – anche se non ha ancora raggiunto il livello di Gran Bretagna e Stati Uniti - è «abbastanza preoccupante». Le “smart drugs” si dividono fra quelle di derivazione naturale (caffeina) e quelle di tipo sintetico. Tra queste rientrano le sostanze anfetaminiche. «Spesso si fanno dei mix – conclude la dottoressa Pichini – che possono portare all’intossicazione ». (GIOVANNI PASIMENI)
“Ma così aumenta lo stress”
«Le sostanze stimolanti o anfetaminiche rendono più nervosi, possono aumentare l’ansia e creare disturbi psichici, insonnia, tachicardia», spiega Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze dell’Asl di Milano. Per la psicologa Paola Vinciguerra, con queste sostanze «si rischia di alzare troppo il livello di adrenalina e di essere invasi da ansia e stress durante l’esame, ottenendo così il risultato opposto». (GIO.PA.)
tags: droghe, esami maturità
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Le possibili cause dell’impotenza sessuale
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maggio 25, 2009
- Le cause della disfunzione erettile. Le cause sono organiche e psicologiche, entrambe agenti separatamente o in concorso tra loro o in differenti periodi, anche sovrapponendosi le une alle altre.
- Malattie Vascolari. L’arteriosclerosi, ovvero l’irrigidimento e la restrizione delle arterie, è connessa all’età ed è la ragione dell’impotenza in circa il 60% degli uomini ultra 60enni; ci sono però condizioni comportamentali che possono favorirla anche in soggetti molto più giovani. I maggiori fattori di rischio in ordine di importanza sono il fumo, il diabete, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia.
- Diabete .Malattia dovuta alla carenza di insulina o suo errato impiego da parte dell’organismo, con la conseguenza che i vasi, soprattutto quelli piccoli, si alterano riducendo il flusso di sangue.
- Farmaci. Molti farmaci inducono direttamente o indirettamente le disfunzioni dell’erezione, compresi quelli per la cura dell’ipertensione, le patologie cardiovascolari, gli antidepressivi ed i tranquillanti, i sedativi.
- Squilibri Endocrini. Sono meno del 5% le cause ormonali responsabili delle disfunziooni erettive. La carenza del testosterone è molto rara e deve essere consistente ma può indurre la riduzione del desiderio sessuale e della conseguente risposta erettile.
- Cause Neurologiche. Le lesioni del midollo spinale e cerebrali, a causa dell’interruzione dei circuiti di controllo dell’erezione e degli stimoli sensoriali sono responsabili, nei soggetti interessati e in assenza di altre cause, della disfunzione erettile. Tra queste le più frequenti sono comunque patologie gravi quali la paraplagia, l’infarto cerebrale, la sclerosi multipla, il morbo di Parkinson e di Alzheimer.
- Traumi e Chirurgia Pelvica. I traumi della regione lombosacrale e pelvica possono indurre lesioni nel midollo spinale corrispondente e nella rete neuronale pelvica cosicché si determina la disfunzione erettile (temporanea o permanente). Analogamente può accadere alla rete vascolare con riduzione del sangue in afflusso che aumento del sangue in deflusso. Gli interventi chirurgici al colon, in particolare al retto-sigma, alla prostata, alla vescica possono indurre lesioni alla rete neurovascolare pelvica con la conseguenza della disfunzione erettile. La cistectomia e la prostatectomia radicale conseguenti al cancro rimuovono i circuiti nervosi di controllo dell’erezione.
- Malattia di Peyronie. E’ una poco frequente o rara condizione infiammatoria di natura non chiara che produce riparazioni cicatriziali che rendono rigida la zona interessata dei corpi cavernosi impedendone l’espansione erettile.
- Insufficienza Venosa – Quando le vene ed il loro sistema di valvole non sono in grado di trattenere il sangue nel pene, l’erezione si attiva, ma non rimane stabile. Le ragioni di tale effetto sono dovute a lesioni venose determinate da cause diverse sia organiche che psicodinamiche.
- Congestione Pelvica. La rete venosa pelvica drena il sangue dal retto, dai testicoli, dalla prostata, dalla vescica e funge da sfogo delle tensioni venose dell’addome superiore (fegato e milza in particolare). Processi disfunzionali ed infiammatori di tali organi, in particolare del retto e della prostata inducono la congestione venoso-linfatica dell’area, con squilibrio circolatorio e dei meccanismi di drenaggio cosicché si attivano stimoli protettivi e meccanismi di carente tenuta venosa che portano alla disfunzione erettile o al suo opposto acuto (priapismo). Alla disfunzione erettile può essere associata la presenza di emorroidi.
