Dott.ssa Daniela Grazioli



erché ricorrere a un counselor e non a un caro amico o a qualcuno di saggio ed esperto, quando abbiamo bisogno d’aiuto e ci sentiamo spersi e confusi, perché   ci  troviamo in una situazione che sembra senza via d’uscita o in una condizione di dolore per qualcosa che ci è accaduto?

Che cosa può dirci di più o di diverso da un amico che ci conosce, un counselor?

enz’altro niente di più, anzi forse di meno, tuttavia “l’aiuto” elargito in una relazione di counseling è decisamente diverso e più efficace di quello che possiamo ricevere da un amico o chiunque altro.

questo non perché il nostro amico o chi per lui sia meno bravo, ma perché nell’intervento di counseling l’obiettivo di accompagnare e sostenere la persona  nella soluzione del suo problema esistenziale passa attraverso la riconquista della sua autonomia di scelta e decisione, il riconoscimento delle sue risorse e altro ancora, insomma tutto quello che ci permette  sentirci  attori e non spettatori della nostra vita.

a come? -direte voi- un amico ci conosce, e quindi può comprenderci e di conseguenza aiutarci  a sbrogliare la matassa nella quale si è ingarbugliata la nostra vita, meglio di qualcuno che, per quanto   competente, non ci ha mai visto. Ecco quest’ultima affermazione, a prima vista così logica e vera, non è affatto vera. Il luogo della differenza tra le varie relazioni d’aiuto e la relazione di counseling è nella struttura del colloquio di counseling, un colloquio che per definizione ha lo scopo di potenziare al massimo gli effetti e i cambiamenti positivi che sono naturalmente insiti in ogni relazione umana d’aiuto, e il conselor, che insieme al cliente è  uno dei protagonisti di tale colloquio, deve conoscerne ed apprenderne ogni segreto.

l conselor perciò non ci darà l’aiuto che ci può dare un caro amico, né il consiglio competente che ci può dare un esperto circa una problematica inerente al suo settore, infatti non possiede né la conoscenza che il primo ha di noi, né la competenza che il secondo ha in un determinato settore, ma la sua preparazione e competenza riguardano  specificatamente la conduzione del colloquio d’aiuto, e sarà attraverso questo tipo di colloquio, centrato sul cliente e non direttivo,  che saremo aiutati ad aiutarci, perché nel counseling ogni scelta e decisione è  sempre opera consapevole e responsabile del cliente, che in definitiva è quanto  che ci fa sentire padroni della nostra vita.

ra, che il “colloquio” non sia una semplice conversazione, ma che abbia una struttura diversa e modalità e regole specifiche a seconda degli scopi e delle situazioni in cui è usato, è ormai cosa risaputa: tutti infatti sappiamo che c’è il colloquio  d’assunzione, il colloquio della ricerca motivazionale, il colloquio clinico, il colloquio della psicoterapia, etc., ed ognuno di questi ha una propria forma, proprie regole e procedure da rispettare e obiettivi da raggiungere.

el counseling il colloquio faccia a faccia è lo strumento principe e le condizioni che lo rendono efficace sono create soprattutto dalle disposizioni e dagli atteggiamenti del conselor, che assumono perciò una grande importanza. 

merito di C.Rogers avere spostato l’attenzione dalle abilità tecniche all’importanza delle qualità umane, sulle quali poi si innescheranno le abilità tecniche. La competenza del conselor nell’ “aiuto” consiste in pratica, nel fare meglio, cioè in modo controllato, consapevole, razionale ed intenzionale, quello che in molte occasioni anche noi facciamo spontaneamente, sembra poco, ma è moltissimo, anzi è ciò che fa la differenza.

el counseling perciò doti umane e capacità tecniche per gran parte coincidono, in sostanza la tecnica consiste nel padroneggiare e orientare razionalmente i propri atteggiamenti di ascolto, osservazione, comprensione, empatia, disponibilità, sensibilità, genuinità, che altro non sono che qualità umane. Queste qualità, è bene ricordarlo, non sono date una volta per tutte, ma devono essere coltivate e sottoposte ad un costante affinamento tramite l’esperienza.

ediamo adesso più da vicino, attraverso una rapida descrizione delle qualità-abilità e degli atteggiamenti che il conselor deve attivare e di quelli che invece deve evitare nel corso del colloquio, quali  sono le dinamiche che  si sviluppano  e perchè   scambi ed interazioni condotti in questo modo  producano nella persona in difficoltà i cambiamenti desiderati.

mpatia, comprensione, autenticità, riformulazione  sono quattro parole chiave del colloquio di counseling, sembrerebbe la scoperta dell'acqua calda: infatti tutti, chi più, chi meno,  in determinate circostanze siamo empatici, comprensivi e autentici, tuttavia riuscire a mantenere costanti e controllati tali atteggiamenti senza sconfinare o introdurvi elementi inquinanti che vanificano gli effetti del colloquio, è estremamente difficile.

