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Dott.ssa Daniela Grazioli




Il Panico ovvero

il  "  Divino Terrore "

 

a parola “panico” deriva dal nome del dio Pan: questo antico dio greco ogni volta che qualche viandante disturbava la sua siesta pomeridiana lanciava nell’aria un urlo così terribile da terrorizzare chiunque lo udisse.

iò significa che non esiste essere umano o evento della natura capace di scatenare una paura pari al “panico”: solo un dio, un essere sovrumano e sopranaturale è in grado di generare una paura tanto intensa.

l panico è allora un terrore “divino” che dispiega davanti ai nostri occhi catastrofi inimmaginabili dalla mente umana, che ne resta soprafatta ed annientata

il dio Pan, tuttavia, malgrado fosse in grado di far rizzare i capelli in testa a chiunque avesse la sventura di udire il suo lancinante urlo, era in realtà un dio di poche pretese, pigro e di buon carattere, un dio burlone che si accontentava di vivere pascolando le sue greggi, ed aiutando i cacciatori, è vero che urlava come un dannato quando veniva disturbato, ma non faceva per davvero male a nessuno.

“panico” che scatenava perciò, non corrispondeva ad alcun pericolo reale, era in un certo senso un terrore infondato, così come del tutto irragionevole è la paralizzante paura sperimentata nel disturbo da attacchi di panico, dove oltre la paura non c’è alcun reale pericolo, ma solo ancora altra paura.

a paura insieme all’ansia sono emozioni che hanno la funzione di prepa-rare l’organismo ad affrontare il pericolo.

i avvertono della presenza o dell’imminenza di un pericolo e ci predispongono alla fuga o all’attacco, in casi estremi ci possono salvare la vita, negli altri ci aiutano a trovare le strategie utili ad affrontare o evitare i pericoli.

ra, se il pericolo è reale va tutto bene, e saremo tutti contenti di essere stati tanto veloci e pronti nello scappare o nel “combattere”, ma se il pericolo non è reale, resterà solo una grande ed inutile paura che continuerà ad autoalimentarsi e crescere a dismisura. Questo è quanto accade nell’attacco di panico.

I Sintomi della paura

n concreto l’attacco di panico si può definire come la somma di tutti i sintomi della paura intensificati a mille.

ediamo qui di seguito quali sono e per quali ragioni queste variazioni nell’equilibrio del nostro corpo sono funzionali di fronte ad una minaccia reale e disfunzionali qualora sia irreale.

Sensazione di mancanza d’aria e soffocamento.

in situazioni di pericolo l’organismo ha bisogno di avere a disposizione una maggiore quantità d’energia, che gli viene fornita da un maggiore apporto di ossigeno, prodotto da un aumen to del ritmo della respirazione. Da qui la sensazione di soffocamento e mancanza d’aria.

Sensazione di capogiro e perdita dei sensi

’aumento di ossigeno non accompagnato da un equivalente maggior consumo, provoca nell’organismo squilibri che vengono compensati, tra l’altro, da vasocostrizione cerebrale che causa le sensazioni di capogiro e perdita dei sensi.

Sensazione di tachicardia, palpitazioni, oppressione

cuore deve fornire più sangue al cervello, ai muscoli e agli organi implicati nella risposta all’evento minaccioso.

a qui le palpitazioni, etc..

Sensazione di depersonalizzazione e derealizzazione

a dilatazione pupillare che consente l’ingresso di una maggiore quantità di luce e perciò una visione più acuta, provoca le sensazioni di depersona-lizzazione e derealizzazione che spesso sono interpretate e vissute come segno di imminente dissoluzione mentale.

Pelle d’oca, pallore, sudorazione, brividi di freddo, vampate di calore.

a vasocostrizione periferica che permette di dirottare una maggiore quantità di sangue agli organi più interessati nella risposta produce le sopradette reazioni.

Sensazione di tensione o crampi addominali

ono provocati da un’inibizione dell’attività digestiva che ha lo scopo di economizzare energia che può essere utilizzata per far fronte al pericolo.

Episodi di diarrea e diuresi o sensazione di perdere il controllo degli sfinteri

i spiegano come eliminazione di pesi inutili in un organismo che deve essere pronto e rapido nella fuga o nell’attacco.

ali episodi sono spesso interpretati da quanti soffrono di attacchi di panico come segni della propria fine mentale e fisica.