- Cause Psicologiche. La depressione, i sensi di colpa, le preoccupazioni, lo stress, l’ansia concorrono ad inibire la risposta erettile e della libido (desiderio sessuale). Frequentemente ciò è dovuto alla comparsa di disfunzione erettile per una o più delle cause precedenti, attivando il quadro persistente di disfunzione erettile da paura per la prestazione… una specie di circuito che tende a chiudersi su sé stesso. Tale situazione finisce per amplificare le vere ragioni della disfunzione erettile.
Fobie: chemofobia, la paura per tutto ciò che è chimico
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maggio 25, 2009
Siete anche voi restii nel prendere medicine preferendo curarvi con metodi naturali? Nutrite un puro terrore verso pesticidi e trattamenti chimici alle colture e vi leggete l’INCI di ogni prodotto che viene a contatto con la vostra pelle per verificare che non contenga troppe schifezze? Forse siete ad un passo dalla chemofobia. Letteralmente la paura dei prodotti chimici, camuffati nei prodotti che consumiamo ogni giorno.
Una paura che ai giorni nostri diventa quanto mai diffusa e giustificata, considerando la situazione globale ma anche quella più direttamente connessa al nostro quotidiano: gli allarmi si moltiplicano, non possiamo essere sicuri di cosa contenga il nostro cibo e da anni, probabilmente, ci spalmiamo addosso chissà cosa.
Ma se da una parte è giusto prestare attenzione a certi dettagli, quanto può essere deleterio per la serenità e il benessere fissarsi sulla questione? Non sempre, purtroppo, l’equazione naturale-buono si può dire valida quanto chimico-cattivo.
DEPRESSIONE POST-PARTUM COLPISCE ANCHE I PAPA’
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maggio 24, 2009
Quando un bebè arriva in casa sono tutti felici. Almeno all’apparenza. Ma sentirsi inappropriati e impreparati, in realtà, è sentimento più diffuso del previsto. La depressione post-parto non tocca solo le madri, alle prese con il trauma della gravidanza, ma anche i padri. Cinque neopapà su 100 entrano nel tunnel del mal di vivere. Con gravi rischi per il benessere della coppia, della partner e del bambino. A descrivere la versione maschile del baby-blues, sperimentato in forma patologica dal 10-12% delle mamme, è uno studio condotto a Milano dall’equipe dello psichiatra Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli. I dati sono stati diffusi oggi in Comune, durante la presentazione del nuovo sito web www.centropsichedonna.it.
“Abbiamo replicato, in piccolo, uno studio britannico pubblicato sulla rivista ‘Lancet’, secondo cui il 4% dei padri soffre di depressione post-parto – spiega Mencacci – Abbiamo arruolato 120 neopapà, tutti italiani, 35 anni in media, con un lavoro stabile e un livello di istruzione medio-alta. E i risultati sono in linea con quelli inglesi: il 5% del nostro campione, analizzato sulla base di specifiche scale di valutazione scientificamente validate, ha mostrato una forma di depressione” direttamente legata al lieto evento. “Sintomi che durano circa un anno, quindi un po’ meno rispetto a quelli femminili – aggiunge l’esperto – ma che possono avere pesanti ripercussioni sulla vita della coppia e del bebè”, avverte.
Tra i partner nascono incomprensioni che “possono portare anche alla rottura del rapporto”. Ma quel che è peggio, sottolinea Mencacci, è che “un padre depresso può anche diventare violento nei confronti della donna e del bambino”. Non solo: “Nei bimbi maschi questo malessere paterno può portare a disturbi comportamentali già evidenti nella prima adolescenza”, precisa.
La depressione scatenata dall’arrivo di un figlio resta un grande tabù. “Tutti si aspettano che una nascita sia per forza di cose un momento di gioia, quindi le vittime della depressione post-parto vivono un’insopportabile vergogna”, testimonia Mencacci. Ecco perchè con il nuovo portale “vogliamo offrire un supporto concreto alle neomamme, ma anche ai papà, ai nonni” e a tutti gli uomini della famiglia. Nella società moderna, infatti, il ‘sesso fortè diventa un remoto ricordo: “Se le donne vivono grandi disagi, i maschi soffrono enormi debolezze”.
