
, così Simenon chiama
il commissario Maigret, il suo personaggio più famoso, piccoli,
quasi impercettibili aggiustamenti che Maigret introduce nella vita degli
altri personaggi, “accomodano” o fanno esplodere, in sostanza
cambiano il loro destino. Spesso nei romanzi, nei films, nelle notizie
dei giornali incontriamo e ci confrontiamo con il destino: un ritardo,
un autobus perso e cambia la vita dei protagonisti; tra il personaggio
e l’evento non esiste alcun legame, solo l’accadere dell’uno
e dell’altro nello stesso tempo e nello stesso luogo li unisce
in un indissolubile nodo che diventa, questa volta sì, la causa
degli eventi successivi, in altre parole è la “sincronicità” junghiana
il nesso che li accomuna e precipita nel medesimo destino.

iccoli insignificanti “aggiustamenti”, provenienti da chissà dove
e cambia la vita, la nostra vita, che spesso non riusciamo a cambiare
malgrado impegnative e faticose opere di trasformazione che alla fine
si rivelano temporanei restauri di facciata che neppure sfiorano il contenuto.
’incontro col destino è spesso la misura della nostra precarietà,
ogni cosa, senza eccezione, nella vita dell’uomo, compresa la vita
stessa, è appesa a un filo. E’ scritto come si srotola il
filo o è solo frutto del caso, in altre parole il destino è un
inconoscibile, ma ordinato fato o una disordinata accozzaglia di fatali
imprevisti? Il quesito è del tipo “E’ nato prima l’uovo
o la gallina?” e inevitabilmente le risposte sia a sostegno della
prima tesi, sia a sostegno della seconda lasciano sempre un che di sospeso
e insoddisfaciente.
l nodo da sciogliere sta nel fatto che se il destino è scritto,
l’uomo non ha alcun potere sulla sua vita e diventa una “povera
cosa”, se invece il destino ha le vesti del caso, la vita non ha
alcun senso, non tende a niente e l’uomo è una volta ancora
una “povera cosa”.

apere che c’è un senso, uno scopo, che va oltre la momentanea
presenza di ciascuno nel mondo, e contemporaneamente essere liberi di
scegliere nella propria vita, sono due insopprimibili esigenze umane.
Scegliere una delle due alternative, di conseguenza comporta in ogni
caso una perdita di qualcosa di fondamentale.
a filosofia, le religioni, le scienze fisiche e biologiche hanno dato
e continuano a dare le loro risposte più o meno articolate e convincenti,
ma se a livello teorico ogni nodo si può sciogliere, a livello
empirico, di esperienza di vita quotidiana i nodi sono rimasti intatti
e spesso ci sentiamo preda di un insensato destino o, a scelta, impotenti
personaggi di un imperscrutabile disegno, di cui conosciamo solo il lontano
scopo finale.
na cosa tuttavia accomuna le diverse risposte, che sia in mano a Dio,
al Caso, alla Natura o alle Stelle, il destino è sempre “fuori” dell’uomo,
non appartiene al suo proprietario, ma a qualcun altro che lo amministra
e distribuisce secondo le “sue” leggi.
el mito di Er, che si trova nell’ultimo libro della Repubblica,
Platone racconta che le anime prima di nascere si trovano in una specie
di al di là, hanno però tutte un destino da compiere che
in certo senso corrisponde al "carattere" di quell’anima
in particolare, devono perciò scegliersi la "vita",
l’"uomo" adatto a compiere la porzione di destino loro
assegnata. Prima di scendere sulla terra viene dato loro un compagno,
un "genio" o "daimon", perché vigili affinché l’anima
nel corso della vita adempia al proprio destino.
el venire al mondo
però, l’anima dimentica tutto questo e crede di nascere
nuda, vuota e sola, tuttavia il suo daimon ricorda chiaramente il contenuto
del suo "carattere", della sua immagine innata, e diventa
così il portatore e depositario del suo destino. Nel mito platonico,
questo destino, il cui ricordo il daimon conserva, questa immagine o
forma del progetto da compiere, rappresenta il proprio posto nel mondo,
il proprio contributo alla vita dell’universo, la parte assegnata
a ciascuno nell’ordine del mondo.
ggi, J. Hillman, pensatore e analista junghiano, ci propone la "teoria
della ghianda", la ghianda, al cui interno è racchiusa la
vocazione, la motivazione a diventare quell’unica e splendida quercia
che cercherà di essere. La teoria della ghianda di Hillman si
riferisce alla percezione, alla sensazione, spesso elusa, omessa o inascoltata,
che c’è una ragione per cui sono "qui". La sensazione
che c’è un motivo per cui sono al mondo, nella mia forma
unica ed irripetibile, la sensazione di essere responsabile verso un "quid" dai
contorni confusi, ma che necessariamente mi chiama, mi spinge verso certe
direzioni e non altre.

a teoria della ghianda sostiene che ogni persona ha in sé un’unicità,
un "carattere" che chiede di essere vissuto, una vocazione
ad essere quell’unico, irripetibile individuo, ad essere la quercia
alta e frondosa, o bassa e massiccia che la ghianda e il proprio daimon
hanno scelto, un "tempo" fuori dal tempo.
n questo modo J. Hillman ci conduce per mano a riscoprire e recuperare "verità" non
dimostrabili, ma indubbiamente sentite e sperimentate da ogni uomo.
n termini filosofici è insita in questa posizione teorica
il rifiuto a pensare la vita dell’uomo come una storia scritta
da geni ereditati e influenze ambientali, che fin dall’inizio decidono
per lui il copione che senza alcuna possibilità di sbavature,
sarà costretto a recitare.
’ipotesi di Hillman ci riscatta da un destino di causa-effetto
che ci vede pedine impotenti nella partita giocata da geni e ambiente,
vittime o eroi-solo-contro, è la "libertà" che
ci è concessa in questo gioco dove non c’è posto
per l’unicità del “noi”, per la sensazione del
non essere qui per caso, per la sensazione che ci sono cose che ci fanno
sentire vivi e pieni di significato ed altre vuoti e privi di senso.

iventare ciò che intimamente sentiamo di essere superando e liberandoci
dai condizionamenti e dalle illusioni di cui ci siamo nutriti per
crescere, è forse il nostro “destino”, la nostra
vera fatica e spesso grande dolore.
l viaggio verso il “dentro” di noi, verso le autentiche
e cristalline originarie potenzialità del nostro essere, verso
le promesse di essere, fare, diventare, che ci portiamo dietro
e che per strada spesso ci capita di smarrire e deformare è il
nostro “destino”, è il sentiero dei bianchi e luminescenti
sassolini di Pollicino che ogni volta ci riporta a casa.