’empatia comporta l’uscire da se stessi, l’eterocentrarsi, l’immergersi nell’universo dell’altro senza esserne emotivamente soprafatti, ma restando lucidi, e perciò obiettivi. E’ solo tramite un’empatia attenta e continua che il conselor  può entrare  nel mondo personale del cliente,  e comprendere  le cose così come appaiono a lui nella sua vita,  è in rapporto a tale vissuto infatti che il suo problema si pone.

mpatia e comprensione presuppongono il saper osservare e il saper ascoltare, non basta un atteggiamento di disponibilità integrale, il conselor deve imparare come si osserva e come si ascolta. Una buona osservazione comporta lo sforzo continuo di cogliere la situazione così come viene vissuta dal cliente, si deve osservare ciò che viene detto e ciò che non viene detto, ma è espresso attraverso il tono di voce, la postura, i silenzi, la mimica etc., che sono un’emanazione diretta dei suoi stati affettivi.

ltrettanto difficile è l’ascolto comprensivo, infatti generalmente noi non ascoltiamo, ma sentiamo parole che continuamente  interpretiamo soggettivamente, e deformiamo con  le nostre griglie di valutazione.

sservare ed ascoltare per comprendere comportano  la neutralizzazione da parte del counselor di tutti i condizionamenti provenienti dalla sua persona, in modo di poter cogliere i significati così come vengono provati dal cliente e in relazione al suo visstuto.

’autenticità,  che non ha niente a che fare con la spontaneità, riguarda lo sforzo di comprendere che deve essere autentico e sincero, altrimenti il colloquio si riduce ad una formula artificiale e il cliente si accorge subito di non essere stato ascoltato.

na disposizione autenticamente empatica e rivolta ad un ascolto comprensivo secondo i criteri esposti sopra, produce un immediato effetto positvo anche se inconsapevole, sul morale del cliente che, essendo sempre particolarmente sensibile alla qualità della “presenza” dell’operatore, si sente facilitato da tale atteggiamento  nell’esprimere ed esporre il suo problema.

n altro pilastro del colloquio di counseling è la riformulazione che viene applicata a diversi livelli, dalla semplice ripetizione con  parole diverse e in modo più  conciso di quanto il cliente ha detto, alla riformulazione-chiarificazione che consiste nel mettere in luce e nel restituire al cliente il “senso” di ciò che ha detto, spesso in modo confuso e disorganico, facendo bene attenzione però a non sconfinare in interpretazioni personali.

li effetti della riformulazione sono molto importanti. Il cliente, infatti,  è solo di fronte al suo problema, ed inoltre essendo completamente coinvolto e immerso nella sua situazione, non gli è possibile prenderne le distanze ed essere obiettivo, in altre parole, sa di conoscere la sua situazione meglio di chiunque altro, ma ne è prigioniero. 

iò fa sì che, invece di essere libero di riflettere razionalmente, sia spinto  a una sorta di “ruminazione” mentale che ripercorre  ossessivamente gli stessi pensieri parziali. La riformulazione da parte del counselor ha  il potere di rompere  il senso d’isolamento e solitudine nel quale la persona si sente avvolta e di sospendere la “ruminazione”, lasciando via libera alla riflessione razionale.

a riformulazione infatti, nella sua forma più semplice è come uno specchio che rimanda al cliente la sua immagine, cosa che gli consente di incominciare a vedersi con un po’ di distacco, e nella sua forma più complessa, quando cioè riesce a cogliere il vero vissuto del cliente, lo fa sentire veramente compreso e già aiutato, e lo spinge a proseguire con fiducia.


hiaramente la funzione del counselor è molto più complessa e sfaccettata di quanto ho potuto descrivere in questo spazio, spero tuttavia di aver reso chiaro come il colloquio di counseling serva a ripristinare la capacità di autoregolazione e di autodeterminazione, naturalmente insite in ogni uomo, potenzialità che vengono meno  ogni volta che ci troviamo ad essere prigionieri di situazioni emotivamente troppo stressanti.