Tremore alle estremità

probabilmente determinato dall’aumento del tono muscolare che pone i muscoli in uno stato di pronta ed efficace reattività.

ltre a tutti questi fenomeni si ha anche una maggiore attività a livello cere-brale che comporta attivazione dell’attenzione, accelerazione del pensiero, modificazioni nella percezione delle distanze, tremori, parestesie, e sensazione di derealizzazione

utte queste sensazioni contribuiscono ad alimentare la paura e la credenza di essere sul punto di morire o diventare pazzi.

L’arousal somatico

’insieme di tutti i fenomeni elencati sopra viene detto arousal somatico ed è, come abbiamo visto, funzionale alla sopravvivenza dell’individuo che si trova a dover fronteggiare un grave pericolo, presente o imminente, perché permette di avere il miglior comportamento possibile di fuga o attacco.

e però l’attivazione dell’arousal somatico è causato da interpretazioni errate ed infondate circa alcuni sintomi fisici provati dall’individuo, l’arousal non trova sfogo nei comportamenti adeguati ed aumenta a dismisura, diventando uno dei maggiori fattori di mantenimento dell’attacco di panico.

Strategie di mantenimento del DP, ovvero il gatto che si mangia la coda.

e persone che soffrono di attacchi di panico mettono in atto tutta una serie di strategie per cercare di risolvere il loro problema, purtroppo però tali strategie si rivelano essere i più potenti fattori di mantenimento del loro disturbo.

L’attenzione selettiva

ali persone sviluppano un’estrema ed intensa attenzione orientata a rilevare e riconoscere qualsiasi cosa nell’ambiente esterno o nello stato del proprio corpo possa essere suscettibile di trasformarsi nella “terribile minaccia”. Tuttavia queste rilevazioni sono quasi sempre distorte, di conseguenza le catastrofiche interpretazioni date a tali sensazioni ed osservazioni non hanno alcun reale fondamento.

chiaro che una continua attenzione agli stati del proprio corpo non fa che aumentare l’apprensione e l’ansia riguardo alla propria salute, perché è quasi certo che se stiamo molto attenti qualche dolorino lo troviamo sicuramente. Si innesca in questo modo un meccanismo perverso che mantiene e allo stesso tempo incrementa l’ansia e la paura.

aggiore è la quantità di attenzione concentrata su di sé, minore sarà la quantità disponibile per gli eventi esterni, che di conseguenza sono spesso interpretati in modo affrettato e superficiale. Ciò comporta un significativo calo nella qualità delle prestazioni offerte dalle persone affette da DP, che vedono così ripetutamente confermato il senso del proprio disvalore.

ltre all’attenzione selettiva mantengono e rafforzano il disturbo di attacchi di panico anche la memoria e l’interpretazione selettive.

L’evitamento

pesso il paziente di DP interpreta il suo stato d’ansia come una prova della realtà del pericolo temuto, e così l’ansia che è stata generata e nutrita dall’attenzione, dalla memoria e dall’interpretazione selettivamente orientate alla catastrofe, invece di essere riconosciute come il prodotto di tali operazioni mentali, diventa un altro fattore che aggiunge paura alla paura.

ome difendersi? La via più sicura è evitare ogni possibile esperienza e situazione che in qualche modo contenga anche la minima probabilità di esposizione al pericolo tanto temuto.

allora chi soffre di DP non ha altra scelta che mettere in atto tutta una serie di comportamenti di evitamento che gli impediscono di avere un confronto reale con la sua terrificante paura, confronto che potrebbe mettere a nudo l’infondatezza e l’illusorietà dei suoi timori.

’evitamento diventa così l’unico comportamento capace di dare un temporaneo sollievo dall’ansia e dalla paura, diventa la strategia di successo e come tale si autorinforza.

prezzo che il paziente con DP deve pagare è una crescente limitazione della propria vita: infatti, ogni situazione ed esperienza evitate si trasformano nelle sbarre di una prigione ogni giorno più angusta e soffocante, allo stesso tempo percepisce sempre più schiacciante la sua impotenza di fronte allo strapotere della paura contro la quale può solo nascondersi.

questo punto appare chiaro il trionfo della paura, mitizzata, sovrastimata, sempre più invincibile.

