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Per amare, odiare, provare tenerezza o nostalgia occorre sempre pensare a qualcun altro. Cioè uscire dall’individualismo cieco che è la peggiore delle nostre malattie. Un grande studioso della vita interiore spiega perché non è il sonno della ragione a generare i mostri più temibili. Ma la sua insonnia
“
mplacabile”, o anche “gelida”, sono gli aggettivi che Eugenio Borgna associa più spesso al sostantivo “ragione”. Sotto gli alti soffitti di un grande appartamento silenzioso, senza nome sulla porta, senza nulla che alluda a uno studio medico anche se le pazienti vanno e vengono, non riviste ma veri libri fanno compagnia a chi aspetta, in pile verticali e apparentemente casuali sui mobili: romanzi, saggi, neanche un libro di medicina. Nessun libro suo.
Eugenio Borgna, 79 anni, ne ha scritti molti, l’ultimo si chiama Le emozioni ferite (Feltrinelli). Primario emerito di psichiatria all’ospedale di Novara, libero docente all’università di Milano - nessun diploma appeso alle pareti - da anni studia, nel senso più lato possibile, la vita interiore. Che ha avvicinato professionalmente per la prima volta nel piccolo ospedale psichiatrico femminile di Novara.
«uesto», dice, «mi ha consentito di cogliere gli aspetti più luminosi, meno dolorosi della follia. La follia femminile è più creativa, più tenera, più dolce di quella degli uomini, nei quali spesso è un’esperienza per certi aspetti arida, cruda e prosciugata. Le donne di quel manicomio hanno segnato il mio destino».
l destino di uno psichiatra più interessato alle relazioni terapeutiche che alla farmacologia, che in seguito ha esteso molte delle sue prime intuizioni a quella che chiama «la sofferenza psichica normale».
Senza quella straordinaria storia di esperienza umana e filosofica che è stato il manicomio, dice, «non avrei saputo confrontarmi con le emozioni delle persone normali e di quelle che stanno ai confini della malattia, avrei portato con me il rischio che divora molti psichiatri che è quello di psichiatrizzare ogni forma di ansia, di angoscia, di inquietudine, di gioia, di rimpianto».
C’è un confine preciso?
a maggior parte delle esperienze di sofferenza psichica che viviamo oggi è costituita da esperienze emozionali che fino a trent’anni fa erano considerate patologia tout court, mentre oggi sono state riconosciute nei loro significati psicologici. Scriva questa cosa che ha detto un grande psichiatra tedesco, Kurt Schneider, la sottragga al drago dell’oblio: dovremmo allarmarci se nel corso della nostra vita non abbiamo mai conosciuto i volti della tristezza e dell'ansia. Quando viviamo quelle emozioni significa che siamo capaci di cogliere gli aspetti umani, psicologici e creativi della vita, estranei a quell’impronta robotizzante che è davvero il segno di una normalità patologica.
Che cosa c’è di patologico nella normalità?
e patologie in senso tecnico, quelle che determinano abissi di sofferenza depressiva, allucinazione e delirio, sono sempre comunque nutrite da un’alta incandescenza emozionale, da una disperata nostalgia di incontro, di colloquio. Nella normalità patologica invece abbiamo a che fare con il deserto delle emozioni. Non c’è ansia, nostalgia o tristezza, c’è l’indifferenza, che viene considerata uno standard di vita normale ma è molto più grave.
Siamo abituati a pensare che la salute psichica abbia a che fare con il controllo delle emozioni.
Le emozioni danno fastidio perché rallentano il cammino implacabile degli obiettivi che la ragione ci consentirebbe astrattamente di raggiungere. L’esperienza emozionale, proprio perché ha in sé questa spinta fatale non solo a vivere le emozioni ma anche a conoscere le emozioni degli altri, presenta degli ostacoli, determina pause, riflessioni, oasi, silenzi che la vita programmata considera un intralcio. Certo, alcune emozioni forti esigono un confronto dialettico con la ragione, ma a volte le emozioni più importanti e fragili come la malinconia, la tristezza, l’ansia, l’inquietudine, la nostalgia, vengono considerate espressioni di patologia e quindi obiettivi da distruggere.
Quali sono le conoscenze che solo le emozioni e non la ragione possono raggiungere?
a ragione conosce seguendo il passo lento e implacabile delle sequenze logiche, mentre le emozioni giungono a conoscenze trainate dall’intuizione, che ci fa cogliere istantaneamente che cosa si nasconda nell’anima di una persona. La maggior parte delle diagnosi in psichiatria si fanno prima ancora che un paziente cominci a esporre i suoi problemi. Non è retorica. C’è il linguaggio del corpo vivente, degli occhi, del sorriso, del modo di darsi la mano, di sedersi. C’è il linguaggio che l’angoscia, la tristezza, la nostalgia, la gioia imprimono sul nostro volto.
Come nasce il deserto emotivo?
e emozioni sono molto vive nell’infanzia e permangono fortissime nell’adolescenza, nella quale si sperimentano tutte le emozioni possibili, da quelle più alate a quelle più dolorose. Il salto tra infanzia e adolescenza è carico di tensioni e conflitti, a volte di uno scacco fatale. Proprio perché l’intensità è tanto alta, è più facile cogliere intorno a sé disattenzione o incomprensione. Spesso i comportamenti apparentemente aggressivi sono in realtà segnati dalla nostalgia di essere ascoltati e compresi, di vivere relazioni umane reciprocamente significative, di non spegnere la voce segreta della passione.
Non che ascoltarli sia facile.
hiunque abbia conosciuto il volto ambiguo della follia sa quanta importanza la relazione eserciti sulla nascita, la crescita, la cura di ogni stato di sofferenza psichica. In ospedale psichiatrico la cosa aveva dimensioni anche tragiche, perché pazienti che venivano considerate aggressive lo erano sempre e soltanto nei confronti degli stessi medici, degli stessi infermieri, non con altri. Se mi è consentita un’incrinatura narcisistica, mai nel corso della mia vita sono stato non dico aggredito, ma anche solo salutato male dalle pazienti, comprese quelle più gravi. Abbiamo sempre intuito che anche nella follia continuano a vivere gli stessi sentimenti, le stesse emozioni che vivono in noi. Solo se io considero l’altro come se qualcosa di me vivesse in lui posso essere utile. Chi ha l’idea che la follia sia puro caos e nonsenso la trasmette qualunque cosa faccia: chi sta male coglie all’istante la divaricazione tra un gesto nobile e un’anima indifferente.
Come si immagina un mondo in cui le emozioni hanno piena cittadinanza?
© 2009, Monica Ceci per GIOIA