
olti di noi sono in credito con la vita, crediti
che risalgono a tempi lontani, quando bambini andavamo alla conquista
di un mondo ricco di promesse e luccicanti luci colorate; a volte però,
invece dell'abbraccio caldo e morbido che di diritto ci spettava, ci
scontravamo con il freddo e il buio del vuoto.
uesti crediti, mai più riscossi, perché per ogni cosa
esiste un tempo adeguato, trascorso il quale il pagamento non ha più valore,
si sono negli anni trasformati in ferite più o meno profonde,
più o meno nascoste nel fondo del nostro cuore.
n verità non ci siamo rassegnati, ma desideriamo intensamente,
anzi imperiosamente vogliamo essere risarciti del danno subito; e qui
commettiamo l'errore: vogliamo essere pagati con la moneta corrente a
quei tempi, quando un «bravo» ci trasformava in eroi e un «cattivo» ci
gettava nella disperazione più nera, ma quella moneta purtroppo
non è più in circolazione, sono anni che è stata
ritirata.

necessario allora, trovare un compromesso, se
non vogliamo che un qualsiasi evento della nostra vita, prima o poi,
risvegli quelle antiche e dolorose ferite, che se riprendono a sanguinare
diventano il peso sul cuore che ogni mattino ci ritroviamo sul petto,
o l'ansia di fare sempre qualcosa perché guai a fermarsi, c'è il vuoto in agguato
che ci aspetta, o altro ancora, l'elenco è lungo e doloroso, lo
sappiamo tutti.
necessario trovare un compromesso, ma la moneta
che ci può risarcire è diversa
per ognuno di noi, perché diversi sono i crediti e le ferite,
va cercata, conosciuta, accettata.
ossiamo provare a cercarla da soli, può darsi che ci riusciamo,
ma è difficile, il danno non è opera nostra, ci vuole qualcuno
che funzioni da «riparatore», che ci accolga, ascolti e aiuti
a trovare le parole che restituiscano spessore e realtà a questi
buchi neri, che abbiamo tappato in modo così provvisorio.

ppure, può essere che tutto sia funzionato
a meraviglia fino ad oggi, quando un'improvvisa e devastante lacerazione
si produce nella nostra vita: una morte, un abbandono, una malattia.
l nostro mondo scompare, va in pezzi e noi con lui.
na vita spesa a dare un senso e un significato al nostro io in rapporto
al mondo, a costruire una prospettiva di tempo futuro intessuta di
progetti da realizzare insieme a lui o a lei, sono spazzati via in
un lampo, cancellati, annullati, non c'è più niente,
o meglio resto io che non so che fare di me stesso.
terribile, ricostruire è la parola d'ordine, ma da dove è la
domanda senza risposta.

sperienze di questo tipo destrutturano, annichiliscono,
e il tunnel al fondo del quale risplende una nuova luce, è lungo,
oscuro e popolato di mostri che spesso da soli non possiamo affrontare.
a non c'è scelta, dobbiamo percorrere il
tunnel fino in fondo: il dolore negato e represso, come il dolore dilatato
e assolutizzato, sono paralizzanti, senza via d'uscita.

ossiamo scegliere questa strada e restare fermi, inchiodati come una
farfalla infilzata, oppure dare ascolto alla voce di chi intorno a noi
ci vuole di nuovo vivi e vicini.
uò darsi che anche in questo caso si abbia
bisogno di aiuto, di un tempo e di un luogo precisi dove poter urlare
il nostro dolore, e poi lentamente ricostruire.
n questo contesto quel che viene chiamato sostegno
psicologico, psicoterapia, o altro, è nei miei intendimenti una situazione di contenimento,
accoglimento, elaborazione, integrazione di esperienze esistenziali difficili,
inibenti, destrutturanti; è un viaggio nel profondo, nel sottosuolo
dell’io, ed ha lo scopo di restituire al soggetto, al di là degli
accadimenti contingenti, il senso e il significato del proprio esistere.