Paura di che cosa….

utti i soggetti ansiosi tendono ad avere previsioni pessimiste e negative, previsioni che diventano catastrofiche in quanti soffrono di DP.

la morte o la follia che si teme nell’attacco di panico, la paura di perdere se stessi, di scomparire, di disintegrarsi, e tale paura non riguarda qualcosa che deve avvenire, ma qualcosa che sta già accadendo.

nfatti chi soffre di DP, durante l’attacco, sperimenta concretamente, “sente”, di essere sul punto di morire o di impazzire.

uando crede che sia la morte che lo sta agguantando facilmente avvertirà i sintomi tipici di un danno cardiaco, se invece pensa che sia la pazzia che si sta impadronendo della sua mente, confusione ed ansia cresceranno in modo esponenziale comunicandogli la sensazione di una totale perdita di controllo.

Il controllo e il rimuginio

chiaro che se il rischio è quello di morire o impazzire si deve esercitare un costante ed accurato controllo sia di alcuni fondamentali parametri interni, quali il battito cardiaco, il ritmo del respiro, etc., sia di alcuni importanti aspetti dell’ambiente, quali per esempio, la presenza di pericoli da evitare, le possibilità di fuga, la vicinanza dei soccorsi etc…

uando il pericolo che si corre è così assoluto, infatti, non c’è spazio per la minima incertezza, si deve essere assolutamente sicuri di essere al sicuro.

’incertezza stessa diventa una minaccia che va assolutamente eliminata, cosa che il paziente di DP cerca di ottenere tramite un continuo ed ossessivo rimuginare su ogni immaginabile situazione e sensazione, che possano avere anche solo una lontanissima relazione con i terribili eventi temuti.

scludere ogni dubbio diventa l’obiettivo primario di chi soffre di DP, ma l’esasperato controllo di ogni cosa e il continuo rimuginare su ogni possibilità non fanno che rendere sempre più reali e presenti alla sua mente i catastrofici eventi paventati.

così il rimuginio e il controllo che devono servire a liberare dalla paura, paradossalmente ne diventano gli artefici.

n controllo assoluto è chiaramente impossibile, ma questo è ciò che vuole e disperatamente cerca chi soffre di DP, il quale è perciò destinato ad incorrere in inevitabili e ricorrenti fallimenti.

iò si traduce in un senso di profonda debolezza e fragilità interiore che gli comunicano un’immagine di se stesso debole, inadeguato ed incapace.

utte le strategie che il paziente di DP ha messo in atto per salvarsi si rivelano perdenti: da un lato i comportamenti di evitamento imprigionano e limitano grandemente le sue possibilità di espressione di una vita libera, dall’altro il rimuginio e il controllo aumentano a dismisura l’ansia e la paura.

lla fine di tanto estenuante “lavoro” ciò che si trova di fronte è ancora e ancora il “divino” terrore.

 

La cura

a maggior parte dei pazienti di DP soffre anche di agorafobia, la paura cioè di restare imprigionati in un luogo o una situazione da cui sia estremamente difficile o imbarazzante fuggire.

noltre poiché nel tempo gli attacchi si ripetono è molto frequente che questi pazienti sviluppino una forte ansia anticipatoria relativa a dove e quando avverrà il prossimo attacco.

umerosi studi e ricerche hanno messo in evidenza la presenza in questo disturbo sia di fattori neurofisiologici, sia di fattori psicologici.

a solo l’elemento neurofisiologico spiega la patogenesi del DP, ma non l’eziologia, e cioè che cosa scatena il primo attacco che quasi sempre compare all’improvviso e senza alcuna apparente ragione.

a questi studi è risultato che una significativa percentuale dei pazienti di DP presenta:

- una storia di ansia da separazione oppure

- aveva vissuto nell’anno precedente l’inizio del disturbo un elevato numero di eventi stressanti.

ltri studi hanno dimostrato che molti pazienti di DP, a differenza di pazienti con altri disturbi, rispondono positivamente alla somministrazione di un placebo, cioè di niente, il miglioramento è perciò dovuto unicamente al fatto che il placebo è stato prescritto da un medico, qualcuno nella cui preparazione e competenza si può avere fiducia, è quindi la “fiducia” nel medico, un elemento squisitamente psicologico, a causare il miglioramento.

’insieme degli studi unitamente all’esperienza clinica suggeriscono che la terapia d’elezione per il disturbo da attacchi di panico sia una combinazione di terapia farmacologica e di psicoterapia, cognitiva o psicodinamica.