Ma perchè il baby-blues ha contagiato i papà?
“I problemi alla base non sono sicuramente biologici e ormonali, come può accadere nella donna – prosegue lo psichiatra – Per l’uomo si tratta invece di una reazione allo stress, una difficoltà di adattamento associata a diversi fattori. Molti padri, per esempio, oggi sono assolutamente impreparati al progetto genitoriale, alla trasformazione della donna durante e dopo la gravidanza, alla fatica di ritrovare un equilibrio di coppia dopo la nascita di un bimbo e all’impossibilità materiale che tutto ritorni come prima”.
Risultato finale: la coppia può scoppiare e la violenza fa capolino tra le mura di casa: “Violenze in gravidanza e dopo, violenze sul bambino, casi estremi in cui si arriva addirittura all’omicidio”, come ci insegnano le pagine di cronaca nera. “Misteriosamente, poi, mentre le figlie femmine sembrano protette dalle possibili conseguenze della depressione post-parto paterna, i maschietti riportano conseguenze nel tempo: problemi nella condotta” a scuola, a casa e con gli amici, e “forme di iperattività non riconducibili all’Adhd (sindrome da deficit di attenzione e iperattività), ma comunque caratterizzate da difficoltà a concentrarsi o a memorizzare”. Da qui “l’invito forte ad occuparsi della coppia a 360 gradi”, conclude l’esperto.
‘Troppo libere? Siamo a rischio stupro’ La pensa così una donna su tre
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maggio 24, 2009
Risultati choc da una ricerca dell’Airs: lo stile ‘Sex and the city’ trasforma in calamite sessuali, e “le vittime sono responsabili se subiscono violenza”. Il 12% delle signore pensa inoltre che non sia stupro imporre un amplesso alla moglie o alla fidanzata

Roma, 23 maggio 2009 – Donne-Salomè a spasso per la Penisola, troppo libere, disinvolte, scollate e ambigue.
Ma soprattutto protagoniste in camera da letto. Un atteggiamento stile ‘Sex and the City’ che le trasforma in calamite sessuali, «capaci di far perdere la testa a un uomo, fino a spingerlo alla violenza».
Insomma, alle volte le vittime «possono dare la colpa a loro stesse per l’aggressione subita».
Tanto che, «se fossero meno provocanti, le violenze sessuali si ridurrebbero in modo drastico». Questo più o meno è il pensiero del 56% degli uomini italiani. Ma anche, a sorpresa, del 33% delle donne e addirittura del 74% dei giovani, svelato da un’indagine realizzata dall’Airs (Associazione italiana per la ricerca in sessuologia) per ricostruire le dinamiche in gioco «Dalle molestie sessuali allo stupro».
«Un lavoro - spiega all’Adnkronos il presidente dell’Airs, Franco Avenia (www.francoavenia.com), anticipando i risultati preliminari della ricerca – che portiamo avanti da due anni e che sta arrivando a conclusione. Abbiamo sottoposto un questionario ad hoc a 3mila persone, per individuare le principali variabili all’origine della violenza sessuale nei confronti delle donne, sondando ambiti inesplorati finora in Italia. Un lavoro che ha avuto, tra gli altri, il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Comune di Roma e dell’Università di Milano, facoltà di Criminologia». E che ha scoperchiato un mondo di preconcetti, miopia e ignoranza.
I ricercatori hanno elaborato due questionari originali (uno per gli uomini e uno per le donne), e per ora hanno analizzato i dati preliminari, relativi a 1.647 risposte. «Si tratta di una sorta di exit-poll, con i risultati parziali, relativi solo ad alcuni argomenti. Numeri che però già mostrano evidenze significative». Questi dati saranno illustrati il prossimo 28 maggio, a Taormina, al Congresso nazionale della Federazione italiana di sessuologia scientifica, mentre per l’analisi definitiva bisognerà attendere l’autunno.
L’analisi dei dati raccolti, sotto la supervisione dell’Airs, viene effettuata da sociologi, sessuologi, psicologi, psichiatri, criminologi, mass-mediologi. «Fra le risposte che ci hanno sorpreso e sconcertato maggiormente – prosegue Avenia – c’è questa sorta di colpevolizzazione della vittima».
