| Domanda: | 35 | | Data: | 2007-05-27 13:18:00 |
|  | Corinne |
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| Gentile Dott.ssa Daniela, ho visitato il Suo sito e letto gli articoli da Lei pubblicati; ho preso visione dei tanti casi clinici; ho scelto di chiedere a Lei un suggerimento: vivo lontano da Milano.
La mia problematica: ho sessantasei anni, è come se fossi sola al mondo, in quanto mio faratello e la sua famiglia non hanno mai voluto darmi Affetto. Parentela e amicizie non colmano il vuoto. Vivo nella più desolante solitudine affettiva. I rapporti che terze persone vogliono intrecciare con me li trovo o superficiali o deludenti o vuoti o interessati.
Ritengo che ciò sia anche dovuto al fatto che ho una intelligenza classificata "superiore alla media". Ho preso a definire me e il mio sapere come i miei nemici numero uno.
Che cosa è in mio potere fare per non essere afflitta dalla necessità di avere un profondo rapporto di tipo affettivo-familiare?
Bisognosa di un tale rapporto d'affetto, quando, due anni e mezzo fa, conobbi un coetaneo, a mio parere molto intelligene, padre di due figli adulti (vedovo da 40 giorni, che aveva vissuto la vita da separato in casa), accettai di intrecciare un rapporto che avrei voluto rimanesse sul piano dell'amicizia (abbisognavo di un rapporto affettivo e non d'amore, volevo un dialogo "intelligente"). Ma egli insistette affinché il nostro rapporto evolvesse; presi a volergli veramente bene e ad amarlo: me ne innamorai. Questo mi portò a sottovalutare anche la diagnosi del medico che allora lo avrebbe preso in cura: "soggetto affetto da depressione latente, con comportamenti bambineschi,capace di un sentimento: la tenerezza" (il medico asserì che di questa avrebbe potuto darmene, ma che era invece incapace di intrecciare un rapporto di altro tipo); mi avvertì del fatto che la cura per il suo ricupero (considerato anche che la depressione si sarebbe potuta palesare) sarebbe stata lunghissima; quando sarebbe guarito non sarebbe stato in grado - per vecchiaia - di avere rapporti sessuali.
Non valutai bene la diagnosi(?), forse mi feci prendere dal delirio di onnipotenza (pareva che avesse superato con il mio aiuto quella che egli chiamava impotenza sessuale) e pensai che con il mio bel carattere (che lui diceva di apprezzare) e con il mio amore sarebbe presto guarito; egli mi assicurava che ci saremmo sposati: bisognava solo attendere che passasse un anno dal lutto, per portare rispetto ai suoi figli(!). Dopo oltre due anni gli ho chiesto di mantenere la promessa e la parola data. Ha indugiato qualche mese, poi a pochi giorni dall'avermi mandato i fiori e le sue fotografie, ha di colpo troncato il dialogo, ha staccato il telefono... Ha scritto: "passerà a me e a te". Si è tirato indietro con questa motivazione: "visto che da parte mia non riesco a perseguire quelle promesse mai mantenute, preferisco non andare oltre e chiudere. Ho commesso molti errori anche con te, ma tu avevi capito, perlomeno credo, della mia incapacita' di concretizzare il nostro rapporto; non cambia la mia decisione di fermarmi, purtroppo non ho la spinta per andare oltre oppure incosciamente non l'ho mai avuta".
Io mi ripeto: avrebbe voluto un rapporto basato sullo "scopare a gratis" senza alcun impegno. Per tanti altri comportamenti e affermazioni lo ritengo infido, imbroglione, mascalzone, amorale. Eppure sono pronta a perdonargli tutto, pur di avere la sua tenerezza e la sua attenzione. Che fare? Come farmela passare?
In me sono presenti tutti i sintomi della depressione conclamata, ho pensato anche al modo di suicidarmi. Ho scritto a Lei... La ringrazio dell'attenzione che vorrà prestarmi. Mi risponderà? distinti saluti.
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