Alla domanda 24 («Secondo lei, le donne sono spesso libere e ambigue sessualmente e ciò le rende alle volte responsabili della violenza sessuale che possono subire?) il 55,8% degli uomini ha risposto affermativamente, come pure il 43% delle donne e il 75% dei giovani.
<Dunque non stupisce troppo che poi – prosegue il sessuologo – il 56% dei maschi pensi che, se le donne fossero meno provocanti, la violenza sessuale nei loro confronti diminuirebbe. Ma certo lascia perplessi il fatto che la pensi così il 33% delle donne e il 74% dei giovani«. In barba al successo delle eroine newyorkesi di celluloide, protagoniste anche di un recente film. »Ci aspettavamo una piccola percentuale di giudizi di questo tipo, ma non certo dati simili. Che – sottolinea Avenia – dovrebbero avviare una seria riflessione«.
Dal sondaggio emerge, inoltre, che in fatto di consenso al rapporto sessuale gli italiani non hanno poi le idee così chiare. »Il 12% degli uomini e l’11% delle donne ci ha confessato di non sapere che il sì all’intimità deve essere libero, esplicito ed espresso senza costrizioni«, spiega il sessuologo. Inoltre spesso le mura domestiche sono teatro di violenza, anche per ignoranza. Sembra, infatti, che per il 15,7% degli uomini e il 10% delle donne il sesso fatto con moglie o fidanzata contro la sua volontà non è considerato una violenza. “Dunque può accadere che lui addirittura non abbia idea di fare qualcosa di sbagliato, o che la compagna non si ribelli perchè non crede che il partner sia nel giusto«.
Sono nove milioni gli italiani che soffrono di stress da lavoro
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maggio 20, 2009
Si tratta del 41 per cento dei lavoratori. Il nostro Paese sopra la media europea, che si attesta al 22 per cento
MILANO - Sono oltre 9 milioni, il 41% del totale, i lavoratori italiani che soffrono di stress legato alla qualità o alla quantità del lavoro. Lo rivela un’analisi condotta dalla società di consulenza strategica Scs Consulting su dati Ispesl e Istat. I lavoratori italiani soffrirebbero dunque decisamente di più rispetto ai britannici, dove la percentuale di «stressati» è pari al 27 % del totale della forza lavoro, dei tedeschi (25%) e dei francesi (24%).
L’Italia si piazza comunque ben al di sopra della media europea, che si attesta al 22%.
PROFESSIONISTI I PIÙ STRESSATI - Al primo posto tra gli stressati da lavoro in Italia ci sono i professionisti (40% del totale), seguiti da tecnici (35%) e manager (32%). La patologia causa problemi organizzativi, difficoltà relazionali, assenteismo, impazienza e suscettibilità, fino ad arrivare a stati di ansia costanti e crisi depressive. «Lo stress – spiega Cinzia Toppan, responsabile dell’area People management di SCS Consulting – è il secondo problema sanitario legato all’attività lavorativa nell’Unione Europea, dove colpisce circa il 22% dei lavoratori e causa tra il 50% e il 60% delle giornate lavorative perse, con un costo quantificato in oltre 20 miliardi di euro». Dello stress da lavoro correlato si occuperà anche la legislazione italiana, spiega la società: l’articolo 28 del Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro inserirà fra i rischi da monitorare quelli collegati allo stress da lavoro correlato.
Tratto da corriere della sera
tags: stress, stress da lavoro
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Pene piccolo, un falso problema
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maggio 20, 2009
Un dubbio che soprattutto nei giovanissimi può diventare disagio psicologico, ma che nella maggioranza dei casi è infondato.
Soprattutto fra i giovanissimi, è molto frequente il dubbio circa le dimensioni del proprio pene. Confronti negli spogliatoi, una certa cultura “machista” che associa le dimensioni del pene alle prestazioni sessuali e al fatto di essere un vero uomo, ma anche i discorsi disinibiti e superficiali di certe ragazze possono far nascere in un giovane problemi che non hanno alcuna ragione di esistere. Perché nella stragrande maggioranza dei casi le dimensioni del pene, anche se non troppo importanti, sono normali e, quel che importa, il pene funziona benissimo. Per superare il disagio psicologico che può avere effetti negativi sulla vita di relazione, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno specialista. Per affrontare un argomento delicato che può creare imbarazzo, prima che si trasformi in un problema psicologico più serio. Ne parliamo con la dott.ssa Roberta Ribali, specialista in neurologia e psichiatria, consulente per la Sessuologia presso l’Unità Operativa di Urologia di Humanitas, diretta dal prof. Pierpaolo Graziotti.
Un caso emblematico
“Per illustrare questa situazione – spiega la dott.ssa Ribali – vorrei raccontare la storia di un mio paziente, un giovane e brillante universitario, simpatico e disinvolto, che si presenta alla consultazione e, dopo avermi raccontato della sua vita, arriva con grande fatica a illustrare il suo disagio: pur essendo molto interessato alle ragazze ed estremamente corteggiato, non si è mai deciso ad andare oltre la fase del corteggiamento e dell’amicizia e ad avere un rapporto intimo, a causa dell’idea che lo accompagna da sempre, fin dalla più tenera età, che il suo pene sia troppo piccolo. Racconta poi un episodio al quale non sembra dare molta importanza e del quale parla scherzosamente: quando aveva otto anni aveva sentito una conversazione tra la mamma e un’amica, dove la mamma accennava al fatto che lui fosse un bambino minuto e piccolino, anche ‘lì’. Questa frase invece lo ha segnato profondamente: la ricorda ancora e il fatto che abbia un pene non di grandi dimensioni, gli ha fatto nascere un certo disagio, che lo porta ad avere difficoltà nei suoi rapporti con le ragazze, al punto da evitare ogni possibile occasione di intimità con loro”.
Che cos’è la normalità?
“Va detto innanzitutto che la misura del pene va fatta quando l’organo è in erezione e che esistono grandi differenze tra individuo e individuo. Un pene cosiddetto normale può misurare circa una dozzina di centimetri, ma la sua dimensione non ha alcuna influenza sulla funzione riproduttiva né tanto meno su quella sessuale. Ma tra i maschi i confronti iniziano, per gioco, a un’età molto precoce, quando le differenze individuali, dovute anche a diversi momenti dello sviluppo, possono essere molto marcate.
Il paziente di cui ho parlato è letteralmente terrorizzato dall’idea di dover superare l’esame di presentarsi nell’intimità a una compagna. Anche perché le sue disinvolte amiche parlano diffusamente delle loro esperienze sessuali e spesso valutano il loro partner con il metro, più o meno attendibile, della misura del suo pene. Discorsi ridicoli e superficiali, perché per una donna il fatto che il compagno abbia un pene grande o piccolo è la maggior parte delle volte un fatto che riveste un valore simbolico: il mio uomo è fantastico, quindi ha un pene fantastico. Ma un certo tipo di ‘discorsi da bar’, che non sono solo appannaggio degli uomini, verte appunto sulle dimensioni del pene dei propri amanti: questi commenti arrivano alle orecchie dei coetanei e possono avere effetti disastrosi, come nel caso del mio giovane paziente. A cui ho consigliato di cercare di uscire da questa spirale delle misurazioni e di provare a trovare una ragazza di cui è innamorato, innamorata di lui, con cui possa lasciarsi andare e affrontare anche le sue ansie e il suo disagio”.
Parlarne senza vergognarsi
“Ai giovani che soffrono di questo disagio consiglio di parlarne con un sessuologo, per ridimensionare il problema e poter avere una normale vita sessuale e di relazione. Il primo compito del terapista è quello di fornire informazioni corrette. Il paziente viene invitato a parlare della sua vita sessuale e devo dire che la maggior parte delle volte la situazione è di assoluta normalità. Un buon amante non lo si valuta affatto dalla dimensione del suo pene, ma da come riesce a coinvolgere e a soddisfare eroticamente la partner. In rari casi il pene è davvero piccolo, tanto da rendere difficile una normale funzione sessuale di penetrazione: ma si tratta di situazioni patologiche davvero poco diffuse.
Spesso l’importante è semplicemente parlarne, per elaborare e superare la questione del pene ritenuto piccolo. Anche se sottolineo il fatto che si tratti di un non-problema, questo disagio può avere effetti sulla psiche di chi ne soffre: ci sono giovani che manifestano una forte depressione e casi limite che per la disperazione si tolgono la vita. Naturalmente, invito i giovani a diffidare di cure che si presentano come miracolose e trattamenti proposti su Internet: non solo non funziona nulla di tutto quello che viene proposto, ma soprattutto non c’è proprio niente da curare”.
Fonte: Elena Villa

